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CARTOLINE DI P. SILVANO

 

Per scrivere a padre Silvano Zoccarato (PIME) clicca sull'email This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. 

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Il 15, festa dell'Assunta, a Sotto il Monte. 

Scrivo quel giorno fra i più lieti della mia vita, per me, per i parenti, per i benefattori, per tutti.

Perché ho ricordato tutto ciò? Perché anche da questo foglio sorga la voce di eccitamento a mantenermi fedele alle mie promesse, grato al Signore del bene che mi ha fatto; sorga perenne la protesta ‑ quando mancassi di fedeltà ‑ e tutto serva a farmi sacerdote, degno della mia dignità, e non indegno di Gesù a cui solo sia gloria.

 

I doveri della mia vita

« Amice mi, ad quid venisti? » (Mt 26,50). A conoscere Iddio, ad amarlo, a servirlo per tutta la vita; dopo la morte, a goderlo per sempre in paradiso. Tutti i responsi della scienza non valgono quanto queste brevi parole del catechismo dei bambini.

I doveri della mia vita si compendiano in queste tre parole, io non devo fare altro che questo: conoscere, amare e servire Iddio, sempre e ad ogni costo; la volontà di Dio deve essere la mia, questa sola debbo cercare anche nelle cose minutissime. E questo è il primo e fondamentale principio.

 

 

Riflessione intima del Rosario

 Il secondo elemento è la riflessione, che dalla pienezza dei misteri di Cristo si diffonde in viva luce sopra lo spirito dell'oran­te. Ciascuno avverte nei singoli misteri l'opportuno e buon inse­gnamento per sé, in ordine alla propria santificazione e alle condizioni in cui vive; e sotto la continua illuminazione dello Spi­rito Santo, che dal profondo dell'anima in grazia « sollecita per noi con gemiti inenarrabili » (Rm 8,26), ognuno raffronta la sua vita col calore di insegnamento, che sgorga da quei medesimi mi­steri, e ne trova inesauribili applicazioni per le proprie necessità spirituali, come per quelle del vivere suo quotidiano.

 

 

 Il rosario

Il rosario, come esercizio di cristiana devozione tra i fedeli di rito latino, che sono notevole porzione della famiglia cattolica, prende posto, per gli ecclesiastici, dopo la messa ed il breviario, e per i laici dopo la partecipazione ai sacramenti. Esso è forma de­vota di unione con Dio, e sempre di alta elevazione spirituale.

La vera sostanza del rosario, ben meditato, è costituita da un triplice elemento che dà alla espressione vocale unità e coesione, discoprendo in vivace successione gli episodi che associano la vita di Gesù e di Maria, in riferimento alle varie condizioni delle anime oranti e alle ispirazioni della chiesa universale.

Per ogni decina di Ave Maria, ecco un quadro, e per ogni qua­dro un triplice accento, che è al tempo stesso: contemplazione mi­stica, riflessione intima, e intenzione pia.

 

 

Umiltà e allegria di spirito

Peccati e malinconia, fuori di casa mia. Anche le cose che urtano la mia suscettibilità, i compagni che non mi vanno a genio, li debbo sopportare con grande tranquillità; diversamente, dov'è il merito, il piacere di Dio? Mi sforzerò sempre di trovare delle virtù anche dove non sembrano apparire. Soprattutto penserò come, per tanti e tanti miei difetti, gli altri debbano forse fare dei grandi sacrifici per sopportare la mia povera persona. Umiltà, dunque; umiltà e sempre congiunta ad allegria di spirito, ininterrotta, beata. « O Jesu, fac me humilem ».

 

 

Amicizia affettuosissima

 

È la nostra vita, è il segreto che spiega la nostra esistenza: La vocazione, il sacerdozio, l'apostolato dei giorni futuri. Gesù ci ha chiamati intorno a sé dal silenzio della campagna, dai rumori mondani della città, per rivelarci le tenerezze del suo cuore, avviarci sul cammino della virtù, fare di noi fragili canne del deserto (Ez 17,34), colonne del suo tempio, strumenti validissimi della gloria sua. Non vi ha amor materno che abbia trovato tante finezze, attrattive così sapienti e insinuanti come Gesù ha saputo farsi a noi. E noi, più volte nella nostra vita, ed ora ogni giorno costantemente ci siamo dati a lui: l'amicizia fu conchiusa, cordiale, affettuosissima.

 

 

Celebrazione accurata e fervorosa della messa

Basti ricordare san Francesco d'Assisi, la cui preghiera era sempre la stessa: « O Gesù, abbi pietà di me peccatore ». A for­marmi a questo spirito contribolato, contribuirà grandemente la celebrazione accurata e fervorosa della santa messa che mi intro­duce nel Getsemani, nel santuario più intimo dei dolori di Gesù, e la successione di tante punture quotidiane, in cui debbo sforzar­mi di trovare il perfetto accordo fra la condiscendenza, la pazien­za, la rassegnazione e la giustizia, la dignità, la pace.

 

 

 

Intima unione colla Chiesa

I gravi compiti di professore del seminario, impostimi dai superiori, mi obbligano non solo a pensare a me stesso per la purezza della mia fede, ma a provvedere anche perché da tutto il mio pensiero esposto ai giovani chierici nella scuola, dalle mie parole, dal mio tratto, traspiri tutto quello spirito di intima unione colla Chiesa e col Papa, che li edifichi e di educhi a pensare essi pure così. Perciò sarò delicatissimo in tutte le mie espressioni, badando anche ad infondere negli alunni quello spirito di umiltà e di preghiera negli studi sacri, che rende più forte l'intelletto e più generoso il cuore.

 

 

Pace interiore 

Nell'esame del mezzodì darò una breve rivista al mio cuo­re, per vedere se conserva la pace interiore, fondata sulla base del­la santa volontà di Dio, e per ristabilirla se mai si fosse alterata: Gesù mio, misericordia. A mantenere la mia pace mi propongo quattro cose: 1) essere morto al mondo e a tutto ciò che non è Dio; 2) vivere abbandonato sulle braccia della divina provvidenza; 3) amare il patire, sia nell'interno che all'esterno; 4) non intrapren­dere molti affari, se non quelli che porta seco il proprio ministero, conforme all'obbedienza.

 

 

Le delizie della vita 

Base del mio apostolato voglio la vita interiore, intesa alla ricerca di Dio in me, all'unione intima con lui, alla meditazione abituale e tranquilla delle verità che la Chiesa mi propone, e secondo l'indirizzo dei suoi insegnamenti, effusa nelle pratiche esteriori che mi saranno sempre più care, e al cui orario voglio essere fedelissimo, più che non lo sia stato per la mia negligenza, e in parte per non averlo potuto, durante questi anni di vita militare

Soprattutto cercherò le delizie della vita con Gesù Eucaristia. Da  ora innanzi avrò il Ss. Sacramento vicino alle mie camere. Prometto  di fargli compagnia, e di corrispondere all'onore grande che mi fa.

 

 

Santa Messa alla Madonna delle Caneve

Io, padre Silvano, oggi 21 luglio 2018, ho avuto la gioia di celebrare nella cappellina della Madonna delle Caneve, tanto amata da Papa Giovanni. Prima di entrare, anch'io ho guardato la Madonna dalla finestrella alla quale mamma Marianna aveva sollevato il piccolo Angelo dicendogli che lo consacrava a lei. Il luogo è meraviglioso, sù... in collina, nascosto tra gli alberi, al fresco e al profumo di una natura amata e rispettata. La cappellina era piena di fedeli. Mi faceva da chierichetto un pro-pronipote, cioè figlio di un pro-nipote del Papa, aiutato da Don Angelo che vive a Sotto il Monte, prete molto impegnato in pensione. Era commovente assistere all'attenzione amorevole dell'anziano sacerdote mentre  aiutava  il bambino, fiero del suo servizio all'altare. Dopo la messa fui invitato a bere il caffé nella cucina della casetta attigua alla cappella. In una stanza, mi sembra di tre metri per cinque, mi sono trovato con una ventina di persone grandi e piccole, maschi e femmine, nipoti e pronipoti e adesso anche pro-pronipoti di Papa Roncalli che si ritrovano liberamente nella casetta di Nonna Pina, regina senza stellette, come avveniva un tempo nella casa di Marianna, mamma di Angelo. Mentre bevevo il caffé, mi divertivo a guardarli. Si spostavano tranquillamente a parlarsi e a risolvere i loro impegni giornalieri. Cercavo di ritrovare in loro qualche tratto del volto di Papa Giovanni. Ora, scrivendo, mi sembra di rivivere un sogno.... quello vissuto questa mattina. Prima, la celebrazione della Santa Messa in quel luogo e vicino a un pro-pronipote alto una spanna e insieme all'anziano sacerdote, quello come nei tempi passati. Poi quella famiglia, difficile a contarla, che respira  pacatezza, riposante anche per chi ha la gioia di osservarla.  Non mancheranno le difficoltà, certo, ma famiglie così,  col cuore pacato e aperto, restano sempre l'ideale migliore. Vorrei  anche augurare a tanti la fortuna di arrivare in quel luogo e di ricevere il dono che Dio fa ai pellegrini, cioè di lasciare  casa e impegni quotidiani  per salire un po' tra i boschi, darsi un'ora di riposo spirituale, ritrovare la serenità della preghiera, pace del cuore, e risentire la carezza di un uomo che tanto ha amato Dio e l'umanità.

 

 

 

Tutto il mondo è la mia famiglia

Da quando il Signore mi ha voluto, miserabile qual sono, a questo grande servizio, non mi sento più come appartenente a qualcosa di particolare nella vita: famiglia, patria terrena, nazione, orientazioni particolari in materia di studi, di progetti, anche se buoni. Ora più che mai non mi riconosco che indegno ed umile « servus Dei et servus servorum Dei ». Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono e vivacità alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni.

  Questa visione, questo sentimento di universalità vivifi­cherà innanzi tutto la mia costante ed ininterrotta preghiera quoti­diana: breviario, santa messa, rosario completo, visite fedeli a Gesù nel tabernacolo, forme rituali e molteplici di unione con Gesù, fa­miliare e confidente. Un anno di esperienza mi dà luce e conforto a ravviare, a cor­reggere, a dare tocco delicato e non impaziente di perfezione, in tutto.

 

 

 

Il riposo sarà in cielo

Sono presso ad entrare nel mio trentaduesimo anno di vita. Il pensiero al passato mi umilia e mi confonde; il pensiero del presente mi consola perché è ancora tempo di misericordia; il pensiero dell'avvenire mi infonde coraggio nella speranza di poter redimere il tempo perduto. Ma quanto sarà questo avvenire? Forse brevissimo. Ma lungo o breve esso sia, o mio Signore, ancora ve lo dico, è tutto vostro.

2. Non occorre che io cerchi e mi applichi a nuove forme per fare il bene. Vivo nell'ubbidienza, e l'ubbidienza mi ha già sopraccaricato di tante occupazioni che le mie spalle sono vicine a cedere per il peso. Ma questo ed altro sono disposto a portare se piacerà al Signore. Il riposo sarà in cielo. Questi sono gli anni della fatica. Mgr Vescovo mi dà l'esempio di lavorare più di me. Io sarò scrupoloso a non perdere un minuto di tempo mai.

 

 

Vivere in pace col Signore  

Lo spettacolo della santità, sorridente fra le tribolazioni e le croci, sta innanzi a me. La calma interiore, fondata sulle parole di Cristo e sulle sue promesse, produce la serenità imperturbabile che fiorisce nel viso, nelle parole, nel tratto, che è esercizio di cari­tà conquistatrice. Avviene un ricambio di energie in noi, fisiche e spirituali: « Dulcedo animae sanitas ossium » (Prov 16,24). Il vi­ver in pace col Signore; il sentirci perdonati ed a nostra volta l'e­sercizio del perdono agli altri, stabilisce quell'adipe e quella pinguedine di cui parla il salmista (Sal 63,6), e fa fiorire perenne il Magnificat (Lc 1,46 ss) sulle nostre labbra.

 

 

Prudenza, silenzio e garbo

1 due grandi malanni, che attossicano oggi il mondo, sono il laicismo e il nazionalismo. Il primo è caratteristico degli uo­mini di governo e dei laici. Al secondo rendono servizio anche gli ecclesiastici. Ho la convinzione che gli italiani, specialmente i sa­cerdoti secolari, ne siano meno contaminati. Ma io debbo essere molto vigilante, e come vescovo e come rappresentante della San­ta Sede. Una cosa è l'amore dell'Italia, che sento fervoroso nel cuo­re, ed altra cosa è l'affermazione di esso in pubblico. La santa Chiesa, che io rappresento, è la madre delle nazioni, di tutte le na­zioni. Tutte le persone, con le quali io vengo a contatto, debbono ammirare nel rappresentante pontificio quel senso di rispetto alla nazionalità di ciascuno, abbellito da buona grazia e da mitezza di giudizio, che concilia la fiducia universale. Molta prudenza, dun­que, silenzio rispettoso, e garbo in ogni circostanza. Sarà bene che insista perché questa linea di condotta venga seguita da quanti mi circondano, in casa e fuori. Siam tutti ammalati, più o meno, di nazionalismo. Il delegato apostolico deve essere e mostrarsi inden­ne dal contagio.

« Sic Deus me adiuvet ».

 

 

I santi sono di umore gaio

Fra i fiori dell'altare, ossia [fra] gli effetti di una buona divozione al Sa. Sacramento, occupa il primo posto la gioia spirituale; la gioia, come elemento importantissimo della vita spirituale. atmosfera delle virtù eroiche, spirito. istinto, genio, grazia indescrivibile. La gioia specialmente vuol considerarsi coree fattore di quella libertà di spirito che sola è atta ad unire le qualità apparentemente incompatibili della vita spirituale, allargando le redini alla familiarità dell'amore, e secondariamente come amica inseparabile della mortificazione. Noi dobbiamo essere solleciti della nostra gioia, per mantenere mortificato il nostro spirito: e praticare la mortificazione, per aumentare la nostra gioia. lo dunque debbo conservarmi sempre ed invariabilmente lieto, mentre non desisterò mai un momento dal mortificarmi. È l'amor proprio che paralizza lo sviluppo dello spirito e infonde la tristezza: la mortificazione richiama la vita, la serenità, la pace.

I santi sono di un umore così gaio, i monaci e le monache sono creature così liete, perché, come san Paolo, castigano il loro corpo e lo riducono in servitù (1Cor 9,27) con inesorabile rigore, e con una vigorosa discrezione. Chi è mortificato è lieto di una letizia di origine puramente celeste.

 

 

 

 

 Crea in me un cuore nuovo
 

« Cor mundum crea in me, Deus et spiritum rectum innova in visceribus meis » (Sal 51,12) 36.

Il cuore è la volontà, e lo spirito è l'intelletto. Volontà monda, adunque, occorre, e intelletto rinnovato.

Ohimè, quanti attacchi, quante tentazioni assediano la volontà, specialmente dalla parte del sentimento: oggetti, persone, circostan­ze! Il fascino dell'ambiente, talora l'incontro fortuito, la mettono a dura prova. Da sé il cuore non regge. Quando poi si è sciupato, lasciandosi infiacchire dalle superfluità, è necessaria una creazio­ne novella. Rattoppi valgono poco. Presto si torna alla caduta. Il cuore di Paolo, il cuore di Agostino, furono creazione nuova.

 

 

Preti del Sacro Cuore

L'opera iniziata è vasta; la messe già biondeggia nei campi, ma purtroppo mancano gli operai (Mt 9,37). Sarà mia sollecitudine chiedere a Dio colla preghiera e poi darmi attorno, per ispirare nei giovani chierici e sacerdoti amore e trasporto per questa forma di ministero che è, fra tutte, eccellentissima; renderla loro simpatica, specialmente a quelli che dalla natura e dalla grazia hanno sortito attitudini caratteristiche a vivere coi giovani. Chi sa che la buona parola, e più ancora il buon esempio, giovi, e presto io mi vegga circondato da una bella corona di fratelli, tutti ardenti di apostolato per la gioventù. Mi adoprerò ad ogni mio potere perché entrino in questo ordine di ideali e di opere i Preti del Sacro Cuore, che furono istituiti principalmente per questo, e di cui bisogna procurare l'accrescimento, essendo destinata, questa nostra congregazione, a penetrare del suo spirito di apostolato e di disciplina ecclesiastica tutta la diocesi di Bergamo.

 

 

 

Fede

Tutti si accordano nel riconoscere a Lourdes, nelle apparizioni, il trionfo del soprannaturale. Ad un secolo che non crede più, se non ciò che vede, abbagliato dalla scienza profana, la Madonna discende a schiudere di nuovo gli orizzonti della fede; ad una società che ha abbandonato Dio, disprezzato i principi della vita cristiana, Ella richiama, nell'atto della sua stessa apparizione, quei principi stessi, che hanno al loro vertice Iddio; ad una generazione, che corre pazza verso un nuovo paganesimo, Maria dice l'alto là, facendo raggiare la sua luce di purezza, la sua dignità di Madre divina, il suo esempio di santità consumata. Si noti: Ilaria nelle sue prime apparizioni non parla, perché il fatto stesso del suo apparire ha un linguaggio più eloquente di qualunque discorso. Essa compare non ai grandi, non agli scienziati, ai potenti, per far comprendere che non sono le grandezze, la scienza, la potenza umana che contano davanti al Signore, ma l'umiltà, la semplicità, la debolezza di Bernadette: apparendo vuol ridestare la fede, ma vi riesce facendola poggiare sulla affermazione di una semplice pastorella.

 

 

Mantenere vivo lo spirito di preghiera

Sento grande bisogno di uno spirito più ardente di preghiera e di unione più intima e confidente col mio Signore, in mezzo alle mie occupazioni. Mi propongo quindi fortemente di attenermi alle mie pratiche di pietà, sino allo scrupolo.

Mi alzerò sempre, e senza eccezione, alle cinque e mezza, perché non mi manchi mai il tempo alla meditazione; e dopo cena reciterò sempre il mattutino colle lodi del dì seguente. Immanchevole sarà la visita al Ss. Sacramento, in casa o fuori. Soprattutto insisto sul raccoglimento e sull'attenzione durante la recita del breviario e del santo rosario. In generale sarà mio studio mantenere sempre vivo lo spirito della preghiera, così importante per conservare il fervore dei propositi.

 

 

 

10 AGOSTO 1954, SOTTO IL MONTE

Mio giubileo sacerdotale a Sotto il Monte, 10 agosto 1954. Mattinata con cielo tersissimo dopo una benefica pioggia nottur­na. Il tocco dell'Ave Maria da San Giovanni mi sveglia prontamente con « laus tibi, Domine ». Segue un'ora di preghiera in cappella, con il breviario di san Lorenzo in mano, sulle labbra, nel cuore: la pagina di un poema. Che cosa è la mia umile vita di cinquan­t'anni di sacerdozio? Un lieve riverbero di questo poema: « Meri­tum meum, miseratio Domini ».

 

 

Le vacanze 

In special modo, siano per voi quei giorni fortunati in cui l'amore, la divozione a Gesù in Sacramento trionfi in voi, vi possegga tutto. Quindi, raccoglimento in chiesa e fuori, visite siano pure brevi ma fervorose, unione con Gesù con infinite giaculatorie ecc.

In una parola mettetevi tra le braccia, sul cuore di Gesù sacra

mentato, e poi lascerete fare a modo suo. Egli vi formerà, vi sveglierà: vi insegnerà tutto ciò che dovete fare; farà di voi, che siete un niente, un suo vero sacerdote, un suo vero amante.

Cooperando all'operare in voi della grazia, col contegno esteriore, colle parole, colle opere, voi sarete un vero chierico virtuo.o, uno specchio di quel giovanetto che toglieste ad imitare, san Giovanni Berchmans. Così accontenterete Gesù e Maria; coll'esempio sarete di edificazione agli altri, e le vacanze, nonché essere al demonio argomento di vostra rovina, vi serviranno anzi a farvi più buono, a prepararvi come si conviene al regale ministero del sacerdozio.

 

 

FESTA DEL SACRO CUORE

(Venerdì dopo la seconda domenica dopo Pentecoste) Margherita Maria Alacoque era un'umile suora, aliena da velleità e pretese, dal cuore sincero, aperto senza riserva alcuna alle effusioni della grazia. I1 Signore gradì queste disposizioni di angelica purezza, incantevole semplicità ed assoluta rinunzia a ogni calcolo umano. Avvenne così che, proprio mentre la fedele religiosa accudiva a mansione di per sé futile e quasi inconcludente ? ma con tutti i meriti della obbedienza ? nell'orto del monastero, ebbe il dono di straordinarie rivelazioni anche in rapporto a quel sublime apostolato che il Maestro stava per chiederle: la devozione e glorificazione dei misteri di carità del Sacro Cuore. La risposta al divin desiderio fu immediata; pronta e generale la propagazione del nuovissimo omaggio a Gesù, pur non mancando contrasti, come sempre avviene nel mondo, con gli uomini che cercano di far prevalere il loro personale giudizio. Alla fine, però, fu tutto un trionfo di carità, di amore fervente da parte delle anime. La devozione al Sacro Cuore ha apportato incalcolabili benefici alla Chiesa e all'umanità.

 

 

Una delle mie giornate più sante

Questa è data da scriversi aureo colore nella mia vita: ilpellegrinaggio che volli fare - e pochi giorni bastarono al conce­pirlo, al farlo, ed a riuscirvi con l'aiuto del Signore - alla Madon­na di Loreto e a s. Francesco di Assisi, come a implorazione straordinaria di grazie per il Concilio Ecumenico Vaticano ii. Lo pensai, al solito con semplicità, lo decisi; il Card. Segret. di Stato se ne interessò con vivo trasporto. Scrivo questa nota al termine della giornata che di fatto resterà una delle più sante e fe­lici del mio umile pontificato.

Il mio spirito rimase tranquillo, mentre il Vaticano, Roma, l'I­talia e il mondo gustarono una delle consolazioni più soavi della vita cattolica. La Madonna di Loreto e s. Francesco ad Assisi, visitati dal Papa in persona, divenuti argomento di un canto delizio­so e indimenticabile .

 

 

Un giogo soave
 Servo di Dio! Qual titolo, qual mansione bellissima è mai questa! Non lo dicesti tu, o Signore, che il tuo giogo è soave, ed il tuo peso è leggero? (Mt 11,30). Non sta scritto forse nelle tue Scritture che il servire a te è regnare: « servire Deo regnare est » (1 Re 3,7)? Non è forse il maggior onore per un uomo santo, il Poter dire di lui che è servo di Dio? Ed il tuo Pontefice, il tuo Vicario in terra, non si fregia forse di questo nome « servus servorum Dei »? Qual gloria adunque servire a te, o mio Dio! Eppure, io mi dimentico sì facilmente di questo mio dovere! Deh! quale vergogna, non servire ad un padrone così giusto, così buono, così santo come tu sei.

 

 

 

Con tenerezza d'affetto

Il mistero della letizia spirituale, che è una caratteristica delle anime sante, si pone in tutta la sua bellezza e nel suo fascino. Il Signore ci lascia nella incertezza circa la nostra eterna salute, ma ci fornisce dei contrassegni che bastano alla nostra calma interio­re, e che fanno fiorire la letizia.

«Ipse Spiritus reddit testimonium spiritui nostro, quod sumus filii Dei » (Rom 8,16). Scusate se è poco: sentirci figli di Dio! Que­sta sicurezza, che spesso è nel cuore senza che noi sappiamo ren­dercene conto, è la sorgente inesausta della nostra gioia, è la base più solida della vera devozione. La vera devozione consiste nel vo­lere tutto quello che è servizio pieno ed amoroso del Signore. Vo­lerlo con efficacia e con prontezza: questo è il sostanziale. Volerlo con godimento, cioè con tenerezza d'affetto, con dolcezza, con di­letto, con allegrezza: questo è accidentale e secondario, ma pure importante. Il sentimento della bontà del Signore per noi, e delle nostre miserie, forma un intreccio di allegrezza e insieme di tri­stezza. Ma la tristezza si raddolcisce anch'essa: diventa stimolo al­l'apostolato per l'ideale, il più nobile, di far conoscere, amare, ser­vire Gesù Cristo; e di togliere i peccati del mondo (Gv 1,29).

 

 

 

Ho perdute tre mie care sorelle
 

Il pensiero della morte mi tiene dolorosa e pur buona com­pagnia dal giorno della mia nomina a cardinale e patriarca di Ve­nezia. In diciassette mesi ho perdute tre mie care sorelle; due specialmente care, perché vissute solo per il Signore e per me; per oltre trent'anni custodi della mia casa, in tranquilla attesa di con­giungersi negli ultimi anni col loro fratello vescovo. Il distacco mi è costato assai, al cuore più che al sentimento. Amo - pur non cessando di pregare per loro - vederle in cielo a pregare per me, ormai più liete di aiutarmi e di attendermi di là, che di qua. O An­cilla, o Maria, associate ormai nella superna luce gioiosa, alle due, Teresa ed Enrica, tutte e quattro tanto buone e timorate di Dio, sempre vi ricordo, vi piango e insieme vi benedico.

Oggi vedo chiaro come anche questa separazione fu dispo­sta dal Signore, perché, nel mio consacrarmi al bene spirituale del­le anime dei miei figli di Venezia, il patriarca apparisca come Melchisedek « sine patre, sine matre et sine genealogia » (Eb 7,3).

 

 

Perchè c'è ancora, come prima.

L'urna con la reliquia di Papa Giovanni, dopo aver salutato domenica 10 giugno il suo paese con l'ultima sosta davanti alla chiesa del Battesimo e la Casa Natale,  è ora in San Pietro a Roma. Lunedì 11, martedì 12, e oggi mercoledì 13, la gente ha continuato a venire. Qualcuno già dice che sabato e domenica prossimi si avrà ancora l'arrivo di tanti pellegrini. Certo, perchè Papa Giovanni c'è ancora, perché durante la presenza dell'urna, molti si sono sentiti riaccendere della bontà, della fede, della forza del Santo. Per alcuni, la venuta a Sotto il Monte è stata anche una scoperta. Avevano sentito parlare di lui, ma non immaginavano di vedere gente, venuta anche da lontano, che pregava e che si confidava a Papa Giovanni e che partiva contenta.  Nel nostro cammino, Dio ci fa dono di incontrare qualche santo ed è un'amicizia che ci fa bene. Leggiamo una riflessione dell'artista e teologo Marko Ruptnik : "La vera teologia spirituale si impara dai santi, che così garantiscono che la teologia e la dottrina spirituale non divengano una teoria, un ideale pensato e volontaristico: si tratta sempre di una unità del divino e dell'umano, che attraversa tutta la persona nella sua realtà corporea, psichica, intellettuale e spirituale. Un'unità organica, non forzata e non progettata artificialmente. Il Vangelo prende corpo in un santo, una santa. Il contatto col santo diventa esperienza viva del Signore, perché il santo vive in intima unione col Signore. La vita spirituale si alimenta di contatti coi santi e vi trova energia per il cammino col Signore Gesù".

Papa Giovanni è ancora vivo tra noi!

 

 

La reliquia è partita, papa Giovanni c'è ancora

Lunedì, 11 giugno, ore 7.30. La chiesa parrocchiale è chiusa e tutto in giro non c'è anima viva. Forse Sotto il Monte può dormire un po'. Ieri sera Papa Giovanni prima di lasciare Sotto il Monte, ha voluto fare ancora una piccola sosta : dare un saluto alla chiesa del suo battesimo e alla sua casa natale. Devo celebrare alle 8. Finalmente arriva una macchina, scende un uomo che cammina con fatica, chinato un po' a destra, apre la chiesa. Arriva un altro, cammina piegato piuttosto a sinistra. In sacristia non si può dire quello che troviamo. Paramenti, libri, carte, candele, cofani di reliquie... basta così! Ai due sacrestani, uno curvo a destra, l'altro a sinistra,  che si trovano davanti a una giornata di lavoro per rimettere tutto in ordine, chiedo: "Siete contenti?". Sì, mi dicono, "ma lui non c'è". Non si lamentano dei dolori alla schiena, ma sono contenti dicendo : "E' andato tutto bene". La stessa cosa, la dicono le centinaia di volontari che in questi giorni hanno curato un ordine straordinario.

Ora però bisogna sentire e vivere un'altra cosa. E' la reliquia che è partita, lui c'è ancora. E' vero che quel corpo, quel volto, quelle mani hanno tirato qui a Sotto il Monte 250.000 persone e le hanno fatte piangere di commozione, ma lui vuol dirci soprattutto che vuole parlarci ancora, ascoltarci, carezzarci, incoraggiarci. Lui viveva coi santi, parlava, li ascoltava, li obbediva. Il card Martini alla solennità di Tutti i santi del 1999 invitò i cristiani ad "alzare lo sguardo verso il cielo" ricordando che : "I santi del cielo sono più vicini a noi di quanto ci sono vicini sulla terra coloro che amiamo;  essi ci conoscono più profondamente e ci amano più fortemente di quanto non ci abbiano conosciuto e amato sulla terra. I santi sono molto più presenti a noi, molto più capaci di operare e di intercedere per noi, di quanto erano sulla terra; sono perciò davvero i nostri grandi amici, sempre pronti a conversare con noi".

La reliquia è partita... Papa Giovanni c'è ancora.

 

 

Io possiedo un'anima

Quale grandezza! Io non sono un sasso, una pianta, un animale qualsivoglia; io sono un uomo, ed un uomo per l'anima che mi vivifica. Per l'anima un raggio del volto divino risplende sopra di me, e per la memoria io sono fatto simile al Padre, al Figlio per l'intelletto, allo Spirito Santo per la Volontà. Ma non solo: l'anima umana è di un valore infinito, poiché costa il sangue di un Dio. Laonde l'anima di un selvaggio, di un Turco, è più preziosa di tutte le ricchezze del mondo. Quale valore! Essa è destinata a godere di quella gioia ond'è beato Dio medesimo. Come dunque avrò io il coraggio di offendere quest'anima bella della bellezza stessa di Dio? Come posso permettere che per il peccato sia fatta simile ai giumenti, resa schiava del corpo, essa che del corpo è la signora? Eppure l'ho fatto! Quale umiliazione per me! Per l'anima si manifestarono le grandezze delle perfezioni divine; nella creazione, e molto più nella Incarnazione, risplendettero nella loro più fulgida luce l'onnipotenza, la sapienza e l'amore di Dio. Iddio si assoggettò per essa a tutti i tormenti, alla morte stessa. Ed io perché non mi mortificherò, non patirò qualche cosa per cooperare alla salvezza di quest'anima che infine non è d'altri, ma è mia?

 

 

Che cosa senti?

Ho avuto la gioia di chiedere ad alcuni pellegrini venuti a Sotto il Monte e che dopo aver visto il Santo Papa Giovanni in parrocchia,  erano entrati anche nella sua Casa natale. Alla mia domanda, incominciavano a dire che non potevano mancare. "Lui fa parte della mia vita", diceva qualcuno.  La risposta per molti è : "Sento pace, libertà profonda, sollievo, tanta gioia". Non pochi si sentono rinnovare e incoraggiati a rivivere, a ritrovare la gioia della preghiera, la fede. Altri si sentono sconvolti, non immaginavano di essere toccati profondamente, come qualcuno dice : "Coi tempi che corrono, un uomo come questo ci richiama a  una vita straordinaria che non può essere messa da parte". Uno si sente confermato nel suo impegno quotidiano e mi ridice una preghiera di Papa Giovanni : "Che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma efficace". Alcune volte riesco a cogliere e a registrare nella memoria quello che mi dicono, ma qualche volta mi sento commosso e incapace anch'io di dire qualcosa. Non pochi piangono... o dicono : "Non ce la faccio... sento troppo...".                                                                                                       Aveva ragione Turoldo quando disse in una sua poesia : "E intanto il mondo è di nuovo ferito e piùneppure alla porta del tempio attende: Papa Giovanni, tu padre del mondo, uomodi fede, ritorna...ritorna almeno tu a dirci: "poiché non ho né oro né argento... io vi dico: alzatevi e riprendete il cammino!..."

 

 

 

 Sentiamo una nostalgia tremenda di condividere

Nell'ECO DI BERGAMO dell' 8 giugno, leggiamo che il card Scola a sindaci, amministratori e politici  riuniti a Sotto il Monte davanti a Papa Giovanni, dice  : "Il lavoro di ricezione del Concilio Vaticano II sarà ancora lungo". Andrea Valesini, direttore del giornale, gli domanda : "Nelle encicliche del Papa, c'è anche un'idea di bene comune attualissmo. Che compito ha oggi la politica nella ricostruzione di un senso di comunità? Il cardinale risponde : "Oggi assistiamo ad una involuzione in questo campo. Per questo scopo rifarsi alla figura e all'insegnamento di Papa Giovanni è un'ottima garanzia".  Nella stessa pagina del giornale, don Gianni Gualini   immagina che Papa Giovanni  rivolga delle domande alla sua gente, per esempio : "Vivete in pace tra voi?" e don Gianni,  a nome della gente  risponde : "Sentiamo una nostalgia tremenda di avere qualcosa di grande da condividere e per cui darci da fare". Poi si rivolge al Papa e gli dice : "Siamo contenti del tuo ritorno. Esso ci aiuta a ritrovare... la strada del Vangelo  di Gesù, di cui il tuo volto ne è il riflesso". Il Concilio e Papa Giovanni ci aiutano a ritrovare la strada del Vangelo a condizione che lo vogliamo. La nostalgia ci deve portare a prendere sul serio i valori ricordati da Scola nelle encicliche del Papa intorno a quattro cardini : verità, giustizia, amore e libertà.  

Nostalgia di condividere domanda di  mantenere il cuore, la porta di casa, il volto aperti a tutti come ha fatto Papa Giovanni che salutando i cattolici Bulgari, ricordava la tradizione irlandese di mettere alla finestra delle case una candela accesa la notte di Natale, in ricordo di Giuseppe e Maria che cercavano un alloggio,  e diceva: "Ovunque io sia, anche in capo al mondo, se un bulgaro passerà davanti alla mia casa troverà sempre alla finestra una candela accesa. Potrà battere alla mia porta... sia cattolico o ortodosso, troverà nella mia casa la più calda e la più affettuosa ospitalità".

 

 

 

Dalla campagna sin da piccino

Che delizia il pensare a ciò che ha fatto Gesù per fondare la Chiesa! Invece di chiamare dalle accademie, dalle sinagoghe, dalle cattedre, i dotti, i sapienti, ha posto il suo occhio amoroso su dodici poveri pescatori, rozzi, ignoranti. Li ammise alla sua scuola, li fece partecipi alle sue confidenze più intime, li rese oggetto delle sue tenerezze più amorose, a loro affidò la grande missione di cambiare l'umanità. A dilatare il suo regno, a partecipare in qualche modo all'opera degli Apostoli, Gesù nel successo dei tempi si è compiaciuto di chiamare anche me. Mi ha tolto dalla campagna sin da piccino, con affetto di madre amorosa mi ha provveduto di tutto il necessario. Non avevo pane e me l'ha procurato, non avevo di che vestirmi e mi vestì, non avevo libri per studiare e pensò anche a quelli. Talora mi dimenticavo di lui ed egli mi richiamò sempre con dolcezza; mi raffreddavo nel suo affetto ed egli mi scaldò al suo seno, alla fiamma onde arde perennemente il suo cuore.

 

 

Non ha dimenticato il bergamasco

La signora Rosina, in questi giorni, vedendo il Santo Papa Giovanni, si è sentita salutare come quando era passato davanti alla sua casa, tanti anni fa: "Te Rosina... te se balosina!". E me lo ha raccontato con lo stesso sorriso di una volta, fiera... mentre all'angolo di un occhio le spuntava una lacrima di gioia e di commozione.  Mi è piaciuto l'articolo nell' Eco du Bergamo che raccontava l'incontro dell'Atalanta col Papa e che il Papa aveva chiesto al portiere Zaccaria Cometti : "De 'ndo se?". I bergamaschi dicono, scrivono con fierezza che Papa Giovanni, appena poteva, era tutto contento di parlare la sua lingua.  Ed è commovente ricordare che morendo salutò con gioia la nipote Enrica dicendole : "La me regiura".

In questi giorni, la venuta del Santo Papa Giovanni ha rafforzato il senso di appartenenza dei bergamaschi, contenti di averlo accolto con onore e soprattutto con la gioia che il loro santo, con l'arrivo di così tanti pellegrini, non solo è riconosciuto per le grandi novità portate alla Chiesa e al mondo, ma è salutato con affetto indescrivibile e con la riconoscenza profonda nel cuore perché sta riportando molti ai sentimenti di umanità e di fede sentiti e vissuti nel passato.  Ecco le parole di un anziano : "E' ancora per noi un punto di riferimento sicuro, una speranza riaccesa, un fuoco di pace. Sento che il bene ci unisce, riscalda, riaccende". 

 

 

L'Eucaristia è Dio è con noi.

Signore dell'universo, Egli ha diffuso il suo spirito su tutto il creato, e ne ha fatto balzare come capolavoro l'uomo configurato alla immagine del suo volto divino. Grande cosa, diletti figli, il volto di Dio impresso sopra tutto il creato: reso splendente nelle sembianze umane: Signore, Principio, Verbo, il Verbo Divino preso di amore per l'uomo, così da voler abitare in sua compagnia sulla terra: come fratello con i fratelli. «Il verbo si pece carne ed abitò tra noi». E poiché questa nostra natura umana era ferita ed umiliata, ecco che Egli la redime a prezzo del Sangue suo: la penetra dei meriti del suo sacrificio, ai quali perciò stesso la associa, pur rispettando la libertà di ciascun uomo di accettare o di rifiutare il beneficio e l'onore. Ma il colmo del «dio con noi» è questo sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo... Nel Corpus Domini non solo vi è un richiamo al Figlio di Dio come creatore, redentore e fratello nostro; ma è richiamo a Gesù per la virtù del grande mistero Eucaristico divenuto il nutrimento spirituale più prezioso della vita umana. Oh! Canta, canta, grande dottore e vate nostro Tommaso d'Aquino: «Sì, questo il pane degli angeli, divenuto cibo dei viandanti, esso è il pane dei figlioli...» Imponente il culto eucaristico penetrante di tanta dolcezza i cuori, ma ciò che più conta a servizio della buona comunità cristiana, e come a termometro di vero fervore spirituale, è l'amore a Gesù nel suo sacramento, la familiarità con il Tabernacolo, la graziosa compagnia preparata a consolare la solitudine misteriosa e benedicente. DISCORSI I, p. 349 Oh! l'altare, l'altare, dove il Libro divino ed il Calice rappresentano i due segni più alti e più sacri delle comunicazioni. e degli scambi tra il divino e l'umano! La voce sacerdotale legge il libro e lo canta: le mani sacerdotali sorreggono il Calice e lo benedicono. È sull'altare che i due testamenti si congiungono e si compiono, Gesù, il Verbo di Dio fatto uomo, si asside, infatti, sacerdote eterno in mezzo a loro: continuatore di una celebrazione suggellata dal sacrificio del Sangue Suo, prolungantesi misteriosamente lungo i secoli per il ministero sacerdotale, che assicura gli immensi valori spirituali della Redenzione a beneficio delle anime e dei popoli. Non per nulla la Pasqua si chiama «Phase», cioè il passaggio del Signore... Ed ogni messa celebrata segna il tocco di questo passaggio perciò ogni giorno è Pasqua nel tempio del Signore. È intorno all'altare, infatti, e per la santa Messa, che si svolge la vita religiosa delle anime, delle parrocchie, delle città, delle nazioni. Ed è dall'altare che si irradiano le altre forme o espressioni di culto costituenti tutto l'insieme della sacra Liturgia. SCRITTI III, p.85

O Gesù, re delle genti e dei secoli, accogliete gli atti di adorazione e di lode che noi, vostri fratelli di adozione, umilmente vi tributiamo. Voi siete «il Pane vivo disceso dal cielo, che dà la vita al mondo»; sommo sacerdote e vittima, vi immolaste sulla croce in sacrificio cruento di espiazione all'Eterno Padre per la redenzione del genere umano, ed ora vi offrite quotidianamente sui nostri altari per le mani dei vostri ministri, a fine di instaurare in ogni cuore il vostro «regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace». O «Re della gloria», venga dunque il vostro regno! Regnate, dal vostro «trono di grazia», nei cuori dei fanciulli, perché conservino immacolato il candido giglio dell'innocenza battesimale. Regnate nei cuori dei giovani, affinché crescano sani e puri, docili alla voce di coloro che vi rappresentano nella famiglia, nella scuola, nella chiesa. Regnate nel focolare domestico, affinché genitori e figli vivano concordi nella osservanza della vostra santa legge. Regnate nella nostra patria, affinché tutti i cittadini, nell'ordine e nell'armonia delle classi sociali, si sentano figli di uno stesso Padre celeste, chiamati a cooperare al comune bene temporale, felici di appartenere all'unico corpo mistico, di cui il vostro sacramento è insieme simbolo e imperitura sorgente. Regnate, infine, o Re dei re e «Signore dei signori», su tutte le nazioni della terra ed illuminate i reggitori di ciascuna affinché, ispirandosi al vostro esempio, nutrano «pensieri di pace e non di afflizione». O Gesù Eucaristico, fate che tutti i popoli servano liberamente a voi, consapevoli che «servire a Dio è regnare». Preghiera divulgata nella circostanza del XVI Congresso Eucaristico nazionale italiano celebrato a Catania (6?13-09-1959).

 

 

Il pensiero del padre

"Mi sento voluta bene, capita, per me è come un papà".  Chi mi ha parlato  è una mamma che viene spesso per sedersi e stare un po'  davanti alla statua di Papa Giovanni. E continua :"Vengo spesso perché ho bisogno di sfogarmi. Dopo un pò che sto con lui, ritorno calma, serena, in pace. Lui mi ricorda mio padre... Non è che mi accontenti sempre, e a volte mi parla severo... ma mi dà forza, mi rende sicura e mi aiuta a vivere con la sua forza. La cosa più bella è che mi insegna ad amare i miei figli, mio marito, il lavoro, i vicini".

Sentendo questa mamma, mi domando se quello che dice è una idea, una fantasia... se è tutto realtà.  Mi son venuti due pensieri. Il primo è che mi ha ricordato che Papa Giovanni parlava con la Madonna, coi santi,  come se fossero lì all'angolo e diceva tutto e chiedeva l'aiuto per stare buono e per fare del bene. Ne aveva anche dei preferiti, come diceva lui. Il secondo pensiero mi ha spinto a ritrovare l'idea della paternità vissuta in Papa Giovanni. La sera dell'apertura del Concilio ha detto : "Cari figlioli, la mia persona conta niente; è un fratello che parla a voi, diventato Padre per volontà di nostro Signore... Continuamo a volerci bene, a volerci bene così...".  E davanti alla foto di suo padre, ha scritto : "Papà Giovanni Battista : i suoi occhi sono pieni e di sorriso. Torna gradito il ricordo della sua fedeltà ai suoi doveri religiosi, alla sua messa tutte le mattine, all'interessamento vivo che egli prendeva alle cose di Chiesa, al suo spirito di onestà scrupolosa che erano di edificazione ai suoi figli e nipoti".

A quella mamma, se mi legge, vorrei dirle che continui a venire a sfogarsi e che aggiunga una preghiera a Papa Giovanni per i padri di oggi, perché a figli e nipoti lascino il ricordo del loro affetto, della loro fede, della loro onestà.

 
 

 

 

I vecchi sanno dove vengono

E' un continuo ricordare. Perché Papa Giovanni era rimasto attaccato alla sua terra e alla sua gente. Non c'è luogo a Sotto il Monte e nei dintorni che non conservi qualcosa di lui. Soprattutto  perché le vacanze le passava al suo paese e non esistevano altre persone così legate a lui. Persone di famiglia, persone delle famiglie che conosceva e che amava ritrovare per strada, magari col rastrello sulla spalla  venendo dai campi. Gente che lo hanno visto mangiare un bel pane col salame o tirarsi su la tonaca attraversando una pozza d'acqua. Tutti lo sentivano uno di loro, col profumo e col sorriso della loro terra. In questi giorni, da gente di Sotto il Monte e da chi l'aveva incontrato qualche volta, anche se era bambino, puoi sentire racconti di ogni genere o il ricordo della carezza ricevuta. Tutti, ora venendo qui e risentendolo vivo e vicino, ricordano cos'era Sotto il Monte, la vita di Sotto il Monte, la pace, le gioie, i sudori, le lacrime e le vere feste. Mi è piaciuta la frase pronunciata da un anziano: "Risento quello che vivevo, noi vecchi sappiamo". Lo aveva detto ancheTuroldo in una poesia : "Papa Giovanni, tu padre del mondo, che mai dalla terra hai tagliato le radici mai rinnegata la origine tua di uomo della terra".

 

 

Mi sento a casa

In questi giorni, col ritorno di Papa Giovanni a Sotto il Monte, noi missionari del PIME incontriamo tanta gente anche nel segreto del confessionale. Siamo ancora agli inizi e solo fra alcuni giorni potremo fare un bilancio di questo evento che si fa sentire già straordinario. Parecchie espressioni dei pellegrini vanno nel senso di un ritorno... ripresa di ricordi, pace, serenità, bisogno di riconciliazione, di spiritualità. Conclusione di molti del paese e venuti da lontano : "Mi sento a casa".

Anche Papa Giovanni si sente a casa sua e risaluta tutti come faceva quando ritornava a Sotto il Monte. E così ha salutato l'ormai anziana signora  ridicendole : "Rosina, te se balosina". Me lo ha detto lei...col sorriso e con qualche lacrima... di gioia.

Anche i bambini, i giovani, assistono e sentono in profondità l'emozione dei loro genitori. Sotto il Monte è commosso, risente Papa Giovanni vivo.

 

 

Pienezza di pace

« 1. Pace diffusiva, nei diversi contatti individuali, anche con gli inquieti: compatirne la fiacchezza tollerando, tacendo, dissimulando, scusando. Fraterna dilezione, non larva di amore; longanimità.

2. Pace nell'ammonire. Esempio dei santi: san Leonardo, san Gregorio Magno, sant'Alessandro Sauli, san Filippo; san Fran­cesco di Sales.

3. Pace nelle malattie. San Francesco d'Assisi: " O pastore buo­no, concedi alla tua pecorella che per nessuna angoscia o dolore o infermità io parta da te ".

4. Pace nell'impotenza dell'operare: parola ed esempi. Ancora san Francesco col suo fraticello.

 

 

 

Papa Roncalli e l’Algeria

Durante i dieci anni vissuti a Touggourt in Algeria, zona desertica abitata da varie ethnie di arabi e di musulmani,  ho avuto la gioia di incontrare i membri della Diocesi di Costantine, terra di Sant’ Agostino, per un ritiro spirituale: vescovi, preti, religiose e cristiani algerini e stranieri.

In quei giorni ho potuto accertarmi sulla visita dell’Algeria che il card Roncalli aveva fatto nel 1950 come nunzio apostolico della Francia e dell’Algeria e ho trovato la cronaca della sua visita nella vecchia raccolta del bollettino diocesano ECHO. Una settimana intera di incontri in vari luoghi, accompagnato dal Card Duval, arcivescovo di Algeri che aveva lottato contro l'uso della tortura  e col quale condivideva una profonda amicizia. Arrivò fino a Biskra, a pochi km da Touggourt. Nel 1950 c’era una grande vitalità cristiana in tutto il Nord dell’Algeria. Vi vivevano molti “Pieds Noirs”, oriundi francesi e italiani che lavoravano i terreni e avviavano varie attività commericali, industriali e professionali. Ma poco profondo era il loro rapporto con la popolazione araba e musulmana.

Negli anni ‘50 in Algeria scoppiò la guerra civile e nel 1962 ci fu l’indipendenza. Roncalli divenuto papa, seguì gli avvenimenti con immensa sofferenza. Vi riporto alcune frasi pronunciate come gridi di dolore. Sono datate tra l’aprile del 1961 al luglio 1962.

“Si succedono avvenimenti tristi contro la vita e i beni di numerosi cittadini”.

 “Vi diciamo la nostra gioia nel rivedervi… Ma vi confidiamo la nostra pena e vi invitiamo a unirvi alla nostra preghiera verso i quattro punti cardinali. La nostra angoscia alla vista del sangue che bagna la terra… vittime umane sacrificate nel disprezzo di accordi in attesa di applicazione. Il comandamento divino risuona fermo e grave: “Non ucciderai!”

Spiagge che un tempo abbiamo visitato… terre in cui il lavoro e la concordia potevano vivere a profitto di popolazioni nel trionfo della giustizia… Venga il giorno di pace! Che nessuno spezzi delle vite umane e che si veda in ogni uomo l’immagine di Dio Creatore! Non uccidete! Cari figli e figlie sostenete le braccia del Padre comune della cristianità in preghiera…. E fate eco alla sua parola. Prevalga il diritto e la mutua carità. Sulle terre insanguinate dell’Africa siano benedetti gli autori e i costruttori di pace”.

Al Card Duval: “Vostra eccellenza comprenderà la nostra pena in questa ora per la Francia che ci è cara e che vediamo minacciata da lotte fratricide e per le popolazioni algerine che avemmo il piacere di visitare nel 1950 e alle quali auguro cordialmente la realizzazione delle loro legittime aspirazioni".

 

 

L'orazione

La preghiera era l'impegno più importante di Papa Giovanni. Faceva attenzione ad evitare l'abitudine e la distrazione e curava la preparazione.

In quest'oggi, a regola, non c'è stato proprio male; però se ci fossero maggiori giaculatorie non sarebbe troppo. Nel rosario e nella visita, mi pare di aver fatto quantum possum, quantunque del resto le distrazioni non siano mancate. Io credo che possa grandemente assicurare l'esito delle pratiche di pietà il prepararvisi prima. “ante orationem, dice lo spirito santo, prepara animam tuam” (sir 18,23). O gesù, o maria, proteggetemi sempre.

Il tempo che do all'azione deve essere proporzionato su quello che do all'« opus dei », cioè all'orazione. Ho bisogno di dare alla mia vita un tono di preghiera più vibrante e più continuato. Dunque meditare di più e trattenermi col signore più a lungo, leggendo, recitando preghiere vocali, anche tacendo. Spero che il santo padre mi conceda la grazia di tenere il ss. Sacramento in casa, a sofia. La compagnia di gesù sarà la mia luce, il mio conforto, la mia gioia.

Ciò che impressiona nel Giornale è questa continuità, questa fedeltà alle forme giovanili della sua pietas, questo ininterrotto approfondimento sulla linea originaria, questa sapiente fruizione di un metodo collaudato, in particolare dagli esercizi spirituali secondo l'ispirazione di sant'Ignazio di Loyola, senza desiderare nuove sperimentazioni, anzi respingendole. Angelo Roncalli, dall'innocente adolescenza alla severa maturità, è uomo pio, immerso nella luce dell'Eterno, in ascolto della Parola, in esercizio di obbedienza alla Parola. Uomo pio, sacerdote pio.

 

 

 

PREGHIERA

O Santo Spirito Paraclito, perfeziona in noi l'opera iniziata da Gesù: rendi forte e continua la preghiera che facciamo in nome del mondo intero: accelera per ciascuno di noi i tempi di una profonda vita interiore: da' slancio al nostro apostolato, che vuol raggiungere tutti gli uomini e tutti i popoli, tutti redenti dal Sangue di Cristo e tutti sua eredità. Mortifica in noi la naturale presunzione, e sollevaci nelle regioni della santa umiltà, del vero timor di Dio, del generoso coraggio. Che nessun legame terreno ci impedisca di far onore alla nostra vocazione: nessun interesse, per ignavia nostra, mortifichi le esigenze della giustizia: nessun calcolo riduca gli spazi immensi della carità dentro le angustie dei piccoli egoismi. Tutto sia grande in noi: la ricerca e il culto della verità, la prontezza al sacrificio sino alla croce e alla morte; e tutto, infine, corrisponda alla estrema preghiera del Figlio al Padre celeste; e a quella effusione che di Te, o Santo Spirito di amore, il Padre e il Figlio vollero sulla Chiesa e sulle sue istituzioni, sulle singole anime e sui popoli. Amen, amen: alleluia, alleluia. DISCORSI IV p. 350

 

 

Vita e apostolato di santità

Vita e apostolato di santità « et in Spiritum Sanctum Dominum et vivificantem » . Capir bene che noi vescovi e religiosi siamo tenuti alla santità, appunto perciò le manifestazioni dello spirito in noi sono « spiritus gratiae et precum ».

Vita di preghiera, importanza, eccellenza, modo pratico di assolvere l'«opus divinum ». Il Breviario del cardinale Massaia.

II. « Spiritus veritatis spiritus charitatis » (Gv 16,13). L'annuncio della verità: catechismi in tutte le forme ai piccoli ed ai grandi: doveri gravissimi del sacerdote.

« Spiritus charitatis »: innanzi tutto coll'esempio del disinteresse, poi col dare, col dare senza paura; poi in due forme caratteristiche di carità: il confessionale e gli ammalati. Soprattutto lo spirito di carità nei rapporti coi confratelli. Richiamato il dovere del silenzio e del segreto, e del non riferire ciò che stuzzica l'amor proprio o il risentimento altrui.

 

 

Brucia queste paglie

Già è inoltrata la notte; le stelle chiare e lucenti brillano nella fredda atmosfera; voci chiassose e discordi giungono al mio orecchio, dalla città: sono i gaudenti del mondo che ricordano coi bagordi la povertà del Salvatore; attorno a me dormono i miei compagni nelle loro camere, ed io veglio ancora, pensando al mistero di Betlemme. Vieni, vieni Gesù, io ti attendo (cfr. Ap 22,20).

Maria e Giuseppe, sentendo l'ora vicina, rifiutati dai cittadini, si danno alla campagna, in cerca di ricovero. lo sono un povero pastore, non ho che una miserabile stalla, una piccola mangiatoia. alcune poche paglie (Le 2,16); offro tutto a voi, compiacetevi accettare questo povero tugurio. Ti affretta, o Gesù, eccoti il mio cuore; l'anima mia è povera e nuda di virtù, le paglie di tante mie imperfezioni ti pungeranno, ti faranno piangere; ma, o mio Signore, che vuoi? è tutto quel poco che ho. Mi commuove la tua povertà, mi intenerisce, mi strappa le lacrime; eppure io non so qual cosa di meglio offrirti. Gesù, abbellisci l'anima mia con la tua presenza, adornala con le tue grazie, abbrucia queste paglie e cambiale in soffice giaciglio al tuo corpo santissimo.

 

Fecondità del FIAT

Domani parto per il servizio militare in sanità. Dove mi manderanno? Forse sul fronte nemico? Tornerò a Bergamo, oppure il Signore mi ha preparata la mia ultima ora sul campo di guerra? Nulla so; questo solamente voglio, la volontà di Dio in tutto e sempre, e la sua gloria nel sacrificio completo del mio essere. Così e solo così, penso di mantenermi all'altezza della mia vocazione e di mostrare a fatti il mio vero amore per la patria e per le anime dei miei fratelli. Lo spirito è pronto e lieto (Mt 26,41). Signore Gesù, mantenetemi sempre in queste disposizioni. Maria mia buona mamma, aiutatemi « ut in omnibus glorificetur Christus » (Fil 1,18).

 

 

40 GIORNI DOPO PASQUA

Si compie oggi il 40° giorno di sopravvivenza di Gesù sulla terra dopo la sua Resurrezione, non più in carne mortale ma in corpo glorioso. A1 convegno dei Dodici, dapprima sul Sion, in ultimo convito, ed ora sulla vetta dell'Oliveto, egli diede ai suoi l'ultimo saluto, ripetendo la promessa della imminente venuta dello Spirito Santo che avrebbe perfezionato in loro l'opera sua, rendendoli pronti alla conquista del mondo intero: «Fino alla fine del mondo» che è tutto dire. E là sul monte splendette come ultimo sorriso ai suoi ancora un raggio della sua bontà, e poi dolcemente si elevò verso le vie del cielo, finché una piccola nube lo tolse agli occhi incantati e rapiti (cfr. At 1,9). La santa Liturgia ci raffigura questo apparire del Crocefisso risorto nella luce di Pasqua ed ora questo suo scomparire al compiersi del quarantesimo giorno sotto la immagine del gran cero che fu benedetto e recato in trionfo nella notte del Sabato Santo: e che ora dopo il canto del Vangelo odierno viene spento in attesa di nuove Pasque lontane... Sii benedetto... o cero Pasquale: colonna luminosa che ci hai allietato per quaranta giorni colla tua fiamma brillante e pia... Noi ti salutiamo. Possiamo noi rivederci ancora entro un anno nel ritorno felice delle celebrazioni liturgiche succedentisi regolarmente di stagione in stagione. Questa è la vita cristiana. Seguire gli episodi della vicenda mortale di Gesù penetrando il nostro spirito dello spirito suo: le delizie, le pene, i sacrifici e la vittoria sua. SCRITTI III, p. 560

 

 

Umiltà sempre in tutto

Io devo proprio far così: non dire mai ad altri cosa che poi non mi studi di mettere in pratica anch'io (Gc 1,22), poiché finora è succeduto il contrario. Per esempio, coloro ai quali io parlo dell'amore di Gesù Sacramentato, potranno forse formarsi un bel concetto di me a questo riguardo, perché mi sembra di parlare quanto più posso caldamente. Invece io posso dire di essere ancora indietro le mille miglia, certo più di tutti i miei compagni. Dunque, bisogna che io attenda a me stesso (1Tm 4,16) con ordine. Per il che, nei miei esami, fisserò sempre un mio difetto particolare e sopra di quello specialmente attenderò davvero. Ora, in questa settimana, sarò un pochetto scrupoloso alla scuola di lettere, userò speciale raccoglimento nella meditazione, rosario ed esame generale; e del resto, umiltà sempre in tutto, specialmente con gli altri, col non parlare mai di me stesso nei circoli, secondare, o dare occasione che si veda o si mettano in pubblico i difetti degli altri invece di coprirli.

 

 

Esempio di somma modestia

 

Oltre al dar io esempio di somma modestia nel parlare, procurerò in famiglia di allontanare dai discorsi argomenti poco convenienti alla santa purità, non mai permettendo che, in mia presenza massimamente, si parli di amoreggiamenti, si usino parole poco oneste e decenti da chicchessia, o si cantino canzoni amorose; sempre correggerò con carità di qualunque immodestia da altri usata, e se persisteranno mi allontanerò mostrandone il più vivo dispiacere. In seminario poi a questo riguardo sarò scrupoloso e tutt'occhi per allontanare genialità, simpatie fra i compagni e tutti quegli atti o parole, che, se nel mondo possono passare, sono indecenti per gli ecclesiastici.

 

 

<p class=" />Il twit di Papa Giovanni e il vostro

Ho immaginato che Papa Giovanni abbia sentito un po' di nostalgia del suo paese di Sotto il Monte e abbia twittato a Papa Francesco, chiedendogli di poter lasciare il Cielo per fare un po' di vacanza con la sua gente. Naturalmente Papa Francesco deve aver twittato al Vescovo Francesco di Bergamo per chiedergli come fare. Sta di fatto che Papa Giovanni sta facendo le valigie, o meglio sta preparando che cosa portarci e che cosa dire. Sì, perché, anche Turoldo diceva che Papa Giovanni è ancora vivo più di quanto si pensi e che non solo tra i bergamaschi, ma anche tra tanti altri, non solo italiani, ci solo devoti che continuano a venire a Sotto il Monte per accarezzarlo, invocarlo, piangere di gioia e di dolore sentendosi accompagnati da lui. Mi piacerebbe invitarvi a scrivergli qualcosa (indirizzo : This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.) o dirgli che cosa desiderate che vi porti o che vi dica nella sua vacanza. Il vostro scritto lo poserei accanto a Papa Giovanni, quando verrà, ma anche, ancor meglio, lo direi a Gesù Eucaristia, ogni mattina alla messa, perché Papa Giovanni, sempre in Cielo è accanto a Gesù, fa e dice solo quello che dice e fa Gesù. Il più bello che capita a Sotto il Monte è ritrovare la fede e la pace in Gesù.

 

 

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Fedele al mio principio

Il mio presente. Eccomi dunque vivo, a sessantanove anni in corso, prostrato sul Crocifisso, a baciargli il viso e le piaghe san­tissime, a baciargli il cuore scoperto; eccomi qui in atto di amore, di dolore. Come non rinnovare a Gesù il mio ringraziamento di trovarmi ancor giovane e robusto di corpo, di spirito, di cuore? Il « nosce teipsum » mi tiene dimesso e senza pretese. Qualcuno segue la mia povera persona con ammirazione, con simpatia: ma grazie a Dio, io sento rossore di me stesso, delle mie insufficienze, del poco che sono in un posto così importante, dove il Santo Pa­dre mi volle e mi tiene, per sua bontà. Da tempo, e con nessuna fatica, faccio professione di semplicità, bravando amabilmente tutti gli spiriti che, nella ricerca delle doti di un diplomatico della Santa Sede, preferiscono l'involucro esteriore appariscente al frutto sa­no e maturo.

 E resto fedele al mio principio, che parmi abbia sempre un posto di onore nel discorso della montagna: beati i poveri, i miti, i pacifici, i misericordiosi, gli assetati di giustizia, i puri di cuore, i tribolati, i perseguitati (Mt 5,3-10). Il mio presente resta dunque una energia, in atto di fedeltà a Cristo obbediente e crocifisso, co­me tante volte lo ripeto in questi giorni: « Christus factus oboe­diens » (Fil 2,8), povero ed umile come lui, ardente di divina carità, pronto al sacrificio ed alla morte, per lui e per la sua Chiesa.

 

 

Una preghiera speciale

Revdo Padre, sono una suora di Maria Bambina, mi permetto di mandarle questa foto di N. B., bambino molto grave, per chiedere per lui e per i suoi genitori una preghiera speciale a Papa Giovanni che presto verrà fra voi. Perché sia il bambino che i genitori possano trovare la forza e la consolazione nella fede in Cristo Gesù, in Maria SSma e nell'intercessione di San Giovanni XXIII, il Papa buono. Grazie. Accludo una piccola offerta per una Santa Messa. Colgo l'occasione per porgere a Lei e tutta la Comunità gli auguri di una serena e santa Pasqua. Chiedendo una preghiera anche per me, per la mia comunità e i nupoti che si sono allontanati dalla pratica religiosa. Con riconoscenza e il saluto fraterno. Suor E.

 

 

Il Verbo fatto carne si porrà fra le mie mani

Lungo la piastra di marmo dell'altare della chiesa di Brusicco, dove il piccolo Angelo Roncalli ricevette il battesimo, si legge : Lo riconobbero allo spezzare del pane. Celebrando in quella chiesa e ovunque, Angelo Roncalli, prete, vescovo, cresceva di devozione e di amore per l'Eucaristia, pane spezzato, donato e si preparava ad essere anche lui Pane donato. Ne scrive spesso con grande gioia.

Gda 231. Forse non ebbi mai, dacché mi trovo a Roma, consolazione più dolce di quella gustata stamattina alle Catacombe di san Callisto. La santa messa, la santissima comunione in quei nascosti i meandri santificati da tanti martiri illustri, da tanti confessori imperterriti della fede, oh quanto bene mi fecero! Laggiù, in quelle grotte anguste ed oscure, dinnanzi a quegli affreschi del mio Gesù Redentore, spettatori di tanti sospiri, di tante lacrime, di tanto coraggio cristiano, allo stringermi al seno il Pane dei forti mi sentii commuovere, intenerii, piansi di cuore. Era una visione di paradiso che mi rapiva.

Gda 332. « Et Verbum caro factum est » (Gv 1,14)! Non vi sono parole più solenni di queste. Il Verbo si è fatto carne: quale umiliazione, quanto amore! Egli si è fatto carne nel seno di Maria; quale grandezza per la Vergine, quanta gloria! Eppure un giorno, simile avvenimento si ripeterà per mezzo mio. Il Verbo fatto carne si porrà fra le mie mani, scenderà nel mio cuore sotto le specie di pane e di vino, sacrificato un'altra volta per la salute mia e di tutto il mondo. Il tempo si avvicina: come posso io pensare ad altre cose? Come posso permettere che per un momento solo la mia mente diverta da questo pensiero? O Gesù, o Maria, « langueat et liquefiat anima mea »!.

 

 

Ricevo questa lettera. 

E' bello sentirci uniti nella preghiera e nella devozione a Papa Giovanni 

Molto reverendo Padre Silvano,

scorrendo le pagine di Internet, ho avuto modo di leggere quanto le è stato detto a Lucia. Una lettera commovente e piena di significato. Mi inginocchio avanti a lei pur stando troppo lontano da Sotto al Monte, mi sento vicino a lei e vicino Bergamo. Quella figura del Papa e la sua “carezza ai bambini” resta scolpita nei cuori della gente. Penso spesso a quell’evento specialmente nei miei momenti bui che inevitabilmente la vita offre.

Mi consenta Padre di baciargli devotamente la mano. Intanto le assicuro le mie preghiere che certamente non saranno come le sue, perché io non so ben pregare ma offro al Padre Celeste tutti i miei fallimenti.

Conto 71 anni, sono vedovo da 13 anni, ho un figlio ed una figlia felicemente sposati e sono nonno di tre nipotini. Purtroppo ho una sola ala, non posso volare, mi manca tanto mia moglie e trovo un po’ di sollievo quando un paio di volte a settimana mi reco presso un Santuario dove trovo equilibrio e gioia di vivere.

La saluto con tanta cordialità.

 

 

Accettare con rassegnazione

Alcuni si rivoltano e bestemmiano: collera inutile, imprecazioni superflue. La prova è una cosa divina ben più forte di noi: chi vuol resistere la rende più dura. L'accettare è il sustine della saggezza antica, la rassegnazione esprime un concetto tutto cristiano. Gli stoici negano il dolore: ma esso esiste e talora è atroce; i cristiani lo ammettono e lo accettano perché Dio lo vuole o lo permette, per trarne un argomento di redenzione. Dopo il Golgota, la rassegnazione è il sorriso cristiano nel dolore; essa ci dà la dolcezza feconda del Fiat voluntas tua. Meraviglioso fiat fecondatore. Il fiat del Creatore: il fiat della Vergine Madre: il fiat di Gesù alla vigilia della Passione. Diciamolo anche noi e parteciperemo della sua virtù generatrice: diciamo al Signore che abbracciamo la sua croce sanguinosa, accettiamo la sua corona di spine sul nostro capo: vogliamo rassomigliargli nel suo pensiero divino, nel suo corpo crocifisso.

 

 

Vivendo alla giornata

Siccome capisco ‑ ed ormai senza fatica ‑ che il prin­cipio della santità è il mio completo abbandono alla santa volontà del Signore, anche nelle piccole cose, perciò insisto su questo punto. Io non desidero, io non voglio niente fuori dell'obbedienza alle disposizioni, istruzioni e desideri del Santo Padre e della Santa Sede.

Non farò mai un passo, né diretto né indiretto, per provocare cambiamento, o altro, nella mia situazione, in tutto e sempre vivendo alla giornata, lasciando dire e fare, e passare innanzi a me chi vuole, senza alcuna preoccupazione del mio avvenire.

Mie preghiere familiari saranno le due di sant'Ignazio nel libro degliEsercizi:

« Suscipe, Domine, universam meam libertatem » e l'altra che comincia: « O aeterne Domine rerum omnium, ego facio meam oblationem » (ES 234 e 98). In quelle due preghiere c'è tutto il mio spirito. Il Signore mi aiuti a non cedere mai, su questo punto, a nessun fascino degli ambienti ecclesiastici, dove talora penetra il senso mondano della vita.

 

 

A Parigi

Ormai nessuna tentazione di onori nel mondo o nella Chiesa, mi può toccare. Porto la confusione di quanto il Santo Pa­dre ha voluto fare per me, mandandomi a Parigi. Avere altro gra­do nella gerarchia o non averlo, mi è del tutto indifferente. Ciò mi dà grande pace. E mi lascia più agile al compimento del mio dovere, ad ogni costo e ad ogni rischio. È bene che io mi tenga preparato a qualche grande mortificazione o umiliazione. Questa sarà il segno della mia predestinazione.

Volesse il cielo che segnasse l'inizio della mia santificazione ve­ra, come è avvenuto per le anime più elette che ebbero, negli ulti­mi anni della loro vita, il tocco di grazia che li fece santi autentici. L'idea del martirio mi fa paura. Temo della mia resistenza ai do­lori fisici. Eppure potessi dare a Gesù la testimonianza del sangue, oh, quanta grazia e quanta gloria per me!

 Quanto ai miei rapporti con Dio attraverso le pratiche religiose, parmi di trovarmi bene. Dopo di aver vagato attraverso la dottrina di vari autori ascetici, mi sento tutto contento del mes­sale, del breviario, della Bibbia, Imitazione di Cristo e Bossuet, Me­ditazioni ed elevazioni. La santa liturgia e la Sacra Scrittura mi forniscono pascolo luculentissimo all'anima.

 

 

Insisterò sul Rosario

Richiamerò ancora una volta, ed ora più che mai, la sol­lecitudine per una vita interiore e soprannaturale più intensa. Il pro­cedere degli anni mi rende tutto più gustoso nella vita di preghiera: la santa messa, il breviario, il rosario, la compagnia del Ss. Sacra­mento in casa. Il tenermi sempre con Dio, dal mattino alla sera e anche la notte, con Dio o con le cose di Dio, mi dà letizia peren­ne, e mi induce alla calma in tutto, ed alla pazienza. Le occupazio­ni però di ministero, e di riferimento più o meno vicino al ministero, mi occupano troppo e quasi mi soffocano, togliendomi ad una mag­gior calma e tranquillità per le mie pratiche o devozioni. Insisterò di più su queste: almeno sul rosario che voglio detto in comune con tutti i familiari. Sarà il ricordo di questi miei Esercizi spiritua­li. Rosario in comune con segretario, suore, domestici e ospiti.

 

 

Missione di cambiare l'umanità

Che delizia il pensare a ciò che ha fatto Gesù per fondare la Chiesa! Invece di chiamare dalle accademie, dalle sinagoghe, dalle cattedre, i dotti, i sapienti, ha posto il suo occhio amoroso su dodici poveri pescatori, rozzi, ignoranti. Li ammise alla sua scuola, li fece partecipi alle sue confidenze più intime, li rese oggetto delle sue tenerezze più amorose, a loro affidò la grande missione di cambiare l'umanità.

 A dilatare il suo regno, a partecipare in qualche modo all'opera degli Apostoli, Gesù nel successo dei tempi si è compiaciuto di chiamare anche me. Mi ha tolto dalla campagna sin da piccino, con affetto di madre amorosa mi ha provveduto di tutto il necessario. Non avevo pane e me l'ha procurato, non avevo di che vestirmi e mi vestì, non avevo libri per studiare e pensò anche a quelli. Talora mi dimenticavo di lui ed egli mi richiamò sempre con dolcezza; mi raffreddavo nel suo affetto ed egli mi scaldò al suo seno, alla fiamma onde arde perennemente il suo cuore.

 

 

Malcontento di non essere santo
Mi sento tranquillo e contento del mio stato: solo malconten­to di non essere santo ed esemplare in tutto come dovrei, come vor­rei. Gli onori o gli avanzamenti della terra non mi turbano gran fatto; ed ho l'impressione di tenerli in disciplina. Signore, aiutate­mi, perché la tentazione può sorgere facilmente, ed io sono mise­rabile. La Chiesa ha già fatto troppo per me. Io sono « omnium novissimus » (Mc 9,34).
 Continuerò nello sforzo tran­quillo di essere soprattutto buono e benigno, senza debolezze, ma insieme con perseveranza e con pazienza con tutti. L'esercizio del­la bontà pastorale e paterna - « pastor et pater » - deve riassu­mere tutto l'ideale della mia vita episcopale. La bontà, la carità: che grande grazia! « Omnia mihi dona pariter cum illa » (Sap 7,11).

 

 

Amerò i giovani

Ci furono giorni nel passato, in cui non sapevo che cosa avrebbe voluto il Signore da me nel dopoguerra. Ora non c'è più ragione di incertezze o di cercar altro: l'apostolato per la gioventù studiosa, ecco la mia missione principale, ecco la mia croce. E’ pensando al modo, alle circostanze, alla spontaneità colle quali questo disegno della Provvidenza, per mezzo dei superiori, si improvvisamente manifestato e si viene ora svolgendo, mi sento intenerito, e costretto a confessare che veramente il Signore è qui. Quante volte, raccogliendo a sera gli episodi della giornata, trascorsa fra le cure per i miei cari giovani, sento in me qualche cosa di ciò che faceva tremare, come nel contatto col divino, il cuore dei due discepoli sulla via di Emmaus! (Lc 24,32). Oh, come è vero che basta fidarsi completamente del Signore per sentirsi

provveduti di ogni cosa! Il « nihil habentes » e l'”omnia possidente” (2 Cor 6,10) si rinnova sotto i miei occhi quotidianamente. Non voglio debiti e non ne ho. Sempre mi è vicina la preoccupazione del futuro. Ma sempre mi viene fornito il necessario; qualche volta il sovrabbondante.

Questa constatazione della divina assistenza, se da un lato conforta la mia miseria, dall'altra costituisce un nuovo impegno di onore a rimanere fedele alla mia vocazione, a cooperare “usque in finem” (Mt 10,22) alla grande opera che mi ha affidato Gesù per i carissimi suoi giovani.

Tutte le mie cure, pensieri, affetti, fatiche, studi, umiliazioni, amarezze, io le devo oggimai rivolgere a questo solo, cioè alla ricerca della gloria di Gesù, attraverso la formazione della generazione novella secondo lo spirito suo. Nulla di più onorifico e bello per me, nulla di più importante, massime oggidì, nella Chiesa di Dio.

 

 

La grazia in un vaso fragile 

Portiamo il tesoro della grazia in un vaso fragile (2Cor 4,7); un piccolo urto ci può far barcollare: il vaso si spezza un'altra volta: oh, poveri noi! Ma una volta che fac­ciamo del nostro meglio, « facienti quod in se est » il Signore ci continua la grazia: questa grazia deliziosa di sentirci suoi, per sempre, questo pregustamento della dimestichezza eterna che ci vie­ne riserbata per il giorno che non avrà più tramonto. Il pensiero poi che il nostro salvatore è Gesù - Davide mestamente cantò per l'Antico e per il Nuovo Testamento - oh, di quanta gioia soffon­de il mio spirito, dal mattino alla sera! Gli antichi cristiani figura­vano questa dottrina nell'Ichtus - il pesce - « Jesus Christus Dei Filius Salvator », e lo ponevano come simbolo sulle tombe, come annuncio di resurrezione, ed insieme come involucro del mistero eucaristico, noto solamente agli iniziati. Che di più soave per me, sacerdote e vescovo, quanto il contatto quotidiano col grande sa­cramento, « pignus futurae gloriae »?

 

 

Lo spettacolo mi commuove

Dalla finestra della mia camera, qui presso i Padri Ge­suiti, osservo tutte le sere un assembrarsi di barche sul Bosforo; spuntano a decine, a centinaia, dal Corno d'oro; si radunano a un posto convenuto, e poi si accendono, alcune più vivacemente, al­tre meno, formando una fantasmagoria di colori e di luci impres­sionante. Credevo che fosse una festa sul mare per il Bairam  che cade in questi giorni. Invece è là pesca organizzata delle palamite, grossi pesci che si dice vengano da punti lontani del Mar Nero. Que­ste luci durano tutta la notte, e si sentono le voci gioiose dei pe­scatori.

Lo spettacolo mi commuove. L'altra notte verso l'una pioveva a dirotto, ma i pescatori erano là, impavidi alla loro rude fatica. Oh, che confusione per me, per noi preti, « piscatores hominum » (Mt 4,19), davanti a questo esempio! Passando dalla figura al figurato, oh, quale visione di lavoro, di zelo, di apostolato propo­sto alla nostra attività! Del regno del Signore Gesù Cristo resta qui ben poca cosa. Reliquie e semi. Ma quante anime da conquistare a Cristo, vaganti in questo mare dell'islamismo, dell'ebraismo, della ortodossia! Imitare i pescatori del Bosforo, lavorare giorno e not­te colle fiaccole accese, ciascuno sulla sua piccola barca, all'ordine dei capi spirituali: ecco il nostro grave e sacro dovere.

 

 

 

Io sono del mio Signore

Per me, come cosa mia, non debbo sentire che la confusione di non aver fatto di più, di aver raccolto così poco, di essere stato terra arida e selvatica. Quanti, colle grazie fatte a me, e anche con molto meno, sarebbero ora santi! Quanti impulsi si ripeterono al mio cuore e non sono ancora soddisfatti! Mio Signore, riconosco le mie deficienze, la mia miseria profonda; siatemi buono di perdono e di misericordia. Intorno alla compiacenza e al bisogno di perdono, fiorisce il sentimento della gratitudine. Tutto, o Signore, si è compito nella vostra gloria; siatene ringraziato ora e sempre.

Ma il pensiero più forte che oggi, nella esultanza del mio decennio sacerdotale, mi occupa lo spirito è questo: io non sono di me stesso o di altri: io sono del mio Signore per la vita e per la morte. La dignità sacerdotale, i dieci anni di grazie di ogni ordine, accumulate sopra di me, così piccola, così povera creatura, mi dicono con insistenza che il mio io deve essere annientato, che le mie energie non debbono essere volte ad altro che a cooperare al regno di Gesù nelle menti e nei cuori degli uomini, così, alla buona, anche nel nascondimento; ma da ora innanzi con maggior intensità di propositi, di pensiero, di opere.

 

 

IL SIGNIFICATO DELLA PASQUA

          Il cristianesimo non è quel complesso di fattori opprimenti, di cui favoleggia chi non ha fede: ma è pace, è letizia, è amore, è vita che sempre si rinnova, come il segreto pulsare della natura all'inizio della primavera. Dobbiamo affermarlo con la stessa sicurezza degli apostoli e voi... dovete essere convinti, come del più bel tesoro, che solo può impreziosire e rasserenare la quotidiana esistenza. La fonte di questa gioia è nel Cristo Risorto, che affranca gli uomini dalla schiavitù del peccato, e li invita ad essere con Lui una nuova creatura, nell'attesa dell'eternità beata. I1 gioioso mistero ha un valore che investe ogni singolo cristiano nell'intimo santuario della sua vita spirituale, per configurarlo a Cristo Risorto. La Pasqua è per tutti un mistero di morte e di vita: per questo, secondo l'espresso precetto della Chiesa ogni fedele è invitato in questo tempo a purificare la coscienza col Sacramento della Penitenza, immergendola nel sangue di Gesù; ed è chiamato ad accostarsi con maggior fede al Banchetto Eucaristico , per cibarsi delle carni vivificatrici dell'Agnello Immacolato. I1 mistero della Pasqua è dunque di morte e di resurrezione per ciascun credente. In tutto il tempo pasquale, la Chiesa farà risuonare il festoso annunzio: «Il Signore è veramente risorto!» Questo si deve dire anche di ciascuno dei suoi fratelli: «È veramente risorto» chi era in peccato! Sono risorti i dubbiosi, i diffidenti, i paurosi, i tiepidi! Sono risorti i tribolati, i dolenti, gli oppressi, i miseri! DISCORSI I, p. 210

 

 

 Via Crucis
Gerusalemme ci è diventata cara come la patria nostra, e patria nostra lo è realmente, in un senso molto vero. Di più le piccole escursioni a San Giovanni in Montana, al ridente paesello, vera oasi nel deserto, dove nacque il Battista, e ad Emmaus, ove si svolse uno dei fatti più belli, più dolci al cuore cristiano, della vita di Gesù, hanno circondato di mistica poesia questo soggiorno da cui pare che la poesia abbia esulato per sempre. D'altra parte gli esercizi di pietà ai quali abbiamo atteso in questi ultimi giorni, primo fra tutti la Via Crucis, riuscito imponente, così solenne in mezzo alle pubbliche strade di Gerusalemme, dal cortile della caserma turca, dove era il pretorio, sino al santo sepolcro, avevano accostato di più il nostro spirito a quello che è l'anima di Gerusalemme, per noi cristiani, il ricordo lugubre cioè dei dolori di Gesù.

 

 

Le delizie della vita con Gesù Eucaristia 

Base del mio apostolato voglio la vita interiore, intesa alla ricerca di Dio in me, all'unione intima con lui, alla meditazione abituale e tranquilla delle verità che la Chiesa mi propone, e secondo l'indirizzo dei suoi insegnamenti, effusa nelle pratiche esteriori che mi saranno sempre più care, e al cui orario voglio esse re fedelissimo, più che non lo sia stato per la mia negligenza, e in parte per non averlo potuto, durante questi anni di vita militare

Soprattutto cercherò le delizie della vita con Gesù Eucaristia. Da  ora innanzi avrò il Ss. Sacramento vicino alle mie camere. Prometto  di fargli compagnia, e di corrispondere all'onore grande che mi fa.

Da qualche mese mi sono fatto una casa, e l'ho provveduta secondo convenienza. Eppure, forse mai come ora, il Signore m

 

 

 Un'occhiata allo specchio

Non debbo nascondere a me stesso la verità: sono incam­minato decisamente verso la vecchiaia. Lo spirito reagisce e quasi protesta, sentendomi ancora così giovane, ed alacre, ed agile e fre­sco. Ma basta un'occhiata allo specchio per confondermi. Questa è la stagione della maturità; debbo dunque produrre il più ed il me­glio, riflettendo che forse il tempo concessomi a vivere è breve (cfr. 1Cor 7,29), e che mi trovo già vicino alle porte dell'eternità. A que­sto pensiero Ezechia si voltò verso il muro e pianse (2Re 20,3). Io non piango.

     No, io non piango, e neppure desidero tornare indietro per fare meglio. Affido alla misericordia del Signore quello che ho fatto, male o meno bene, e guardo all'avvenire, breve o lungo che possa essere quaggiù, perché lo voglio santificato e santificatore.

 

 

Fidarsi completamente del Signore 

Ci furono giorni nel passato, in cui non sapevo che cosa avrebbe voluto il Signore da me nel dopoguerra. Ora non c'è più ragione di incertezze o di cercar altro: l'apostolato per la gioventù studiosa, ecco la mia missione principale, ecco la mia croce. E’ pensando al modo, alle circostanze, alla spontaneità colle quali questo disegno della Provvidenza, per mezzo dei superiori, si improvvisamente manifestato e si viene ora svolgendo, mi sento intenerito, e costretto a confessare che veramente il Signore è qui. Quante volte, raccogliendo a sera gli episodi della giornata, trascorsa fra le cure per i miei cari giovani, sento in me qualche cosa di ciò che faceva tremare, come nel contatto col divino, il cuore dei due discepoli sulla via di Em maus! (Lc 24,32). Oh, come è vero che basta fidarsi completamente del Signore per sentirsiprovveduti di ogni cosa!

 

 

 

 Stupore e confusione

« Qui confidit in Domino non minorabitur » (Sir 32,28). Ciò che è avvenuto della mia povera vita in questi tre mesi, non cessa di recarmi stupore e confusione. Quante volte non mi accad­de di confermare il buon principio di non preoccuparmi di nulla, di non cercare nulla quanto al mio avvenire!

Eccomi da Istanbul a Parigi, ed ecco superate - parmi felice­mente - le prime difficoltà della introduzione. Un'altra volta l'« oboedientia et pax » ha portato benedizione. Tutto ciò mi ser­va a titolo di mortificazione interiore, a ricerca di umiltà anche più profonda, ad abbandono fiducioso, per consacrare al Signore, in santificazione mia, in edificazione per le anime, gli anni che anco­ra mi restano a vivere e a servire la santa Chiesa. GDA. 813

 

 

Cartolina di un amico devoto di Papa Giovanni

 

PAPA GIOVANNI TORNA A CASA

Ci sono momenti della mia giornata, che passo al PIME casa natale di Papa Giovanni, che sento la presenza viva del Papa Buono che mi viene incontro e mi saluta….. mi invita a passeggiare con Lui …mi sussurra dolcemente…”ho pregato tanto il Padre Creatore che l’ho convinto a lasciarmi tornare alla mia natia Sotto il monte,che oggi porta anche il mio nome,…..Papa Francesco mi ha pregato di visitare tre luoghi a me particolarmente cari……e prima di ritornare al Padre donargli un messaggio ……”

Mi incammino con Lui all’interno della Sua casa natale….la camera della Vita…il cortile dei giochi…gli attrezzi agricoli….l’umile e profonda bellezza di una civiltà contadina ricca di Amore per il Creato, ricca di Amore per il nostro prossimo.

“O Signore, nostro Dio,quanto è grande il tuo nome su tutta la terra”.

La strada che ci porta al Santuario delle Caneva ci fa venire il fiatone, ma l’immergerci nel silenzio del bosco con i suoi colori,la visione delle vigne,lo sguardo sui nidi degli uccellini che annunciano la primavera :presagio della Pasqua. Lo sguardo al cielo apre i nostri cuori che lodano l’Altissimo

” O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.”

Il ritorno, in leggera discesa, è piacevole….ecco la chiesetta di Brussico….la Fonte della vita del piccolo Angelino….l’essere e sentirsi Figlio Amatissimo.

”Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli”.

Le ombre della sera rendono Grazie al Dono della nostra giornata…

La famiglia si riunisce attorno alla Tavola…..il Pane è sulla Tovaglia….

I piatti sono ricolmi….di sorrisi e di Grazie…..

Arrivederci Giovanni porta Tu a Papa Francesco il mio messaggio…..

”Chi sa di essere amato,ama.

E chi è amato ottiene tutto,specialmente dai giovani.”

“nella Gerusalemme Celeste il Tuo amatissimo  Don Bosco me lo ricorda ogni giorno….si lascia sempre con un po’ di nostalgia la bellezza del Creato….ma il Padre ci aspetta….aspetta tutti…nella Gerusalemme Celeste….non dimenticate mai di volervi bene e di scambiarvi una carezza “

 

 

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Invanirmi di che cosa ?

Dall'aprile dello scorso anno quando mi raccolsi all'om­bra del Sacro Cuore a Montmartre, a Parigi, al maggio di questo anno che mi trova qui ai piedi del Grappa come cardinale e pa­triarca di Venezia, quale trasformazione intorno a me! Non so su che cosa soffermarmi di più; sul « laetatus sum in his quae dicta sunt mihi » (Sal 122,1), con quel che segue, o ancora sulla mia confusione che mi induce a sentimenti di umiltà e di abbandono nel Signore. È lui che ha veramente fatto tutto, e ha fatto senza di me, che per nulla avrei potuto immaginare o aspirare a tanto. Un motivo di gioia interiore è che il tenermi umile e dimesso non mi costa gran fatica e risponde al mio temperamento nativo. Inva­nirmi o inorgoglirmi di che cosa, Signore mio? « Meritum meum » non è tutta « miseratio Domini »?

 

 

 

Il Crocifisso è il mio libro
II mio gran libro, da cui qui innanzi dovrò attingere con maggior cura ed affetto le divine lezioni di alta sapienza, è il Crocifisso. Mi devo fare un abito di giudicare dei fatti e di tutta la scienza umana alla stregua dei principi di questo gran libro. È troppo facile lasciarmi ingannare dalle vane apparenze e dimenticarmi della vera fonte della verità. Guardando al Crocefisso sentirò sciogliermi tutte le difficoltà, le questioni moderne, teoriche e pratiche, nel campo degli studi. « Solutio omnium difficultatum Christus »

Se dovessi ricordare tutti i buoni pensieri e sentimenti che il Signore si è compiaciuto farmi concepire e sentire in questi giorni, considerando la passione di Gesù, non mi basterebbe una settimana. Quando il mio amor proprio, approfittandosi di qualche momento di disattenzione, costruirà i suoi castelli in aria, mi voi r a far volare, volare, io mi faccio una legge di pensare sempre a questi tre luoghi: il Getsemani, la casa di Caifas, il Calvario.

Il Crocifisso mi deve essere sempre argomento di grande conforto e sollievo nelle mie miserie. Gesù estende le sue braccia sulla croce per abbracciare i peccatori. Quando avrò commesso qualche mancanza o mi sentirò turbato, mi immaginerò di prostrarmi ai piedi della croce, come la Maddalena, e di ricevere sul mio capo quella pioggia di sangue e di acqua che usci dal cuore ferito del salvatore.

 

 

Orrore per la doppiezza 

L'amore della verità. La Chiesa, nel giorno della mia con­sacrazione episcopale 27, me ne ha fatto un precetto particolare: « humilitatem ac veritatem diligat, neque eam umquam deserat, aut laudibus aut timore superatus. Non ponat lucem tenebras, nec te­nebras lucem; non dicat malum bonum, nec bonum malum. Sit sa­pientibus et insipientibus debitor, ut fructum de profectu omnium consequatur »Ringrazio il Signore che mi abbia concessa una particolare disposizione a dir sempre la verità, in ogni circostanza, innanzi a tutti, con buona maniera e con garbo, certamente, ma con calma e senza paura. Alcune piccole bugiole della mia infan­zia mi hanno lasciato nel cuore un c e per la menzogna. Ora specialmente che invecchio, voglio essere innan­zitutto uomo serio per questo: « veritatem diligere. Sic Deus me adiuvet ». L'ho ripetuto tante volte, giurando sul Vangelo.

Le manifestazioni delle cose incerte ed occulte della sapienza di­vina vengono da sé. L'amore della verità è una infanzia perenne, fresca, deliziosa. Ed i misteri più alti il Signore li rivela ai fanciul­li, e li tiene nascosti agli intelligenti ed ai così detti sapienti del se­colo (Mt 11,25-26).

 

 

 

 

Lavorare e pregare

Quale spettacolo! Vedere quelle mani che avevano creato i mondi, che avevano lanciato le stelle nel loro celeste corso, incallirsi sulla pialla, sulla sega e sugli altri strumenti da falegname! E pensare che Gesù era Dio! che continuò quella vita faticosa per tanti anni, senza un momento di tregua! che egli doveva trarsi dietro a sé tanti milioni di anime! Questo è il seminario di quel grande sacerdote che compì dappoi la più grande missione, suggellata dal più grande sacrificio. Lavorare e pregare. Avrebbe egli potuto in trent'anni convertire da solo, santificare tante altre anime, operare Dio sa quali meraviglie di prodigi. Eppure no, il Padre celeste avea disposto così: trent'anni di nascondimento e di fatica. Ebbene così si faccia, e Gesù l'ha proprio fatto.

     Ecco con ciò tracciata a me divinamente la via che mette all'altare. Nascondimento, preghiera e lavoro. Pregare e lavorare, e lavorare pregando! Lavorare, attendere allo studio sempre, sempre: questo è il mio dovere. Studiare e non far pompa degli acquisti della scienza, studiare indefessamente ed avvicinarmi a Gesù che è il datore dei lumi, a lui che è il candore della luce eterna (Sap 7,26), e pregare in modo che preghiera diventi lo studio medesimo. Tanto e tanto a questo mondo bisogna piegare le spalle alla fatica. Mettiamoci dunque di lena e lavoriamo per amore, perché così vuole il Signore. E lavorando con Gesù in Nazareth, fra il nascondimento e la preghiera, mi preparerò a compiere più perfettamente la missione che mi aspetta, missione di sapienza e d'amore, e meriterò di essere coronato da Gesù della corona, delle stelle dell'apostolato.

 

 

Quanto lavoro in Turchia

Dalla fine di agosto dell 1934 ad ora, quante mutazioni imprevi­ste intorno a me! Sono in Turchia. Che cosa mi manca qui di oc­casione e di grazia per farmii santo?

Il Santo Padre, mandandomi qui, ha voluto sottolineare da­vanti al card. Sincero l'impressione avuta dal mio silenzio, tenuto per dieci anni, circa il mio restare in Bulgaria, senza lamentarmi mai, od esprimere desiderio di altro. Ciò rispose ad un proposito, e sono contento di esservi rimasto fedele.

Qui, quanto lavoro! Benedico Iddio che mi riempie delle conso­lazioni del sacro ministero. Debbo insistere però nel dare ancora più calma e più ordine a tutte le cose mie.

Anche la prova dell'abito civile fu ben superata da tutto il mio clero. Io però devo sempre precedere coll'esempio, diffondendo gravità ed edificazione. Il Cuore di Gesù mi infiammi, e mi man­tenga e accresca in me il suo spirito. Amen.

 

 

Nelle mani di Dio... come una vittima

In questi giorni il buon Signore si è compiaciuto di farmi penetrare di più il concetto che io mi debbo formare e che devo trasfondere nella vita mia di sacerdote. Io mi debbo considerare sempre nelle mani di Dio come una vittima pronta al sacrificio di me stesso, delle mie idee, delle mie comodità, del mio onore, di tutto quello che ho: per la gloria di Dio, per il mio Vescovo, per il bene della cara diocesi mia: “hostiam puram, viventem, sanctam, Deo placentem” (Rm 12,1). Mi avvezzerò a riflettere sempre all'altissimo significato di queste parole. Così, senza ricorrere a cose straordinarie, troverò modo di mantenermi sempre mortificato, specialmente nel mio amor proprio e nelle mie comodità, di non lamentarmi mai, di non perdere mai la gioia interna del mio spirito, trasfusa anche all'esterno, in tutti gli atti miei. Specialmente penserò a questo mentre celebrerò la santa messa, e mi unirò a Gesù Cristo, sommo sacerdote e vittima divina per tutto il mondo. Che bella cosa lavorare indefessamente, patire in silenzio le piccole amarezze della giornata, senza scompormi mai e conservare sempre fresco e vivo il desiderio di patire di più, per concorrere sempre meglio al vero bene della diocesi, per compiacere il buon maestro Gesù Cristo.

 

 

In ginocchio l'uomo è grande

L'uomo non è mai così grande come quando sta in ginocchio. È una bella proposizione, degna di quel gran cavaliere di Cristo che fu Luigi Veuillot . Ricordiamocene bene e sempre. Non è dunque la scienza propriamente il fastigio della grandezza e delle: gloria, ma è il conoscimento di noi stessi, del nostro nulla dinnanzi a Dio; la coscienza del bisogno di Dio, senza del quale siano sempre molto piccoli, per quanto ci innalziamo alle altezze dei giganti. 

 

 

Fossi anche papa...

O Signore, fa pure di me quello che vuoi, anche la morte accetto con soddisfazione e contento, perché così piace a te. Tu sei del resto il centro, la sintesi, il termine ultimo di tutti gli ideali miei. Ma che almeno io muoia nel tuo santo amore. Le forze che mi hai dato per lodarti e farti amare sulla terra, le riserberò per amarti e per lodarti con più ardore in cielo.
D'altra parte, il pensiero della morte che potrebbe essermi vicina, mi serva ad informarmi a pensieri di maggiore sodezza. Abbasso l'amor proprio, le ambizioncelle, la vanità. Si muore, si muore, ed io attendo a queste miserie?

Fossi anche papa, quando comparirò dinnanzi al Giudice divino, il mio nome fosse proferito e venerato da tutte le bocche, inciso in tutti i marmi, che cosa sono io? Gran cosa! Non ci arrivo a credere come il mio Gesù, che oggi mi tratta con tanta confidenza e bontà, un giorno mi si debba presentare innanzi col volto infiammato di ira divina, a giudicarmi. Eppure, è un articolo di fede, ed io lo credo. 

 

 

Sempre lieto, sereno, coraggioso

Il fondo generale delle mie risoluzioni in questi giorni, è espresso nelle parole semplici della Imitazione di Gesù Cristo:

“Ama nesciri et pro nihilo reputari”(IC 1.2). Con tutto ciò nessuno scoramento; anzi, sempre lieto, sempre sereno, sempre coraggioso sino all'ultima ora. Gesù, Giuseppe, Maria, spiri in pace con voi l'anima mia.

La vita prolungata di rappresentante pontificio in questo paese, mi reca sovente acute, intime sofferenze, che mi sforzo di nascondere. Ma tutto sopporto e sopporterò volentieri, anzi gioiosamente, per amore di Gesù, per rassomigliargli il più possibile, per compiere in tutto la sua santa volontà, per il trionfo della sua grazia in mezzo a questo popolo semplice e buono, ma ahi! quanto sventurato: a servizio della santa Chiesa e del Santo Padre, a mia santificazione. “Domine, tu omnia nosti: tu scis quia amo te” (Gv 21,17).

 

 

Il mistero della letizia spirituale

E' una caratteristica delle anime sante, si pone in tutta la sua bellezza e nel suo fascino. Il Signore ci lascia nella incertezza circa la nostra eterna salute, ma ci fornisce dei contrassegni che bastano alla nostra calma interio­re, e che fanno fiorire la letizia.

«Ipse Spiritus reddit testimonium spiritui nostro, quod sumus filii Dei » (Rom 8,16). Scusate se è poco: sentirci figli di Dio! Que­sta sicurezza, che spesso è nel cuore senza che noi sappiamo ren­dercene conto, è la sorgente inesausta della nostra gioia, è la base più solida della vera devozione. La vera devozione consiste nel vo­lere tutto quello che è servizio pieno ed amoroso del Signore. Vo­lerlo con efficacia e con prontezza: questo è il sostanziale. Volerlo con godimento, cioè con tenerezza d'affetto, con dolcezza, con di­letto, con allegrezza: questo è accidentale e secondario, ma pure importante. Il sentimento della bontà del Signore per noi, e delle nostre miserie, forma un intreccio di allegrezza e insieme di tri­stezza. Ma la tristezza si raddolcisce anch'essa: diventa stimolo al­l'apostolato per l'ideale, il più nobile, di far conoscere, amare, ser­vire Gesù Cristo; e di togliere i peccati del mondo (Gv 1,29).

 

 

La pace è il sommo dei beni

Amo porre vicino al « pax et bonum » le parole di san Grego­rio Nazianzeno: « Voluntas Dei pax nostra ». E con ciò siamo su­bito intesi. La pace è il sommo dei beni: la sostanza viva di questi beni è la volontà di Dio. Non la nostra: ma quella che la vocazione religiosa ha deposto nello spirito come un seme. Una risposta ad una chiamata alla vita religiosa che non fosse ricerca ed esercizio della volontà del Signore sarebbe voce falsa e ingannatrice. Que­sta conformità alla volontà del Signore in noi è la chiave che schiude i tesori della nostra esistenza: è la guida sicurissima che ci conduce -alla nostra felicità quaggiù, e in eterno: è l'affermazione della vera pace in noi, diffusiva di molta pace intorno a noi. Oh! le parole incisive del Dottore della Chiesa greca, come mi piace ripeterle: « Voluntas Dei pax nostra ». Come mi piace intrecciarle al motto francescano che aggiunge alla « pax nostra », il « bonum », che indica il successo felice del vivere nostro!

 

 

Dio è il mio padrone

Papa Giovanni restava semplice e umile, sorpreso di quanto avveniva in se stesso e attorno a lui.

        Infatti egli dice: "Chi sono io? Qual'è il mio nome? 1 miei titoli di nobiltà quali sono? Niente, niente! lo sono un servo e nulla più. Nulla mi appartiene, nemmeno la vita. Dio è il mio padrone, padrone assoluto per la vita e per la morte. Che genitori, che parenti, che signori del mondo! Il mio unico e vero padrone è Dio".

    Anno 1902. Terminato il servizio militare, si prepara alle ordinazioni sacerdotali.     "Dunque, io non vivo che per obbedire ai cenni di Dio. Non posso muovere una mano, un dito, un occhio, non devo guardare innanzi o indietro senza il volere di Dio. Dinnanzi a lui io mi sto ritto, immobile, come il più piccolo soldato sull'attenti davanti al suo superiore, pronto ad ogni cosa, magari a gettarmi nel fuoco. Questo dev'essere il mio ufficio per tutta la mia vita, perché io son nato così; sono un servo!...".  ( Gda 236. )

 

 

Le impressioni della fanciullezza colorano la vita 

Tutte le impressioni della fanciullezza provate nella chiesetta del mio paese, quando ascoltavo il racconto evangelico dalle labbra del mio buon parroco, tutte le care, le sante impressioni dell'età più avanzata, quando, durante la mia educazione sacerdotale, venivo leggendo, per mio conforto spirituale, or l'uno or l'altro brano del piccolo libro divino, o sui banchi della scuola, ricostruendo, localizzando nella mia mente fatti ed idee della vita di Gesù, mi tornarono tutte alla mente, quando ieri sera fui in vista di questo incantevole lago di Tiberiade.

 

 

25 Anni di sacerdozio

Quante miserie, quante infedeltà in venticinque anni di sacerdozio! Sento ancora l'organismo spirituale sano e robusto, per somma grazia del Signore; ma quanta fiacchezza, quante piccole indulgenze alla poltroneria, al gusto prevalente per una cosa piuttosto che per l'altra, alle impazienze interiori per ciò che dà pena ed affanno; quante distrazioni nelle preghiere ufficiali e private, talora quanta fretta nel passarvi sopra, quanto tempo perduto in letture o in cose meno ordinate al compimento del mio dovere immediato; quanti piccoli attacchi a luoghi, a cose, a minuzie, fra cui debbo invece passare « tamquam peregrinus » (1Pt 2,11)! Quanta facilità ad offendere, benché in forme corrette e devote, la carità verso il prossimo; quanta commistione ancora, nella fantasia, nella tendenza dello spirito, di ciò che è umano, mondano, con ciò che è sacro, soprannaturale, divino, dello spirito del secolo e dello spirito della croce di Gesù Cristo!

Perciò mi debbo tenere sempre per un miserabile qual sono, l'ultimo e il più indegno dei vescovi della Chiesa, appena tollerato fra i confratelli, per pietà e compassione, non meritevole di altro che dell'ultimo posto: veramente il servitore di tutti, non a parole, ma con profondo senso e manifestazione, anche esteriore, di umiltà e di sommissione.

 

 

L'amore della verità. 

La Chiesa, nel giorno della mia con­sacrazione episcopale, me ne ha fatto un precetto particolare. Ringrazio il Signore che mi abbia concessa una particolare disposizione a dir sempre la verità, in ogni circostanza, innanzi a tutti, con buona maniera e con garbo, certamente, ma

con calma e senza paura. Alcune piccole bugiole della mia infan­zia mi hanno lasciato nel cuore un orrore per la doppiezza e per la menzogna. Ora specialmente che invecchio, voglio essere innan­zitutto uomo serio per questo: « veritatem diligere. Sic Deus me adiuvet ». L'ho ripetuto tante volte, giurando sul Vangelo.

Le manifestazioni delle cose incerte ed occulte della sapienza di­vina vengono da sé. L'amore della verità è una infanzia perenne, fresca, deliziosa. Ed i misteri più alti il Signore li rivela ai fanciul­li, e li tiene nascosti agli intelligenti ed ai così detti sapienti del se­colo (Mt 11,25-26).

 

 

Accettare con rassegnazione 

Alcuni si rivoltano e bestemmiano: collera inutile, imprecazioni superflue. La prova è una cosa divina ben più forte di noi: chi vuol resistere la rende più dura.

L'accettare è il sustine della saggezza antica, la rassegnazione esprime un concetto tutto cristiano. Gli stoici negano il dolore: ma esso esiste e talora è atroce; i cristiani lo ammettono e lo accettano perché Dio lo vuole o lo permette, per trarne un argomento di redenzione. Dopo il Golgota, la rassegnazione è il sorriso cristiano nel dolore; essa ci dà la dolcezza feconda del Fiat voluntas tua. Meraviglioso fiat fecondatore. Il fiat del Creatore: il fiat della Vergine Madre: il fiat di Gesù alla vigilia della Passione. Diciamolo anche noi e parteciperemo della sua virtù generatrice: diciamo al Signore che abbracciamo la sua croce sanguinosa, accettiamo la sua corona di spine sul nostro capo: vogliamo rassomigliargli nel suo pensiero divino, nel suo corpo crocifisso.

 

 

LO SPIRITO DELLA QUARESIMA

«Fratelli, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: ti esaudii nel tempo favorevole, e nel giorno della salvezza ti ho soccorso» (2Cor 6,1-2). Nei quaranta giorni della quaresima questo invito è oltremodo prezioso ed opportuno. Ciascuno, raccogliendosi in sé, dovrà esaminare sino a che punto la fede guidi la propria vita; come e quanto spesso si indulga ad atti e parole non conformi alla legge cristiana; in quale misura si pratichino le virtù, segnatamente la pazienza, la mortificazione. E se, circa il digiuno, la Chiesa, tenera madre, ha trattenuto l'antico rigore, nessuno può ritenersi esente dal compiere volontariamente adeguati meritori sacrifici. Dopo questa necessaria conoscenza dello spirito del sacro tempo quaresimale, un altro insegnamento è... [appunto] il rispetto al sacerdozio, che costituisce la sostanza precipua della vita cristiana, con tutto il tesoro di grazia che, mediante il sacerdozio cattolico, è profuso ed amministrato: dai Sacramenti, alla parola di Dio elargita a tutti... Inoltre per tutti vige l'appello ad unirsi, a volersi bene; a non arrestarsi in sottigliezze o meschinità nei reciproci rapporti, bensì a coltivare il buon seme del Vangelo, sì da rinvigorire, con gli ammaestramenti del Salvatore, l'attività religiosa dei popoli, e anche rafforzare cristianamente le relazioni sociali. DISCORSI III, p. 535.

 

 

Ci siamo dati a Lui

È la nostra vita, è il segreto che spiega la nostra esistenza: La vocazione, il sacerdozio, l'apostolato dei giorni futuri. Gesù ci ha chiamati intorno a sé dal silenzio della campagna, dai rumori mondani della città, per rivelarci le tenerezze del suo cuore, avviarci sul cammino della virtù, fare di noi fragili canne del deserto (Ez 17,34), colonne del suo tempio, strumenti validissimi della gloria sua. Non vi ha amor materno che abbia trovato tante finezze, attrattive così sapienti e insinuanti come Gesù ha saputo farsi a noi. E noi, più volte nella nostra vita, ed ora ogni giorno costantemente ci siamo dati a lui: l'amicizia fu conchiusa, cordiale, affettuosissima.

 

 

Il silenzio... il miglior consiglio da seguire al Conclave

"Durante le ultime notti, in cui mi era difficile prendere sonno, pur necessario per compensare la stanchezza dei giorni scorsi così gravosi - nei quali facevo un po' di noviziato della universale paternità - ho voluto dare uno sguardo a molti giornali, non certo per trovarvi una soddisfazione di amor proprio, ma perché fa sempre piacere vedere che il mondo s'interessa al papato, e anche per essere informato  di quel che si diceva, ad esempio sul conclave. Orbene, questo il fenomeno ricorrente : si è cercato di indovinare i segreti del conclave, e, naturalmente, non vi sono due sole righe che corrispondano alla verità. Ance se gli sforzi dei giornalisti al riguardo sono stati considerevoli, forse al silenzio sarebbe stato ancora il miglior cosiglio da seguire..."

 

 

 

 

Tutto di Dio

Dio è il mio gran padrone che con inaudita degnazione mi ha tratto dal nulla perché lo lodassi, lo amassi, lo servissi e avessi a procurare il suo onore. lo adunque sono cosa tutta di Dio, e quindi non posso, né devo fare se non ciò che vuole Dio, ciò che serve alla sua gloria. Per il che, ogni mia azione, ogni mio pensiero, ogni mio respiro a questo solo deve tendere: " ad maiorem Dei gloriam ". Laonde, quando io non procuro che di fare onore a me stesso, di accontentare il solo mio amor proprio, tradisco i disegni di Dio, vado fuor di strada, divento un uomo inutile, ribelle al mio buon Signore, e rifiuto quel premio che egli mi ha preparato. Quale ingiuria più atroce al Cuor di Gesù l'abbandonarlo così, usare sì malamente di quelle doti che egli mi ha dato per amarlo e per farlo amare!

Gli uccelli dell'aria, i pesci dell'acqua, le fiere delle foreste, gli animati tutti della terra servono il Signore assai meglio che io non faccia. Che vergogna per me, sì pieno di me stesso, lasciarmi superare dalle bestie nel lodare il Creatore!

 

 

Circondato da una bella corona di fratelli 

L'opera iniziata è vasta; la messe già biondeggia nei campi, ma purtroppo mancano gli operai (Mt 9,37). Sarà mia sollecitudine chiedere a Dio colla preghiera e poi darmi attorno, per ispirare nei giovani chierici e sacerdoti amore e trasporto per questa forma di ministero che è, fra tutte, eccellentissima; renderla loro simpatica, specialmente a quelli che dalla natura e dalla grazia hanno sortito attitudini caratteristiche a vivere coi giovani. Chi sa che la buona parola, e più ancora il buon esempio, giovi, e presto io mi vegga circondato da una bella corona di fratelli, tutti ardenti di apostolato per la gioventù. Mi adoprerò ad ogni mio potere perché entrino in questo ordine di ideali e di opere i Preti del Sacro Cuore, che furono istituiti principalmente per questo, e di cui bisogna procurare l'accrescimento, essendo destinata, questa nostra congregazione, a penetrare del suo spirito di apostolato e di disciplina ecclesiastica tutta la diocesi di Bergamo.

 

 

 

Il tesoro dea grazia

L'azione della grazia in un'anima è nelle parole: « ad eum veniemus et mansionem apud eum faciemus » (Gv 14,23) Si tratta delle tre divine Persone. Ciascuna prende il suo posto con le proprietà personali caratteristiche. Lo Spirito Santo è Signore e vivificante. A lui la santificazione dell'anima. Il cristiano non è tempio vivo dello Spirito Santo (1Cor 6,19)? e quale ricchezza di frutti per l'anima, da questo soggiorno dello Spirito del Signore in lei! San Paolo li enumera. Sono ventiquattro. Cominciano con la pace e col gaudio (Gal 5,22).

 

 

Il mistero della letizia spirituale

E' una caratteristica delle anime sante, si pone in tutta la sua bellezza e nel suo fascino. Il Signore ci lascia nella incertezza circa la nostra eterna salute, ma ci fornisce dei contrassegni che bastano alla nostra calma interio­re, e che fanno fiorire la letizia.

«Ipse Spiritus reddit testimonium spiritui nostro, quod sumus filii Dei » (Rom 8,16). Scusate se è poco: sentirci figli di Dio! Que­sta sicurezza, che spesso è nel cuore senza che noi sappiamo ren­dercene conto, è la sorgente inesausta della nostra gioia, è la base più solida della vera devozione. La vera devozione consiste nel vo­lere tutto quello che è servizio pieno ed amoroso del Signore. Vo­lerlo con efficacia e con prontezza: questo è il sostanziale. Volerlo con godimento, cioè con tenerezza d'affetto, con dolcezza, con di­letto, con allegrezza: questo è accidentale e secondario, ma pure importante. Il sentimento della bontà del Signore per noi, e delle nostre miserie, forma un intreccio di allegrezza e insieme di tri­stezza. Ma la tristezza si raddolcisce anch'essa: diventa stimolo al­l'apostolato per l'ideale, il più nobile, di far conoscere, amare, ser­vire Gesù Cristo; e di togliere i peccati del mondo (Gv 1,29).

 

 

Tiberiade 

 

Tutte le impressioni della fanciullezza provate nella chiesetta del mio paese, quando ascoltavo il racconto evangelico dalle labbra del mio buon parroco, tutte le care, le sante impressioni dell'età più avanzata, quando, durante la mia educazione sacerdotale, venivo leggendo, per mio conforto spirituale, or l'uno or l'altro brano del piccolo libro divino, o sui banchi della scuola, ricostruendo, localizzando nella mia mente fatti ed idee della vita di Gesù, mi tornarono tutte alla mente, quando ieri sera fui in vista di questo incantevole lago di Tiberiade.

 

 

Il Concilio chiedeva un rinnovato impegno di fedeltà evangelica

 

Così il card. Montini invitava nel 1962 a prepararsi al Concilio : " Papa Giovanni scrive la Lettera Paenitentia agere  per prepararci nello spirito e nella pratica della penitenza. Nelle intenzioni del Sommo Pontefice  e nelle finalità stesse del Concilio, è chiaro lo sforzo della Chiesa di rinnovarsi, riformarsi,  per rispondere sempre meglio alle intenzioni del suo divino Fondatore per essere in grado di parlare al mondo moderno e di chiamarlo a Cristo.  E' il momento di risvegliare nel suo seno nuove energie morali, nuovo impegno di fedeltà, nuovo spirito d santità, nuovo fervore ascetico".

 

 

I santi nel cuore di Papa Giovanni

 

Mio padre si chiamava Giovanni. Amo la purezza di San Luigi Gonzaga, la preghiera del Santo Curato d'Ars, San Carlo pastore.

Oggi fu un giorno di festa completa; l'ho passato in compagnia di san Francesco di Sales, il mio santo dolcissimo. O mio santo amoroso, qui, davanti a voi, in questo momento, quante cose vi vorrei dire!

Forse non ebbi mai, dacché mi trovo a Roma, consolazione più dolce di quella gustata stamattina alle Catacombe di san Callisto: mi sentii commuovere, intenerii, piansi di cuore. Era una visione di paradiso che mi rapiva. Lì io vedevo gli atleti di Cristo pregare intorno a me.

Oh Tarcisio, eroe a pochi anni; oh Cecilia, portento di fortezza, eletto fiore di castità, quanto foste ricordati! Perché non son io come foste voi?

Vidi dunque san Filippo, sant'Ignazio, san Giovanni Battista de Rossi, san Luigi, san Giovanni Berchmans, santa Caterina da Siena, san Camillo de' Lellis e parecchi altri. O santi benedetti, che allora rendeste testimonianza al Signore dei miei buoni desideri: chiedetegli ora perdono delle mie debolezze ed aiutatemi a tener sempre accesa nel mio cuore la fiamma di quel giorno indimenticabile.

Voglio essere un santo pastore nella pienezza del termine, come il beato Pio X mio antecessore, come il venerato cardinal Ferrari; come il mio mgr Radini Tedeschi, finché visse e se avesse continuato a vivere. « Sic Deus me adiuvet ».

 

 

Le porte del paradiso

Le porte del paradiso sono due: innocenza e penitenza. Chi può pretendere, povero uomo fragile, di trovare spalancata la prima? La seconda è pure sicurissima. Gesù è passato per quella, con la croce sulle spalle, in espiazione dei nostri peccati, e ci invita a seguirlo (Gv 21,19). Ma il seguirlo significa far penitenza, lasciarsi flagellare, e flagellarsi un poco da se stesso.

Gesù mio, le mie circostanze mi permettono una vita di mortifi­cazione, fra tante consolazioni che il mio ministero episcopale mi arreca. Le accolgo volentieri. Talora fanno soffrire un poco il mio amor proprio; ma soffrendo anche ne godo e lo ripeto innanzi a Dio: « bonum mihi in humiliatione mea » (Sal 119,71). 

 

 

Gesù, eccomi pronto

La mia vita deve essere tutta di amore per Gesù ed insieme tutta una effusione di bontà e di sacrificio per le singole anime, e per tutto il mondo. Dall'episodio evangelico che proclama l'a­more del Papa verso Gesù, e per lui verso le anime, è rapidissimo il passaggio alla legge del sacrificio.

È Gesù stesso che l'annunzia a Pietro: « Amen, amen dico tibi: cum esses junior, cingebas te et ambulabas ubi volebas. Cum au­tem senueris, exiendes manus tuas et alius te cinget et ducet quo tu non vis » (Gv 21,18).

Per grazia del Signore non sono ancora entrato nel senueris: ma coi miei ottant'anni ormai compiuti, mi trovo sulla porta. Dunque devo tenermi pronto a questo ultimo tratto della mia vita, dove mi attendono le limitazioni e i sacrifici, fino al sacrificio della vita corporale, ed all'aprirsi della vita eterna. O Gesù, eccomi pronto a stendere le mie mani, ormai tremanti e deboli, a lasciare che altri mi aiuti a vestirmi, e mi sorregga per la via. O Signore, a Pietro tu aggiungesti: « et ducet quo tu non vis » (Gv 21,18).

 

 

Cittadino del mondo: 

"E' questo ormai un principio entrato nello spirito di ogni fedele appartenente alla chiesa romana: di essere cioè e di ritenersi veramente, in quanto cattolico, cittadino del mondo intero, cosi come Cristo del mondo intero è l'adorato salvatore. Buon esercizio di vera cattolicità è questo, di cui tutti i cattolici devono rendersi conto e farsi come un precetto a luce della propria mentalità e a direzione della propria condotta nei rapporti religiosi e sociali" (dmc 11, p. 394).

 Questa visione, questo sentimento di universalità vivifi­cherà innanzi tutto la mia costante ed ininterrotta preghiera quoti­diana: breviario, santa messa, rosario completo, visite fedeli a gesù nel tabernacolo, forme rituali e molteplici di unione con gesù, fa­miliare e confidente. Un anno di esperienza mi dà luce e conforto a ravviare, a cor­reggere, a dare tocco delicato e non impaziente di perfezione, in tutto".

 

 

Per capire Papa Giovanni 

E senza dubbio anche per evitare immagini false, diffuse talora non senza malizia – occorre seguire il consiglio di Papa Francesco: «approfondire lo studio della sua vita e dei suoi scritti». Scopriremo allora, che "il Santo Giovanni XXIII cercò sempre di coniugare l’amore per la tradizione della Chiesa e la consapevolezza del suo costante bisogno di aggiornamento». Una formula che ricorda quella «ermeneutica del rinnovamento nella tradizione» con cui Benedetto XVI invitava a leggere il Vaticano II, e anche le riflessioni che Papa Ratzinger svolgeva proprio sulla nozione di «aggiornamento», una parola da accogliere accettando lealmente il suo contenuto di riforma ma collocando la riforma nel solco della tradizione, non leggendola come un suo sovvertimento.

Studiando il beato Giovanni XXIII scopriremo anche la profonda dimensione del suo essere, ha detto il Papa, «sacerdote buono» secondo i criteri indicati da sant’Ignazio di Loyola (1491-1556). E prendere l’impegno che la Chiesa ci chiede per primo nei confronti delle figure che beatifica e canonizza: «imitare la sua santità».

 

 

 

Giovanni XXIII e l'Algeria

Negli anni ‘50 in Algeria scoppiò la guerra civile e nel 1962 ci fu l’indipendenza. Roncalli aveva visitato l'Algeria come Nunzio Apostolico negli anni '50 e divenuto papa, seguì gli avvenimenti con immensa sofferenza. Vi riporto alcune frasi pronunciate come gridi di dolore. Sono datate tra l’aprile del 1961 al luglio 1962.

“Si succedono avvenimenti tristi contro la vita e i beni di numerosi cittadini”.

“Vi diciamo la nostra gioia nel rivedervi… Ma vi confidiamo la nostra pena e vi invitiamo a unirvi alla nostra preghiera verso i quattro punti cardinali. La nostra angoscia alla vista del sangue che bagna la terra… vittime umane sacrificate nel disprezzo di accordi in attesa di applicazione. Il comandamento divino risuona fermo e grave: “Non ucciderai!”

Spiagge che un tempo abbiamo visitato… terre in cui il lavoro e la concordia potevano vivere a profitto di popolazioni nel trionfo della giustizia… Venga il giorno di pace! Che nessuno spezzi delle vite umane e che si veda in ogni uomo l’immagine di Dio Creatore!  Non uccidete! Cari figli e figlie sostenete le braccia del Padre comune della cristianità in preghiera…. E fate eco alla sua parola. Prevalga il diritto e la mutua carità. Sulle terre insanguinate dell’Africa siano benedetti gli autori e i costruttori di pace”.

Al Card Duval: “Vostra eccellenza comprenderà la nostra pena in questa ora per la Francia che ci è cara e che vediamo minacciata da lotte fratricide e per le popolazioni algerine che avemmo il piacere di visitare nel 1950".

 

 

A Venezia

Il 15 marzo 1953 prese possesso della diocesi. L’impegno a essere pastore lo condusse a un’intensa attività  sia in diocesi che all’estero, per adempiere ai vari impegni ufficiali. In diocesi si distinse per la novità dello stile che rifletteva la sua personalità umana e sacerdotale: ricercò il contatto con la gente, con i fedeli e le varie categorie professionali e confessionali, tramite l’amministrazione personale della Cresima nelle parrocchie, mediante visite ai malati nelle case di cura e agli operai di Porto Marghera.

Non rimase insensibile alla società  in trasformazione di quegli anni, al mutamento nei costumi dei laici e del clero, alle svolte politiche. Pur agendo nel segno dell’obbedienza alle direttive di Roma, operò sempre per superare le incomprensioni e instaurare le premesse per un dialogo costruttivo, favorito in tale compito dal suo temperamento equilibrato, comunicativo e amabile. 

 

 

I santi nel cuore di Papa Giovanni

 

Mio padre si chiamava Giovanni. Amo la purezza di San Luigi Gonzaga, la preghiera del Santo Curato d'Ars, San Carlo pastore.

Oggi fu un giorno di festa completa; l'ho passato in compagnia di san Francesco di Sales, il mio santo dolcissimo. O mio santo amoroso, qui, davanti a voi, in questo momento, quante cose vi vorrei dire!

Forse non ebbi mai, dacché mi trovo a Roma, consolazione più dolce di quella gustata stamattina alle Catacombe di san Callisto: mi sentii commuovere, intenerii, piansi di cuore. Era una visione di paradiso che mi rapiva. Lì io vedevo gli atleti di Cristo pregare intorno a me.

Oh Tarcisio, eroe a pochi anni; oh Cecilia, portento di fortezza, eletto fiore di castità, quanto foste ricordati! Perché non son io come foste voi?

Vidi dunque san Filippo, sant'Ignazio, san Giovanni Battista de Rossi, san Luigi, san Giovanni Berchmans, santa Caterina da Siena, san Camillo de' Lellis e parecchi altri. O santi benedetti, che allora rendeste testimonianza al Signore dei miei buoni desideri: chiedetegli ora perdono delle mie debolezze ed aiutatemi a tener sempre accesa nel mio cuore la fiamma di quel giorno indimenticabile.

Voglio essere un santo pastore nella pienezza del termine, come il beato Pio X mio antecessore, come il venerato cardinal Ferrari; come il mio mgr Radini Tedeschi, finché visse e se avesse continuato a vivere. « Sic Deus me adiuvet ».

 

 

Tutto zampillava dalla sorgente

Il cardinal Suenens al Concilio Vaticano II dice:

“Se si dovesse ridurre tutto ad una parola, mi pare che si potrebbe dire che Giovanni XXIII è stato uomo singolarmente naturale e soprannaturale nello stesso tempo. La Natura e la grazia non facevano che una cosa sola in una unità vivente piena di attrattiva e di imprevisti. Tutto zampillava dalla sorgente. Con tutta naturalezza egli era soprannaturale, ed era naturale con tale spirito soprannaturale che non si poteva scorgere la linea di sutura. Respirava la fede, come respirava la sanità  fisica e morale, a pieni polmoni. "viveva alla presenza di Dio - è stato scritto con la semplicità di uno che vada a passeggio per le strade della città natale". Viveva a suo agio sulla nostra terra; si interessava alle preoccupazioni della gente con una simpatia vibrante. Sapeva fermarsi ai margini della strada per scambiare qualche frase con la gente del popolo, ascoltare un fanciullo, consolare un malato.

 

 

Le spoglie di Papa Giovanni il 24 maggio a Bergamo

Papa Francesco lo aveva annunciato e ieri è arrivata la conferma. Le spoglie di Papa Giovanni XXIII torneranno a Bergamo su richiesta della curia vescovile.

L’urna con le spoglie arriverà il 24 maggio e resterà fino al 10 giugno 2018: nel dettaglio da giovedì 24 maggio sarà a Bergamo e dal 27 maggio al 10 giugno a Sotto il Monte, suo paese natale. E così, Papa Roncalli torna nel 60mo anniversario della sua elezione a Pontefice (avvenuta il 28 ottobre 1958), nel 55mo anniversario dell’Enciclica “Pacem in Terris” (11 aprile 1963) e della sua morte (3 giugno 1963). La diocesi di Bergamo ricorda poi il 50mo del nuovo Seminario Vescovile, intitolato proprio a Papa Giovanni e da lui voluto e sostenuto.

“Ringraziamo Papa Francesco per questo gesto di amore paterno nei confronti della nostra Diocesi di Bergamo – ha commentato il vescovo Beschi -. È per noi una gioia grande e una grazia speciale. Pensare al santo Papa Giovanni XXIII che torna nella sua terra, mi ha fatto ricordare quanto lui disse, pochi mesi dopo l’elezione a Pontefice, in un’udienza ad un gruppo di bergamaschi: vi esorto a progredire sempre nella bontà, nella virtù, nella generosità, affinché i bergamaschi siano sempre degni di Bergamo”.

 

 

Tu padre del mondo

In una poesia, Turoldo chiama Papa Giovanni 'Padre del mondo', e ricorda che aveva definito il Concilio, il nascente ecumenismo e il risvegliarsi dei popoli poveri : 'appena un'aurora', 'un grande giorno per tutta l'umanità'.

Papa Giovanni, tu padre del mondo, uomo

della pace per tutte le terre: così

hai scritto: a rispetto di tutte le fedi

e razze e culture: "in terris", quale

necessaria e libera armonia

per tutto l'universo: tu

che hai creduto alla Ragione

perciò hai bollato di follia la guerra:

 

 

Da dove e come la bontà di Papa Giovanni? E' la domanda, la sorpresa di quanti arrivano a Sotto il Monte. Qualcuno dice : "Come ha potuto venire da questo paese un uomo così, ammirato da tutto il mondo soprattutto per la sua bontà". Come se il luogo d'origine nascondesse il segreto, poi manifestato nella vita. Come se la bontà di una persona fosse espressione della bontà della famiglia e della natura dove è cresciuta. Una risposta possiamo trovarla nel programma di vita che Angelo Roncalli scriveva nelGiornale dell'anima : "Il senso vivo del mio niente deve maturare e perfezionare in me lo spirito di bontà, di molta bontà, e pazienza e indulgenza cogli altri, nel modo di giudicarli e di trattarli. A poco più di trent'anni, incomincio a sentire un po' di lavoro e di influenza dei nervi. No, no, per carità: quando mi avverranno questi casi, penserò al mio niente, all'obbligo che ho di tutti compatire, di non giudicare male. Ciò gioverà anche alla tranquillità del mio spirito. 555. 6.                                         A riuscire nel mio  apostolato, non conoscerò altra scuola pedagogica che quella del divin Cuore di Gesù. « Discite a me, quia mitis sum et humilis corde » (Imparate da me che sono mite e umile nel cuore).  (Mt 11,29)1. Anche l'esperienza mi ha confermato la assoluta bontà di questo metodo, a cui sono assicurati i veri trionfi.                                                                                                                  E' quindi nella crescità della sua persona che vediamo il frutto di tale bontà.   Ma il nostro sguardo è ispirato anche dalla fede che ci aiuta a vedere il nostro cammino dentro un tragitto voluto e guidato da Dio. Lo vediamo nella liturgia della celebrazione dei Santi. Nei prefazi troviamo : " Signore, hai stabilito la tua Chiesa segno visibile della tua santità... Nella festosa assemblea dei santi risplende la tua gloria e il loro trionfo celebra i doni della tua msericordia. Nella testimonianza di fede dei tuoi santi, doni un segno sicuro del tuo amore. Nei tuoi santi, l'iniziativa mirabile del tuo amore". 

 

 

Offerta ad una vita crocifissa

692. « O mio Gesù, accordami una vita aspra, laboriosa, apostolica, crocifissa. Dègnati di aumentare nell'anima mia la fame e la sete di sacrificio e di patimenti di umiliazioni e di spogliamento di me stesso. Non voglio più. ormai. soddisfazioni. riposo, consolazioni, godimenti. Quello che ambisco, o Gesù, e imploro dal tuo Sacro Cuore, è di essere sempre ognor più. vittima. ostia, apostolo, vergine, martire per amor tuo » (È del p. Lintelo che fu in Belgio l'apostolo della Eucaristia e della riparazione).

 

 

 

Ecco la malattia 

Iddio me la manda. Ebbene, sia benedetta la malattia. Di qui, la pratica di quella santa indifferenza che ha fatto i santi. Oh, potessi io acquistarmi questa tranquillità di spirito, questa pace dell'animo nelle cose prospere o avverse, che mi renderebbe più dolce e più lieta la vita, anche in mezzo alle tribolazioni! Povero o ricco, onorato o disprezzato, povero cappellano di montagna o vescovo di una vasta diocesi, devono essere tutt'uno, purché in tal modo io faccia la volontà del mio padrone, compia il mio dovere di servitore fedele, e mi salvi (ES 184). Anzi, se si deve ammettere una preferenza, la povertà deve essere anteposta alla ricchezza, il disprezzo agli onori, le occupazioni più oscure agli uffici eminenti (ES 165‑167).

 

 

Tutto il mondo è la mia famiglia.

 Da quando il Signore mi ha voluto, miserabile qual sono, a questo grande servizio, non mi sento più come appartenente a qualcosa di particolare nella vita: famiglia, patria terrena, nazione, orientazioni particolari in materia di studi, di progetti, anche se buoni. Ora più che mai non mi riconosco che indegno ed umile « servus Dei et servus servorum Dei ». Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono e vivacità alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni.

Tu padre del mondo

In una poesia, Turoldo chiama Papa Giovanni 'Padre del mondo', e ricorda che aveva definito 'appena un'aurora', 'un grande giorno per tutta l'umanità', il Concilio, il nascente ecumenismo e  il risvegliarsi dei popoli poveri.

Papa Giovanni, tu padre del mondo, uomo

della pace per tutte le terre: così

hai scritto: a rispetto di tutte le fedi

e razze e culture: "in terris", quale

necessaria e libera armonia

per tutto l'universo: tu

che hai creduto alla Ragione

perciò hai bollato di follia la guerra:

 

 

Preghiere a Papa Giovanni

Mio dolcissimo buon Papa Giovanni, Tu che sei stato così umile e santo, Tu che sei stato così saggio e buono, Tu che eri il riferimento per tante persone spaurite e bisognose, rivolgi ancora la tua attenzione a noi poveri sperduti, smarriti, ma colmi di amore, fiducia e speranza verso di Te adorato Padre. Aiutaci a sopportare il peso delle nostre vite piene di difficoltà come Tu hai saputo sopportare le tue pene e il tuo dolore. Dacci la forza per proseguire il nostro percorso senza paure, verso la serenità. Ti amiamo, ti preghiamo con tutto il cuore, caro Papa Giovanni, e siamo certi della tua intercessione e del tuo amorevole aiuto.

Per grazia ricevuta. Devota figlia V.

Caro Papa Giovanni, sei stato il Papa della mia infanzia, la tua bontà la sento ancora nel cuore. Venendo qui, ho ravvivato, riscoperto la tua vita e il tuo amore. Ti ringrazio per averti conosciuto. Ti amo e ti amerò per tutta la vita. Ti chiedo la conversione dei figli che tu sai... Grazie, so che mi ascolterai. Proteggi la mia famiglia... Sostieni il Papa, i vescovi, i sacerdoti e la nostra parrocchia.

Carissimo Papa Giovanni, ormai la nostra "corrispondenza" va avanti da molti anni. Ti ringrazio per le intercessioni che hai fatto per il cammino di fede di mio figlio. Da ateo che era, ora ha le mani nelle mani di Gesù e proprio come amico sta entrando nella famiglia dei ... Sono contenta, felice, orgogliosa di tutto ciò, anche se un po' triste. Ma del resto è giusto così. Anch'io ora che sono più "libera" e tranquilla, voglio fare qualcosa della mia vita e confido nel Signore che mi illumini sempre con il suo Spirito. Grazie, Papa buono... una mamma

 

 

1 GENNAIO MADRE DI DIO

Il mio pensiero torna... alle parole dell'umile figlia d'Israele che resta sempre la voce dei nostri cuori e delle nostre labbra, ripetute fino all'entusiasmo, alla Madre di Gesù e nostra: «Beate, beate le viscere di Maria Vergine che portarono il Figlio dell'Eterno Padre». Ed io trovo dolce conforto nella risposta di Gesù che è l'assicurazione rinnovata per voi, figli della Chiesa Cattolica, di poter trovare qui sulla terra, pegno dell'eterna felicità del cielo, la prosperità, la gioia e la pace, nella misura della vostra fedeltà indefettibile all'insegnamento della parola divina, sempre meglio appresa e approfondita. Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. O Maria, Madre di Gesù e Madre nostra! Noi vi salutiamo con questa invocazione di tutte le generazioni umane, attraverso il mistero della vostra vita, nello splendore della vostra assunzione. Ancora una volta vi salutiamo beata; intercedete per noi, o gloriosa Regina del mondo e siateci sempre propizia, e particolarmente nei pericoli e nelle necessità dell'ora presente. O Gesù, Figlio di Maria, nostro Fratello e nostro Salvatore, per il mistero del corpo e del sangue che vi siete degnato di prendere nel seno purissimo della Vergine, e che noi rinnoviamo oggi sull'altare, conservateci il dono della fede, per la salvezza delle nostre anime, per la prosperità e la grandezza del nostro popolo, per la gloria del vostro nome, che sarà e nostra gloria e nostra gioia, nella vita presente e nella vita eterna. Così sia!

 

 

 

Pace

Questo è il suo messaggio nell’enciclica Pacem in Terris:

  “Affinché l’umana società sia uno specchio il più fedele possibile del Regno di Dio, è necessario l’aiuto dall’alto. Allontani Egli dal cuore degli uomini ciò che può mettere in pericolo la pace; e li trasformi in testimoni di verità, di giustizia, di amore fraterno. Illumini i responsabili dei popoli, affinché accanto alle sollecitudini per il giusto benessere dei loro cittadini garantiscano e difendano il gran dono della pace; accenda la volontà di tutti a superare le barriere che dividono, ad accrescere i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri, a perdonare coloro che hanno recato ingiurie; in virtù della sua azione, si affratellino tutti i popoli della terra e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace”.

 

 

Mons. Bettazzi 
Come è nata la marcia della Pace?
Nel corso del 1968 mi contattarono da Roma per chiedermi di accettare la guida di un gruppo di giovani impegnati per la pace e che volevano un vescovo come presidente. Dissero di aver pensato a me come il più adatto. Poi ho saputo che avevano già chiesto ad altri cinque vescovi, ma avevano tutti rifiutato. Mons. Mario Castellano era stato il secondo presidente di Pax Christi, ma si era dimesso perché troppo impegnato con la sua diocesi di Siena. Io ho accettato. I membri del movimento erano seimila. Ma erano quasi tutte adesioni pro forma. Dopo una verifica sono rimasti solo trecento giovani. Una delle prime cose che questi ragazzi hanno detto è stata che volevano contestare il consumismo di Capodanno. Da qui l’idea di una marcia di preghiera e digiuno per la pace dalla casa natale di Papa Giovanni a Sotto il Monte fino a Bergamo. Più avanti la stessa idea della marcia è stata adotta dal Sermig a Torino, dalla Comunità di Sant’Egidio a Roma e da altri contribuendo molto a formare l’opinione pubblica.

 

 

Mons Bettazzi 
presente nella casa natale di Papa Giovanni per la marcia della Pace risponde alla domanda:  
Di che cosa parlava da giovane vescovo durante il Concilio con Papa Giovanni?
In realtà avevo avuto modo di incontrare Angelo Roncalli quando era ancora nunzio in Bulgaria e Turchia. Una volta mi chiese quali fossero i miei hobby. Avevo appena cominciato ad insegnare. Gli dissi che il primo era la passione per i libri antichi. Il secondo era lo studio delle visite pastorali di San Carlo Borromeo alla diocesi di Bergamo. San Carlo portava il Concilio di Trento, Roncalli già allora mi diceva che un Concilio sarebbe stato una buona idea per rinnovare la Chiesa. Aveva trovato tante cose buone tra gli ortodossi vivendoci insieme per dieci anni; poi a Istanbul i musulmani l’avevano aiutato a portare gli ebrei fuori dalla Germania; in seguito l’esperienza della laicità francese da nunzio a Parigi dopo la guerra; quindi le sue esperienze pastorali fino ad essere patriarca di Venezia. Aveva capito che non era la Chiesa “buona” e il mondo “cattivo”. La Chiesa doveva essere a servizio del mondo, non il suo giudice.

 

 

"Il metodo è di seguire le regole della non-violenza gandhiana: 

Giovanni evita di contrapporre un sapere a un altro sapere, una teologia a un'altra teologia, una corrente di chiesa a una corrente diversa. Preferisce uscire dall'antagonismo, non per la vittoria sull'avversario ma per sottrazione dell'inimicizia".  Durante i primi passi del Concilio, i giornalisti si attendevano lo scontro del Papa col cardinale Ottaviani che voleva il 'veto' della chiesa all'apertura a sinistra, altro terreno scottante durante il pontificato di Papa Roncalli. Non sapevano quanto il papa aveva fatto. Lo riferì  il postulatore della causa di beatificazione del papa, dopo aver ascoltato il cardinale stesso. Papa Giovanni, un giorno, si curva un poco verso il cardinale e gli dice : "Eminenza, le nostre teste possono anche avere pensieri diversi. Ma il nostro cuore è sempre vicino". ( Giancarlo Zizola )

 

 

Sotto il Monte 31.12.'68 - 31.12.2017

Mons. Luigi Bettazzi, primo presidente di Pax Christi, presente a Sotto il Monte nella casa natale di papa Giovanni, affidata al PIME,  ricorda oggi gli inizi e il cammino della Marcia della Pace in Italia e nel mondo e scrive: "Fu ovva la scelta del paese natale di Papa Giovanni XXIII, il Papa che aveva indetto il Concilio Vaticano II e che, nel 1962, aveva bloccato la tensione armata tra USA e URSS per la questione di Cuba, a cui aveva fatto seguire, nell'aprile 1963 la grande enciclica "Pacem in terris". Iniziammo proprio nel cortile di casa della famiglia Roncalli, con un discorso di padre Turoldo, il quale, rifacendosi al titolo del nostro Movimento, richiamò che non c'è una "pace romana", come si diceva duemila anni fa, o una "pace americana" come si diceva in quel momento, ma la vera "pace" è quella di Gesù Cristo. In questi cinquant'anni abbiamo girato l'Italia... e le Marce di Capodanno si sono moltiplicate:

Oggi la Marcia della Pace diventa un'icona dell'impegno per la pace; impegno che parte dalla convinzione personale, ma che deve aprirsi all'impegno sociale - e perché sia più efficace dev'essere collettivo - per sconfiggere l'idea che la guerra sia inevitabile. Lo spirito cristiano, della preghiera e della responsabiltà, ci accompagni nella nostra generosotà e nella nostra speranza".

 

 

Pacem in terris

L'enciclica Pacem in terris aperse un nuovo stile di dialogo tra i popoli.  Mikhail Gorbaciov nella Perestroika concordava col messaggio del Papa nella Pacem in terris che "si  doveva trascendere le gabbie ideologiche della storia".  Era persuaso che "siamo tutti passeggeri di una stessa nave e che non possiamo permetterci di fare maufragio".

Tutti volgevano lo sguardo verso il vecchio Papa contadino, aderente alla terra, alle radici, alla natura, che credeva che la Provvidenza stava conducendo il mondo "ad un nuovo ordine di rapporti umani" fondato sull'unità del genere umano, e insisteva  sull'apertura di ogni comunità politica alla solidarietà su scala mondiale per scongiurare il conflitto nucleare e realizzare una equa distribuzione delle risorse.

 

 

PRINCIPE DELLA PACE

Gesù nasce, a Betlemme, come della umanità tutta intera «Redentore». Additandolo alle folle sitibonde di luce e di interiore consolazione, Giovanni il Battista diceva di Lui: «Ecco colui che toglie i peccati del mondo». È la prima, è la grande benedizione del Natale, questa: ciascun uomo si purifica, vede più chiaro innanzi a sé, si dispone a servire più compiutamente alle sue responsabilità, non ispirato, né sorretto da altro ideale, che non sia questo: Oh Redentore, oh Redentore. Gesù che nasce è tutta la gloria nostra. «Lui dà la grandezza al suo popolo»... senza di Lui la vita umana è un gemito dei popoli e dei singoli, gemito di chi invano si strugge verso una robusta edificazione individuale, familiare, sociale. Come ieri, così per l'avvenire: le costruzioni che non hanno in Gesù la pietra fondamentale, non accettano la parola, gli esempi, la redenzione operata dal Cristo o la rifiutano, sono destinate tutte, al primo vento, seguito dall'uragano, a cedere e perire. Gesù che nasce è veramente la nostra «pace». «Dio forte, Dominatore, Principe della pace». I potenti discernono appena la debolezza del Bambino in una grotta fuori dell'abitato; gli umili invece chiamati e condotti a Lui dalla fede, ne riconoscono la forza e lo adorano. Il suo pacifico principato presuppone nell'uomo la cooperazione più vigile e più pronta, l'attrazione al dominio di sé, nella disciplina dello spirito e del corpo, nella dignità della vita e nella fermezza dei propositi. Pensateci bene, o figli. Gesù che ci redime, Gesù che ci dà la gloria, Gesù che ci dà la pace; questo è tutto. DISCORSI IV, p. 124-125

 

 

La pace 

Crisi di Cuba : In pericolo la pace mondiale. Il 25 ottobre 1962 il giornalista Norman Cusens, per incarico di Kennedy, telefonò nella tarda sera in Vaticano, chiedendo un incontro immediato per ragioni estremamente gravi. Fu subito ricevuto da un cardinale al quale disse : "Il presidente degli Stati Uniti, dopo la scoperta dei missili sovietici a Cuba, comunica alla santa sede che entro 24 oren l'America alzerà la bandiera di combattimento. Era la guerra. Il cardinale si recò dal papa per comunicargli la notizia. Il papa disse di stendere il testo di un messaggio, da leggere alla radio, in favore dela pace, e diretto al mondo intero: lui nel frattemo avrebbe pregato. Quando il testo fu pronto, il papa lo lesse e vi appose alcune modifiche che gli sembravano opportune. Fu subito tradotto in inglese e in russo, poi inviato a Mosca e a Washington. Alle 9 del mattino giunsero le risposte : i due governi dchararono che nel testo non vi era nulla che potesse ledere il loro onore. Alle 12, il papa lesse il suo messaggio; alle 18 America e Russia avevano raggiunto un accordo. L'intervento di papa Giovanni era stato prezioso, perché accettato preventivamente dalle due parti contedenti.

 

 

Prima Messa di don Angelo Roncalli a Roma

Ah, le consolazioni di quella messa! Mi sovvengo che fra i sentimenti di cui il cuore riboccava questo dominava su tutti, di un grande amore alla Chiesa, alla causa di Cristo, del Papa, di una dedizione totale dell'essere mio a servizio di Gesù e della Chiesa, di un proposito, di un sacro giuramento di fedeltà alla cattedra di San Pietro, di lavoro instancabile per le anime. Ma quel giuramento che riceveva una sua propria consacrazione dal luogo dove io ero, dall'atto che io compivo, dalle circostanze che l'accompagnavano, lo tengo qui vivo ancora e palpitante nel cuore più che la penna non valga a descriverlo. Come dissi al Signore sulla tomba di san Pietro: « Domine, tu omnia nosti, tu scis quia amo te » (Gv 21,17) . Uscii di là come trasognato. I pontefici di marmo e di bronzo disposti lungo la basilica pareva mi riguardassero dai loro sepolcri con una significazione nuova in quel dì, come ad infondermi coraggio, e grande fiducia.

 

 

Questo è il Natale: 

Gesù che ci redime, Gesù che ci dà la gloria, Gesù che ci dà la pace; questo è tutto. Vedendo Gesù, onnipotente e umile, infinito e povero, Verbo di Dio e silenzioso, ogni uomo vede la salvezza che viene da Dio, prende coraggio a riformare la sua vita, a rendere meritorio per se e benefico per i suoi simili questo misterioso e provvidenziale tragitto che è la nostra umana esistenza.

Come il Padre celeste v'invita al suo Figlio, fattosi nostro fratello, così la Chiesa, ripetendo il gesto santo di Maria, vi porge Gesù attraverso il ministero sacerdotale che noi continuiamo. Questo significa andare incontro al Concilio Ecumenico: andare incontro a Gesù. Egli ci chiama col suo sorriso, Egli allarga a tutti le braccia, come facciamo Noi in questo momento, Egli vi benedice con le parole stesse della Nostra benedizione. DMC IV pp. 123-130

 

 

Caro Papa Giovanni, 

tu che ami i bambini, ti chiedo umilmente di proteggere il mio, il suo nome è Simone, lo affido a Te e alla protezione di Gesù, Maria e Giuseppe. Aiutami a crescerlo come un bravo cristiano e con tutti quei valori importanti che oggi sono spariti. Ti prego di guardare nel mio cuore e alleggerire le mie preoccupazioni e pensieri perchè purtroppo in questo mondo non contano più le persone e l'amore, ma c' e' troppo egoismo e cattiveria. Aiuta i miei famigliari e ti prego donaci la serenità per continuare il nostro cammino fino alla fine. Ti chiedo di farmi la grazia che conservo nel mio cuore. Ti ringrazio del tuo esempio. Laura.

 

 

Lode a Maria
Gda 163. Evviva Maria Immacolata! l'unica, la più bella, la più santa, la più cara a Dio di tutte le creature. O Maria, o Maria, tu mi sembri tanto bella che, se non sapessi che a Dio solo si deve rendere il sommo degli onori (Rm 1,8) io ti adorerei. Tu sei bella; ma chi può dire quanto sei buona? Or volge un anno dacché tu mi hai concesso quella tal grazia che tu ben sai quanto io poco mi meritassi, e tu in questo giorno istesso me la ricordi colla più viva insistenza, rammentandomi anche i doveri purtroppo sì dolci che l'accompagnarono e che io ebbi l'onore di assumere. Ma ahimè, ,lori sempre ho corrisposto al tuo amore, non sempre fui con te quale tu fosti con me. Guardando a me stesso, io ben comprendo quale dopo un anno dovrei essere, e quale non sono. Io sono sempre stato un po' matto, un po' balordo, in questi ultimi giorni specialmente. Ecco qui tutta la mia virtù.

 

 

Anna Mariea si sedeva ai suoi piedi

   

Testimone di questa nota biografica su Angelo Roncalli è Patti Gallagher Mansfield, una di coloro che parteciparono al famoso «fine settimana di Duquesne» (Pittsburg, USA), durante il quale prese l’avvio il Rinnovamento carismatico all’interno della chiesa cattolica. 

«Quando era ancora il vescovo Angelo Roncalli, papa Giovanni XXIII era solito visitare un piccolo villaggio cecoslovacco di circa trecento anime dove abitava una mia cara amica, la sig.ra Anna Mariea Schmidt. Da molti secoli tutti i cattolici di quel villaggio avevano sperimentato tutti i doni carismatici come si legge nella prima lettera ai Corinzi (12-14).[9] Era parte della normale vita cristiana per loro. La Pentecoste era una realtà quotidiana. Anna Mariea mi raccontava delle prima manifestazioni di doni carismatici nell’undicesimo secolo. […] Ogni successiva generazione di abitanti di quel villaggio manifestava i doni dello Spirito Santo. […] Era in questo ambiente carismatico che il vescovo Roncalli si recava negli anni Trenta. Era accolto con gioia come un padre spirituale. Anna Mariea, che allora era una bambina, lo ricorda come un prete pieno dell’amore di Dio. Provava grande letizia nel sedersi ai suoi piedi e nell’ascoltarlo parlare di Gesù. Lui sembrava perfettamente a suo agio in mezzo alla manifestazione dei doni carismatici quando pregava con la sua famiglia e con gli altri del villaggio. […] La descrizione di Anna Mariea è confermata da molta altra gente. […] Nel 1938, arrivarono le truppe naziste che uccisero quasi tutti gli abitanti. La forza dello Spirito li sostenne e neppure uno rinunciò alla sua fede. Sono grata al Signore che risparmiò la vita della signora Anna Mariea Schmidt, 

 che sopravvisse sia ai campi di concentramento nazisti che a quelli russi e che mi ha permesso di condividere questa parte della sua testimonianza straordinaria».

 

 

 

Natale
 Domani deve essere giorno di grande raccoglimento e di grande fervore. Gesù è vicino, sta per rompere i sacri veli del seno materno; già ha fatto sentire la sua voce amorosa: « ecce venio » (Ap 16,15) 3. Ed io mi debbo preparare con attenzione speciale a questa sua venuta, perché ne spero vantaggi immensi. Ho delle grandi cose da comunicargli, ed egli ha innumerevoli e grandi benefici da compartirmi. Il mio pensiero, il mio cuore, domani, deve riposare tutto il giorno dinnanzi al tabernacolo, trasformato in questi giorni nella capanna di Betlemme. « Veni, veni bone Jesu, et noli tardare: anima mea nunc requiescet in spe ».

 

 

 

Il primo natale di Papa Giovanni

A mezzodì, dopo la celebrazione della Messa in San Pietro, Papa Giovanni benedice la città e il mondo  ( Urbi et Orbi ) e dopo una sosta all'ospedale S. Spirito, alle 13,20 visita il complesso pediatrico, il Bambin Gesù, e nel pomerggio, davanti al presepio, è coi mutilitatini di Don Gnocchi e di don Orione. Nel diario scrive : "Due ore di gaudio spirituale e, penso, di generale commossa edificazione". Il giorno di Santo Stefano alle 8,05 entra nel carcere Regina Coeli. Emozionato, alza gli occhi inumiditi da impercettibili lacrime sulle inferriate di quattro piani. Esplode un applauso interminabile. Si toglie lo zucchetto bianco... in segno di saluto gioioso. " Miei cari figlioli, miei cari fratelli, siamo nella casa del Padre anche qui. Siete contenti che sia venuto?".... "Sapevo che mi volevate e anch'io vi volevo. Per questo, eccomi qui. A dirvi il cuore che ci metto, parlandovi, non ci riuscirei, ma che altro linguaggio volete che vi parli il Papa?  Io metto i miei occhi nei vostri occhi : ma no, perché piangete? Siete contenti che io sia qui.  Il Papa è venuto, eccomi a voi. Penso con voi ai vostri bambini che sono la vostra poesia e la vostra tristezza, alle vostre mogli, alle vostre sorelle, alle vostre mamme". Si fa fotografare con loro. Un uomo si stacca dal gruppo dei reclusi, lo guarda con occhi arrossati dal pianto e cadendogli ai piedi, gli chiede : "Le parole di speranza che lei ha pronunciato valgono anche per me?"  Roncalli non risponde. Si china sull'uomo, lo solleva, lo abbraccia, lo tiene a lungo stretto a sé. Saputo poi che trecento, chiusi nelle celle di rigore, non avevano potuto vederlo, manda a tutti un'immagine con l'assicurazione che non dimenticherà i suoi "figli invisibili". Al termine dell'incontro  con i detenuti, un'ultima raccomandazione : " Scrivete a casa, raccontate alle vostre madri e alle vostre mogli che il Papa è veuto a trovarvi ".

Un giornale scrisse : "La manifestazione dell'incontro del Papa ha fatto tremare i muri di Regina Coeli".

 

 

 Ultima cartolina giunta da Morena
Entrare in quei luoghi ... in quella camera ... in quel Santuario .... significa veramente tanto per me ..... significa ricordare la Fede della mia cara nonna che amava tantissimo Papa Giovanni ..... significa aprire il cuore e la mente alla Pace ed alla serenità che mi accompagna poi fino alla prossima volta ... peccato non saper esprimere bene il concetto di ciò che si vuole far comprendere ... non sono molto brava con le parole .in compenso il marito ci sa fare meglio di me con le foto .... appena pronte gliene manderà qualcuno ..... buonasera in quel luogo di Pace!!!!!!💙 

 

 

Natale

Mio Signore Gesù, che le vostre grazie non cadano invano! Non ho più coraggio di presentarmi a voi. Due soli giorni mi separano dalle vostre feste natalizie, e voi già state aspettando i miei doni. Signore, non ho se non la contrizione e il dispiacere di non potere accontentare voi, cui sento di volere un gran bene e una volontà ferma di mostrarvi col fatto il mio affetto. Aiutatemi perché in questi due giorni ripari al passato, disponga l'anima mia alla vostra venuta, cosicché nel dì di Natale la mia gioia sia più lieta, nel sapere che voi vi compiacete di me, mi accarezzate, mi infiammate della vostra santa carità.

Maria, san Giuseppe, uno sguardo ed una preghiera anche per me.

« Jesu, Maria et Joseph, pro vobis vivam, pro vobis patiar, loro vobis moriar ». Come mi è dolce ripetere queste parole!

 

 

Come conservare la pace

« Nell'esame del mezzodì darò una breve rivista al mio cuo­re, per vedere se conserva la pace interiore, fondata sulla base del­la santa volontà di Dio, e per ristabilirla se mai si fosse alterata: Gesù mio, misericordia. A mantenere la mia pace mi propongo quattro cose: 1) essere morto al mondo e a tutto ciò che non è Dio; 2) vivere abbandonato sulle braccia della divina provvidenza; 3) amare il patire, sia nell'interno che all'esterno; 4) non intrapren­dere molti affari, se non quelli che porta seco il proprio ministero, conforme all'obbedienza.

Reputo come indizio di una grande misericordia del Signore Ge­sù per me, questo conservarmi la sua pace e i segni anche esteriori della sua grazia, che spiegano, a quanto sento dire, la perennità della mia calma, che mi fa godere di una semplicità e mitezza di spirito, che mantiene sempre in ogni ora della mia giornata la di­sposizione a lasciar tutto, e a partire anche subito per la eterna vita.

 

 

C'è ancora schavitù nel mondo

Carissimi, mi permetto di mandarvi una cartolina come la mandavo agli amici che tenevo informati della mia vita in Algeria, prima di venire a Sotto il Monte. Avevo portato in Camerun 300 rosari messi da voi nella mano di Papa Giovanni e le ho date ai missionari per  cristiani. Una persona di Sotto il Monte, alla mia partenza mi aveva consegnato il suo rosario. L'ho messo in mano a un seminarista perché preghi per lei. Sarei contento se qualcuno mi scrivesse le sue impressioni. Grazie.

Sono appena rientrato dal Cameroun. Dal caldo dell'Africa al passaggio sotto il nevischio di Bruxel per salire in aereo verso l'Italia, attendendo il decollo due ore, perché Milano non poteva accoglierci sotto la nebbia. Ma il cambiamento che vivo è tremendo, non tanto fisico, ma più profondo. Sembro esagerare, ma mi ero immerso, durante un mese, nella vita di seminario come formatore, studiando con 9 seminaristi la storia della Chiesa, delle missioni e dell'Istituto, ma mi ero immerso anche nella vita della gente, della natura, degli amici ritrovati e dei problemi di vario genere. Dopo 50 anni dal mio primo arrivo, avendovene vissuti 40, l'Africa mi appassionava ancora.

Il cambiamento che accennavo è tremendo perché dagli incontri vissuti e dalla lettura dei giornali in Cameroun alla lettura dei giornali italiani, mi accorgo che regna ovunque una tremenda schiavitù, anche se l'Africa mantiene la sua vivacità e giovialità, mentre l'Europa, Italia compresa, mostra chiari segno di grigiore e preoccupazione.  Il primo titolo di Popotus (AV) del 14. 11. '17 è : "La mia bambola è una spia". "Molti giocattoli sono facili prede che i pirati informatici usano per rubarci informazioni personali". E non parliamo del condizionamento dei massmedia.  Il secondo titolo letto è "Domenica riposo", sempre in Avvenire, dello stesso giorno, del teologo Pierangelo Sequeri. Si domanda : "Vogliamo forse abbandonare questo popolo a se stesso? O vogliamo fare di tutto per far coincidere nella libera comunità della festa l'incontro col Signore e la libera azione dalla schavitù?"

Le parole 'spia','pirati' nei giocattoli e 'schiavitù', pronunciata dal teologo Sequeri per quanto riguarda l'Italia, mi fa pensare subito all'impressione che vivi in Africa quando vedi, interroghi, ascolti e rifletti. Lungo le strade, alcune migliorate, ma poco mantenute, ho rivisto gli immensi fusti di legno pregiato, in viaggio verso il porto di Douala. e ho letto che alcuni si domandano dove vanno i profitti di tale impresa devastatoria e come mai aumenta la corruzione e la povertà di certe zone abbandonate. Queste domande e affermazioni le ritrovi nell'intervento del Cardinale  Kleda, arcivescovo di Douala, del 5 dicembre scorso, che giunge con delicatezza e coraggio a consigliare al presidente del Cameroun, Paul Bia, di preparare bene la sua successione. E quando ascolti l'impresario italiano di cui puoi fidarti nel mantenere in buono stato la tua casa, che ti installa il rubinetto proveniente dall'Italia perché altrimenti trovi quello proveniente dalla Cina, o altro, i cui prezzi sono fatti dallo straniero, mentre anche il prezzo del legname è ancora fatto dallo straniero.  In questi giorni, ritornato a Sotto il Monte, accanto al santo Papa Giovanni, fiore della bella campagna italiana, ancora vivo e profumato di bontà e di giustizia, amico delle nuove nazioni, finalmente libere dal colonialismo, gli chiederò di prepararci alla venuta di Gesù, prendendo coscienza della schiavitù di vario genere in cui viviamo e che continuiamo a imporre.

 

 

C'è ancora schavitù nel mondo

Carissimi, mi permetto di mandarvi una cartolina come la mandavo agli amici che tenevo informati della mia vita in Algeria, prima di venire a Sotto il Monte. Avevo portato in Camerun 300 rosari messi da voi nella mano di Papa Giovanni e le ho date ai missionari per  cristiani. Una persona di Sotto il Monte, alla mia partenza mi aveva consegnato il suo rosario. L'ho messo in mano a un seminarista perché preghi per lei. Sarei contento se qualcuno mi scrivesse le sue impressioni. Grazie.

Sono appena rientrato dal Cameroun. Dal caldo dell'Africa al passaggio sotto il nevischio di Bruxel per salire in aereo verso l'Italia, attendendo il decollo due ore, perché Milano non poteva accoglierci sotto la nebbia. Ma il cambiamento che vivo è tremendo, non tanto fisico, ma più profondo. Sembro esagerare, ma mi ero immerso, durante un mese, nella vita di seminario come formatore, studiando con 9 seminaristi la storia della Chiesa, delle missioni e dell'Istituto, ma mi ero immerso anche nella vita della gente, della natura, degli amici ritrovati e dei problemi di vario genere. Dopo 50 anni dal mio primo arrivo, avendovene vissuti 40, l'Africa mi appassionava ancora.

Il cambiamento che accennavo è tremendo perché dagli incontri vissuti e dalla lettura dei giornali in Cameroun alla lettura dei giornali italiani, mi accorgo che regna ovunque una tremenda schiavitù, anche se l'Africa mantiene la sua vivacità e giovialità, mentre l'Europa, Italia compresa, mostra chiari segno di grigiore e preoccupazione.  Il primo titolo di Popotus (AV) del 14. 11. '17 è : "La mia bambola è una spia". "Molti giocattoli sono facili prede che i pirati informatici usano per rubarci informazioni personali". E non parliamo del condizionamento dei massmedia.  Il secondo titolo letto è "Domenica riposo", sempre in Avvenire, dello stesso giorno, del teologo Pierangelo Sequeri. Si domanda : "Vogliamo forse abbandonare questo popolo a se stesso? O vogliamo fare di tutto per far coincidere nella libera comunità della festa l'incontro col Signore e la libera azione dalla schavitù?"

Le parole 'spia','pirati' nei giocattoli e 'schiavitù', pronunciata dal teologo Sequeri per quanto riguarda l'Italia, mi fa pensare subito all'impressione che vivi in Africa quando vedi, interroghi, ascolti e rifletti. Lungo le strade, alcune migliorate, ma poco mantenute, ho rivisto gli immensi fusti di legno pregiato, in viaggio verso il porto di Douala. e ho letto che alcuni si domandano dove vanno i profitti di tale impresa devastatoria e come mai aumenta la corruzione e la povertà di certe zone abbandonate. Queste domande e affermazioni le ritrovi nell'intervento del Cardinale  Kleda, arcivescovo di Douala, del 5 dicembre scorso, che giunge con delicatezza e coraggio a consigliare al presidente del Cameroun, Paul Bia, di preparare bene la sua successione. E quando ascolti l'impresario italiano di cui puoi fidarti nel mantenere in buono stato la tua casa, che ti installa il rubinetto proveniente dall'Italia perché altrimenti trovi quello proveniente dalla Cina, o altro, i cui prezzi sono fatti dallo straniero, mentre anche il prezzo del legname è ancora fatto dallo straniero.  In questi giorni, ritornato a Sotto il Monte, accanto al santo Papa Giovanni, fiore della bella campagna italiana, ancora vivo e profumato di bontà e di giustizia, amico delle nuove nazioni, finalmente libere dal colonialismo, gli chiederò di prepararci alla venuta di Gesù, prendendo coscienza della schiavitù di vario genere in cui viviamo e che continuiamo a imporre.

 

 

L'uomo della profezia

Magari ci chiediamo cosa rimanga della profezia da lui riesumata sull'avviarsi del Concilio Vaticano II, quando, trascrivendosi in un quaderno alcuni pensieri dalle lettere di san Pietro, tracciò questa parafrasi sui cieli nuovi e la nuova terra che noi continuiamo ad attendere:

"Nuovi cieli e nuove terre! Quando li avremo? La conversione nostra a Dio e quella di Dio a noi produrranno il cambiamento? (Ml 3,24). I giorni del Signore verranno dopo la nostra attesa. Terra e cielo saranno rinnovati: ciò è ben sicuro. Ma occorrerà innanzitutto il trionfo della giustizia ottenuto con la nostra vita immacolata e intatta e colla educazione di un grande spirito di pace. Oh, che grazia lo spirito di pace fra noi! Cresciamo in questa grazia nella ricerca e nella conoscenza profonda di Gesù benedetto nostro Signore e Salvatore".

È stato l'uomo delle radici: "Nulla mi costa il riconoscere e il ripetere che io sono e non valgo un ben niente. Il Signore mi ha fatto nascere da povera gente ed ha pensato a tutto. Io l'ho lasciato fare..." (GdA, par. 898).

L'uomo fratello: "La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi. Un fratello divenuto padre per volontà di Nostro Signore. Ma tutt'insieme, paternità e fraternità, è grazia di Dio. Tutto, tutto" (DMC IV, 11 ott. 1962).

Cittadino del mondo: "è questo ormai un principio entrato nello spirito di ogni fedele appartenente alla Chiesa romana: di essere cioè e di ritenersi veramente, in quanto cattolico, cittadino del mondo intero, cosi come Cristo del mondo intero è l'adorato salvatore. Buon esercizio di vera cattolicità è questo, di cui tutti i cattolici devono rendersi conto e farsi come un precetto a luce della propria mentalità e a direzione della propria condotta nei rapporti religiosi e sociali" (DMC 11, p. 394).

 

 

Umiltà

Attenderò più di proposito all'umiltà, procurandomi di star saldo in tutte quelle occasioni, e sono moltissime, che mi si presentano di esercitarla. E per questo mi gioverà immensamente una unione di pensieri e di affetti con Gesù in Sacramento, il mio amico, poiché allora fra lui e me ci sarà vero amore, e l'amore per Gesù porta seco l'umiltà. Là adunque con lui mi sfogherò sempre, a lui manifesterò le mie miserie, i miei affanni, ed egli mi darà la pazienza che mi è necessaria nelle continue avversità in cui mi trovo. Egli mi aiuterà a compiere quella missione di pace fra la mia famiglia troppo angustiata. Egli mi insegnerà ad amare il prossimo, a perdonarlo, a compatirne i difetti. Così pure, se piangerò, se sarò offeso o abbandonato, mi consolerò pensando di assomigliarmi al buon Gesù, che pure, e più di me, è offeso e abbandonato, eppure non cessa mai di amare. In tal modo le mie lacrime tanto più saranno meritorie, preziose, quanto più saranno amare, e non mi sconforterò, ma mi terrò onorato di patire qualche cosa per Gesù che è morto in croce per me; e per me sta continuamente chiuso in un tabernacolo.

 

 

 

La pace. 

Il Papa sa suscitare l'attenzione di Krusciov e diventa un interlocutore del Cremlino in tempi ancora di guerra fredda. Lo diventa attraverso gesti distensivi e canali diplomatici, anche inconsueti. Osservava il Cardinal Casaroli: "Il soffio di aria nuova e vivificante che la sua figura sembra portare al mondo penetra anche al di là della cortina, qualche contatto, qualche segno di cortesia si abbozzano timidamente, eppure rappresentano già atti di grande significato e di enorme portata, una spessa barriera di ghiaccio sembra fondersi insensibilmente". L'enciclica “Pacem in terris” contribuisce molto al prestigio internazionale di Papa Giovanni, specialmente nei paesi dell'Est. L'enciclica è rivolta a tutti gli uomini di buona volontà, non ai soli cattolici, e distingue fra errore ed errante, quando, per la verità, ancora nel '59 il Santo Uffizio ribadiva la validità della scomunica ai comunisti di un decennio addietro. Pur essendo un interlocutore a distanza, Papa Giovanni è importante per Krusciov, quando il leader sovietico cerca di uscire dalla crisi di Cuba e l'appello di pace di Papa Giovanni favorisce il ritiro sovietico, fornendo un appiglio per non perdere la faccia.

 

 

Qual è il messaggio che il santo Angelo Roncalli ha per l'uomo d'oggi, tanto per il fedele come per l'ateo?
«Il messaggio è quello di un vangelo che non cambia, ma che comincia finalmente a essere capito. Di una chiesa rinnovata che con il vangelo come unica bussola comprende ora, più che in passato, di essere chiamata a servire l'uomo, nei suoi bisogni spirituali e materiali, l'uomo in quanto tale e non solo i cattolici, a difendere come affermava Giovanni XXIII "anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non della chiesa cattolica". Tutto questo nella serenità, nella gioia cristiana, nella passione per la verità»

 

 

L'amicizia di Gesù non fa rumore
 

L'amicizia di Gesù non fa rumore al di fuori, ma trasparisce presto in una diffusione di soavità e di pace, che traspira da tutta la nostra persona, nel dominio tranquillo e senza scosse delle nostre passioni, in una gentilezza squisita e ad un tempo venusta di tratto, che noi veniamo mano mano acquistando. lo non mi indugerò nel dichiarare gli effetti della nostra familiare amicizia con Gesù.  Quando Gesù dentro non parla, ogni consolazione è vile; ma una sola parola di lui ci riempie di gaudio ineffabile. Non si levò tosto la Maddalena dal suo pianto, quando Marta le disse: Il Maestro è qui, e ti chiama (Gv 11,28)? Oh, felice l'ora quando Gesù ci chiama dalle lacrime alla gioia dello spirito, perché egli è tutto per noi, e senza di lui nulla noi siamo e tutto è contro di noi.

 

 

 La prima idea del Concilio
Nella pagina 731 del libro Giovanni XXIII, scritto da Marco Roncalli, si trova che il segretario Loris Capovilla ha scritto : "Gli accadeva di dire ai suoi familiari che il Concilio non aveva compreso la sua missione che nell'ultima quindicina della sessione, quando sotto la spinta dei cardinali Suenens, Montini e Lercaro aveva risolto di condividere l'angoscia degli uomini di oggi e di portare la luce del Cristo sui grandi problemi della fame, della guerra, dell'odio razziale, del disprezzo della vita e dell'esplosione demografica. E' dalla partecipazione a questa angoscia degli uomini che è nata nel suo spirito la prima idea del Concilio". 

 

 

Papa del Concilio
 

Il Papa spiega che il punto saliente del Concilio non è "la discussione di un articolo o dell'altro della dottrina; per questo non occorreva un Concilio. Lo spirito cristiano cattolico e apostolico del mondo intero attende un balzo innanzi. Altra è la sostanza dell'antica dottrina del depositum fidei ed altro è la formulazione del suo rivestimento". Qui si radicano i problemi dell'aggiornamento della pastorale della Chiesa che il Concilio deve affrontare. Per Papa Giovanni non si tratta di avere un atteggiamento cedevole di fronte agli errori, questo no, ma dice: "Al giorno d'oggi la sposa di Cristo preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità".

Dunque come si presenta allora la Chiesa del Vaticano II? Si presenta "Madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e bontà verso i figli da lei separati". Il contributo al mondo di questa Chiesa, del Concilio, è visto sotto una chiave essenzialmente religiosa. Giovanni XXIII lo esemplifica con le parole degli Atti degli Apostoli: "Io non ho né oro né argento, ma ti do quello che ho: nel nome di Gesù Cristo Nazareno levati e cammina".

Con queste indicazioni, tutt'altro che giuridiche o regolamentari, poteva iniziare il Concilio le cui conclusioni Giovanni XXIII non avrebbe visto, ma i cui frutti spirituali furono manifesti sin dalle prime fasi.

 

 

PER LA DISCIPLINA STRADALE

Allontanate, o Signore ogni danno che possa pervenire agli uomini dalle difficoltà del viaggio, dalla stanchezza del corpo, dalla velocità inconsiderata... E come vi degnaste o Signore, di assegnare al figlio di Tobia l'Arcangelo Raffaele quale compagno di viaggio, così liberate i vostri figli da ogni pericolo dell'anima e del corpo, affinché camminando rettamente alla vostra presenza per le vie del mondo meritino di raggiungere il porto della eterna salvezza. Per Cristo Signor nostro. Amen, amen.

 

 

Docilità allo Spirito santo di Papa Giovanni

Per papa Francesco “nella convocazione del Concilio Giovanni XXIII ha dimostrato una delicata docilità allo spirito santo, si è lasciato condurre ed è stato per la chiesa un pastore, una guida-guidata. Questo è stato il suo grande servizio alla chiesa; per questo a me piace pensarlo come il papa della docilità allo spirito”.

“A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà”.

  “ogni credente, in questo mondo, deve essere una scintilla di luce, un centro di amore, un fermento vivificatore nella massa: e tanto più lo sarà, quanto più, nella intimità di se stesso, vive in comunione con Dio”.

 Papa Giovanni invita tutti gli “uomini di buona volontà” ad abbandonare l’individualismo, che lascia nuove armi ai potenti e nuove catene ai poveri, per impregnare la società con i valori della solidarietà, dell’accoglienza ai più deboli, dell’impegno per ridurre le disuguaglianze culturali ed economiche della terra, della ricerca del dialogo e della pace.

 

 

L'amicizia di Gesù! 

All'inizio dei suo cammino spirituale, nel 1904, Papa Giovanni diceva: "Oh! L'amicizia di Gesù! È la nostra vita, il segreto che spiega la nostra esistenza: la vocazione, il sacerdozio, l'apostolato... Più viva si manifesta la nostra amicizia, quando sul mattino Gesù si incarna nelle nostre mani che lo toccano tremanti; lo accogliamo dolcemente nel nostro seno; lungo il giorno ci accostiamo a lui più vicini a effondere nel suo i sentimenti del nostro cuore, nelle nostre occupazioni gli mandiamo i nostri saluti amorosi ... Pace dello spirito, quiete serena, umiltà di cuore semplice e schietta e Gesù rimarrà con noi, saremo ripieni di gaudio in ogni tribolazione".

 

 

Dolce Cuor del mio Gesù
 

La divozione al Sacro Cuore mi ha accompagnato per tutto il tempo della mia vita. Quel buon vecchio di mio zio Zaverio, appena levatomi neonato dal fonte battesimale, mi consacrò là nella chiesetta del mio paese al Sacro Cuore, perché crescessi sotto i suoi auspici, da buon cristiano. Ricordo, fra le prime orazioni che appresi sulle ginocchia di quell'anima buona, la bella giaculatoria che oggi mi è così caro ripetere: « Dolce Cuor del mio Gesù, fa' che io t'ami sempre più ».

 

 

O Cuore divino

Mi sarà dolce abbassarmi e confondermi, unitamente al Cuore divino, così oltraggiato dagli uomini; e quando il mondo non avrà per me che noncuranza e disprezzo, la mia più grande gioia sarà il cercare e trovare conforto solamente in quel Cuore che è la fonte di tutte le consolazioni.

Richiamo l'attenzione della mia mente e volontà sopra due pratiche specialmente della vita quotidiana: la santa comunione e la visita vespertina, senza dire delle continue aspirazioni colle quali mi sforzerò abitualmente di saettare il Cuore del Verbo, come faceva san Luigi. Mi faccio una legge di non darmi pace, finché non mi potrò dire veramente annientato nel Cuore di Gesù.

O Cuore divino, io non so far altro che promettere, e mostrare così l'affetto che oggi mi par di sentire per voi, con una grande trepidazione però intorno al mantenimento dei miei propositi. Deh, non permettete che un giorno, rivedendo questi miei pensieri, legga in essi la mia condanna!

 

 

Stima del soprannaturale

Dopo l'aiuto di Dio e della sua grazia, il mezzo principale per superare i pericoli della diffidenza reciproca, del materialismo teorico-pratico e dell'indifferenza religiosa è la rinnovata e vissuta stima del soprannaturale congiunta alla pratica della carità. Amore rivolto a Dio e al prossimo, toto corde, secondo le parole di san Leone: a Dio perché sia santificato il suo nome, si estenda il suo regno e la sua volontà domini soavemente...; agli uomini per essere presenti a tutte le necessità del momento, nella verità per non deludere, ma nella carità a tutta prova di vero sacrificio per edificare. 5/01/1962, Scr e Disc.Vol. IV

 

 

COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

2 NOVEMBRE

Tutte belle e preziose le devozioni della santa Chiesa, che fioriscono accanto all'altare eucaristico, o all'altare della Vergine e dei santi. Ma particolarmente degna questa dei nostri morti: «che ci hanno preceduto nel segno della fede». Questa devozione è innanzi tutto meditazione delle verità eterne, ed esatta valutazione di ciò che passa, a di ciò che è destinato a sopravvivere. Oggi siamo venuti a rendere omaggio alla memoria dei Morti: a un tributo di preghiere al Signore per le anime loro, affinché la divina misericordia li avvolga definitivamente nella luce celeste. Ma il ricordo di quelli che ci hanno preceduti, ed ai quali ci legano vincoli di fedeltà a di riconoscenza, vogliamo che ci accompagni nella successione degli atti della nostra vita quotidiana. Perché questa è memoria degna di loro, questo torna a loro onore, questo è lo spirito del suffragio cristiano, che è tutt'uno con la vita e la pratica cristiana del vivere. Mentre la mesta, ma robusta liturgia dei Morti si alzerà su nell'aria con il canto del «Liberami o Signore», noi siamo come invitati a levare gli occhi al di sopra delle tombe, e a cercare altrove quelli che furono a ci restano cari a familiari: i genitori i loro figlioli, i figli i padri loro, lo sposo la sposa, e la moglie il marito suo, e quanti furono beneficati dal ministero di un'anima consacrata a Dio, 1'immagine di colui o di colei che gli fu padre nello spirito o madre. SCRITTI III, p. 269

 

 

 

Bontà luminosa, dignità amabile con tutti 

Nei miei rapporti con tutti ‑ cattolici o ortodossi, grandi o piccoli ‑ vedrò di lasciare sempre un'impressione di dignità e di bontà, bontà luminosa, dignità amabile. Rappresento ‑ benché indegnissimamente ‑ tra questa gente, il Santo Padre. Sarò dunque preoccupato di farlo stimare ed amare, anche attraverso la mia persona. Ciò vuole il Signore. Quale compito, quale responsabilità! Per rendermi più utile nel mio ministero  in Bulgaria, mi applicherò con speciale studio alla lingua francese e bulgara.

 

 

E la carità? 

Questo è veramente l'oro prezioso, infocato, che arricchisce chi lo possiede e lo rende grato a misura che viene donato. Omelia: Venezia, 6 gennaio 1956.Vol. II: 1955-1956p. 301

Dopo l'aiuto di Dio e della sua grazia, il mezzo principale per superare i pericoli della diffidenza reciproca, del materialismo teorico-pratico e dell'indifferenza religiosa è la rinnovata e vissuta stima del soprannaturale congiunta alla pratica della carità. Amore rivolto a Dio e al prossimo, toto corde, secondo le parole di san Leone: a Dio perché sia santificato il suo nome, si estenda il suo regno e la sua volontà domini soavemente...; agli uomini per essere presenti a tutte le necessità del momento, nella verità per non deludere, ma nella carità a tutta prova di vero sacrificio per edificare. 5/01/1962, Scr e Disc.Vol. IV

 

 

La bontà del Papa della carezza è un riflesso vivo della bontà di Dio.            
L'essere riflesso della bontà di Dio non sopprime l'umanità della persona. Padre Califano, cappuccino, postulatore di Giovanni XXIII, dice : "Papa Roncalli  era consapevole di avere dei difetti  ed era dotato anche di una certa autoironia che gli permetteva di scherzarci su. A cominciare dal fatto che era una “buona forchetta”. Ma forse uno dei lati deboli del suo carattere era quello di essere particolarmente apprensivo. Perciò si preoccupava del peso del suo ruolo. Un giorno ricevette un vescovo che si lamentava di non riuscire a dormire per la preoccupazione legata alla sua carica. E Roncalli rispose: “Anch’io quando sono stati eletto Papa non riuscivo a dormire. Poi una notte mi è apparso in sogno l’angelo custode che mi ha detto: ‘Angelo, non prenderti troppo sul serio!’. Da quel momento ho cominciato a riposare tranquillo". Va capita bene anche la definizione di Papa buono nel senso che proponeva Paolo VI, cioè non era un generico buonismo di facile applicazione, ma era sinonimo di amore, di genio pastorale, di comprensione, di perdono, di conforto. A questo va anche aggiunto un altro binomio che definisce la personalità di Roncalli: obbedienza e pace, che non a caso era il suo motto episcopale. Questa obbedienza gli consentì di abbandonarsi con fiducia alla Divina Provvidenza, per distaccarsi da se stesso e aderire completamente a Cristo. Qui sta la vera sorgente della bontà di Papa Giovanni, della pace che ha diffuso nel mondo. Qui si trova la radice della sua santità: nella obbedienza evangelica alla voce del suo Signore»

 

 

La santa messa

Papa Giovanni celebrava tutti i giorni la santa messa che riteneva : "La Santa Messa: centrum pietatis".

Era il momento più bello e più intenso della giornata. Diceva : "Una Messa detta con devozione vale più di cento Messe recitate con precipitazione ed irriverenza".

Amava anche la santa messa al cimitero e riteneva importante la messa in suffragio per i defunti.

O Gesù, quante grazie per me in mezzo secolo! Accogli anche

l'anima sua negli abissi della tua misericordia. Sempre velate dall'intimità le ore di questa giornata. Santa messa al Cimitero presso le tombe dei miei cari defunti: parroci, parenti, comparrocchiani.

 

Mia messa giubilare. L'11 agosto [1904] a San Pietro in Roma la prima; oggi alla Madonna delle Caneve umile ma prezioso santuarietto della mia parrocchia nativa.

 

Lascio in testamento un'offerta alla Curia per la celebrazione di 12 sante messe annue, una al mese, e di un decoroso ufficio funebre, nel giorno anniversario della mia morte nella stessa mia parroccha nativa di Sotto il Monte, in suffragio per l'anima mia.

 

 

 UNA SUA RIFLESSIONE:
Pregare il Signore, ma tenere chiuso il cuore alla carità verso il prossimo non significa essere religiosi e meritare le benedizioni di Dio. Il Signore benedice chi dà con cuore buono e retto e sa portare bene la croce. 
(Dalle lettere ai familiari 24-6-1946)

 

 

Lo spettacolo della santità

Lo spettacolo della santità, sorridente fra le tribolazioni e le croci, sta innanzi a me. La calma interiore, fondata sulle parole di Cristo e sulle sue promesse, produce la serenità imperturbabile che fiorisce nel viso, nelle parole, nel tratto, che è esercizio di cari­tà conquistatrice. Avviene un ricambio di energie in noi, fisiche e spirituali: « dulcedo animae sanitas ossium » (prov 16,24). Il vi­ver in pace col Signore; il sentirci perdonati ed a nostra volta l'e­sercizio del perdono agli altri, stabilisce quell'adipe e quella pinguedine di cui parla il salmista (sal 63,6), e fa fiorire perenne il magnificat (lc 1,46 ss) sulle nostre labbra.

 

 

L'unione con Dio perfetta nella preghiera.

Base del mio apostolato voglio la vita interiore, intesa alla ricerca di Dio in me, all'unione intima con lui, alla meditazione abituale e tranquilla delle verità che la Chiesa mi propone, e secondo l'indirizzo dei suoi insegnamenti, effusa nelle pratiche esteriori che mi saranno sempre più care, e al cui orario voglio essere fedelissimo, più che non lo sia stato per la mia negligenza, e in parte per non averlo potuto, durante questi anni di vita militare.

Soprattutto cercherò le delizie della vita con Gesù Eucaristia. Da  ora innanzi avrò il Ss. Sacramento vicino alle mie camere. Prometto  di fargli compagnia, e di corrispondere all'onore grande che mi fa.

 

 

Papa Giovanni missionario

Giovanni Paolo II a Roma nel centesimo anniversario della nascita di Papa Giovanni XXIII ha detto:

La nota dominante della sua azione nella Chiesa è stato il suo ottimismo. Per questo, quel pontefice è stato ed è tuttora caro al nostro cuore. Chiamato alle responsabilità del supremo governo della Chiesa quando solo tre anni, o poco più, mancavano al compimento dell'ottantesimo anno di vita, egli fu un giovane, nella mente e nel cuore, come per un prodigio di natura. Egli sapeva guardare al futuro, con incrollabile speranza; egli attendeva per la Chiesa e per il mondo il fiorire di una stagione nuova, affidata alla buona volontà e alla retta intenzione di una nuova umanità, più giusta, più retta, più buona. Il concilio doveva essere una "novella Pentecoste"; doveva essere una "nuova Pasqua", cioè "un grande risveglio, una ripresa di più animoso cammino".
Di qui la freschezza e l'ardimento delle sue iniziative. Di qui la sua fiducia nei giovani, che egli chiamò ad assumere le grandi responsabilità della vita, individuale e pubblica, senza infingardaggini, senza tentennamenti, senza paure. Di qui soprattutto il suo anelito missionario, che gli faceva abbracciare il mondo con amore appassionato, che si trasformava in preghiera: ed è noto che teneva nel suo studio un grande mappamondo, per seguire più da vicino la vita dei popoli di tutta la terra; e che ogni giorno, nella recita del terzo mistero gaudioso, raccomandava "a Gesù che nasce il numero senza numero di tutti i bambini [...] di tutte le stirpi umane che, nelle ultime ventiquattro ore, di notte, di giorno, vengono alla luce un po' dappertutto sulla faccia della terra" (ibid. p. 241). Tale slancio missionario egli aveva assorbito e vissuto fin dagli anni trascorsi a Propaganda Fide, e poi nei contatti a raggio sempre più vasto del suo servizio ecclesiale, fino alla sede di San Pietro. Egli ebbe fiducia nelle popolazioni autoctone; egli volle dare un'impronta sempre più incisiva alla presenza dei figli di quelle terre nel clero e nei vescovi, sottolineandone il valore ecclesiologico con le varie ordinazioni, sia sacerdotali che episcopali, che egli stesso volle compiere qui a Roma, per porre in chiara evidenza il compito primariamente missionario del mandato della Chiesa e del suo capo visibile. Come disse in una di queste ordinazioni di vescovi missionari, "l'umile vicario di Cristo raduna ogni mattina intorno al suo calice i figli disposti in immensa corona da tutti i punti della terra; con particolare tenerezza si volge ai suoi cooperatori nell'apostolato, ancora innumerevoli, grazie a Dio, ma sempre insufficienti alle esigenze e alle aspirazioni della messe, operai dell'Evangelo, distribuiti su tutti i continenti” 

 

 

Papa Giovanni, missionario in preghiera

Nei suoi scritti raccolti recentemente nel volume "La Propagazione della Fede", a cura dell'Unione Missionaria del Clero in Italia, rifulge tutto l'amore alla causa missionaria che il giovane sacerdote sentiva ormai con grande intensità. Nei vent'anni, poi, che passò in Bulgaria, Turchia e Grecia, mons. Roncalli conobbe i "fratelli separati" e il vasto mondo dell'Islam; e più tardi, come Nunzio in Francia e Cardinale di Venezia, doveva visitare il Libano, la Tunisia, l'Algeria ed il Marocco, riportandone intense impressioni, come scrisse in una lettera al sindaco di Firenze, La Pira (19 settembre 1958): "Le dirò in confidenza che da quando il Signore mi condusse sulle vie del mondo all'incontro con uomini e civiltà diverse da quella cristiana... ho ripartito le "ore" quotidiane del breviario così da abbracciare nella preghiera l'Oriente e l'Occidente...".

 

 

E la carità? 
Questo è veramente l'oro prezioso, infocato, che arricchisce chi lo possiede e lo rende grato a misura che viene donato. Non conta di fronte al giudizio del Signore... un posto, o l'altro, conta invece, essenzialmente,... la carità attuata ed effusa ovunque. Se tutti gli uomini rappresentano Dio, perché non li amerò tutti, perché li disprezzerò, perché non sarò con essi rispettoso? Questo è il riflesso che mi deve rattenere dall'offendere i miei fratelli in qualunque modo; ricordarmi che tutti sono immagine di Dio (Gn 1,21), e forse l'anima loro è più bella e più cara al Signore che non la mia. Propongo di usare uno studio speciale sul governo della mia lingua: evitando ogni parola ‑ dico ogni parola ‑ che in qualunque modo offenda la carità.  Imitiamolo Francesco de Sales nella sua carità verso il prossimo, col pregare per i peccatori, per il buon esito delle missioni cattoliche, pel Sommo Pontefice e per il trionfo della Chiesa.                                                                                
Per l'esercizio di questa virtù servirà principalmente il sopportare le ingiurie e l'esser facile e pronto a perdonarle di vero cuore; essere amorevole coi poveri massime e guardarsi dall'inte­resse e desiderio di roba o troppo attacco al denaro. Tutto ciò che noi diamo in carità alle anime sante del purgatorio si cambia per noi in copia ristoratrice di benedizioni e di grazie (Sant'Ambrogio).

 

 

Il Rosario è invocazione di pace universale

O rosario benedetto di Maria, quanta dolcezza nel vederti sollevato dalle mani degli innocenti, dei sacerdoti santi, delle ani­me pure, dei giovani e degli anziani, di quanti apprezzano il valore e l'efficacia della preghiera, sollevato dalle folle innumerevoli e pie come emblema, e come vessillo augurale di pace nei cuori e di pace per tutte le genti umane!

Dire pace in senso umano e cristiano significa penetrazione ne­gli animi di quel senso di verità, di giustizia, di perfetta fraternità fra le genti, che dissipa ogni pericolo di discordia, di confusione, che compone le volontà di tutti e di ciascuno sulle tracce della evan­gelica dottrina, sulla contemplazione dei misteri e degli esempi di Gesù e di Maria, divenuti familiari alla devozione universale: sullo sforzo di ogni anima, di tutte le anime, verso l'esercizio perfetto della legge santa, che, regolando i segreti del cuore, rettifica le azioni di ciascuno verso il compimento della cristiana pace, delizia del vi­vere umano, pregustamento delle gioie immanchevoli ed eterne.

 

 

Massime di perfezione cristiana

Papa giovanni scrive nel suo giornale dell'anima, il 14 agosto 1961:"le massime di perfezione cristiana di Antonio Rosmini quanto al fine da raggiungere nella vita".

In queste massime ritroviamo il pensiero quotidiano del papa come faceva Antonio Rosmini che le leggeva come viatico quotidiano, metodicamente, ripetutamente, in compagnia dei santi padri e dei dottori della chiesa, nell’adesione semplice a tutto gesù cristo. Il vangelo si ricapitola in queste pagine in pochi e chiari punti, linearmente e gradualmente espressi.

Desiderare unicamente e infinitamente
di piacere a Dio, cioè di essere giusto

Orientare tutti i propri pensieri e le azioni
all'incremento e alla gloria della chiesa
di gesù cristo


Rimanere in perfetta tranquillità circa tutto
ciò che avviene per disposizione di dio
riguardo alla chiesa di gesù cristo,
lavorando per essa secondo la chiamata di dio


Abbandonare totalmente se stesso
nella provvidenza di dio


Riconoscere intimamente il proprio nulla


Disporre tutte le occupazioni della propria vita
con uno spirito di intelligenza

 

 

Vocazione del Papa

 

 Questa vocazione si esprime in un triplice fulgore: santità personale del Papa, che ne rende gloriosa la vita; l'amore della santa Chiesa universale, secondo la misura di quella grazia celeste che sola può avviare ed assicurarne la gloria; infine la condizione della volontà di Gesù Cristo, che solo dirige attraverso il Papa e gover­na a suo beneplacito la Chiesa, in vista di quella stessa gloria che è la massima in terra e nei cieli eterni.

Il dovere sacrosanto dell'umile Papa è di purificare in questa lu­ce di gloria tutte le sue intenzioni, e di vivere in conformità di dot­trina e di grazia, così da meritarsi il più grande onore di rassomigliarsi in perfezione con Cristo, quale suo Vicario: con Cri­sto crocifisso e a prezzo del suo Sangue redentore del mondo: con Cristo, rabbi, magister, il solo vero maestro dei secoli e dei popoli.

 

 

Desidero che il mio sorriso sia contento

"I doveri della mia vita si compendiano in queste tre parole, io non devo fare altro che questo: conoscere, amare e servire iddio, sempre e ad ogni costo; la volontà di Dio deve essere la mia, questa sola debbo cercare anche nelle cose minutissime. E questo è il primo e fondamentale principio: tranquillità, calma, elevazione di spirito, filosofia profonda, per cui, avendo di mira ideali più alti, non ci curiamo di queste cose, basse e da nulla; oppure, comunque ci si presentino, ci sono alla potentissima per ascendere a dio, per esercitarci nella virtù, per farci santi. A volte il Signore ci sembra nascosto. La mestizia, il dispiacere mi assalgono, mi mettono in agitazione. Via, via tutte queste debolezze. Stiamo allegri, calmi, anche in queste circostanze. Consoliamoci anzi, perché Dio vuole così.

Comunque le cose succedano, piova o splenda il sole, faccia freddo o caldo, desidero che il mio sorriso sia contento, schietto, cordiale e sempre sfiori le mie labbra; né mi debbono far perdere la testa i buoni eventi, né abbattere lo spirito le amarezze della vita".

 

 

Da dove e come la bontà di Papa Giovanni?

E' la domanda, la sorpresa di quanti arrivano a Sotto il Monte.

Una risposta possiamo trovarla nel programma di vita che Angelo Roncalli scriveva nel Giornale dell'anima : "Il senso vivo del mio niente deve maturare e perfezionare in me lo spirito di bontà, di molta bontà, e pazienza e indulgenza cogli altri, nel modo di giudicarli e di trattarli. A poco più di trent'anni, incomincio a sentire un po' di lavoro e di influenza dei nervi. No, no, per carità: quando mi avverranno questi casi, penserò al mio niente, all'obbligo che ho di tutti compatire, di non giudicare male. Ciò gioverà anche alla tranquillità del mio spirito.A riuscire nel mio  apostolato, non conoscerò altra scuola pedagogica che quella del divin Cuore di Gesù. « Discite a me, quia mitis sum et humilis corde ». Anche l'esperienza mi ha confermato la assoluta bontà di questo metodo, a cui sono assicurati i veri trionfi.                                                                                                                  E' quindi nella crescità della sua persona in amicizia con Gesù che vediamo il frutto di tale bontà.

 

 

 Il Paradiso di Papa Giovanni

Sì, paradiso... paradiso, ecco la mia mèta, ecco la mia pace, il mio gaudio. Paradiso, dove si vede, dove si contempla il mio Dio « facie ad faciem sicuti est » (1Gv 3,2)      O cielo, cielo, tu sei bello, e tu sei per me! Nelle contraddizioni, nelle amarezze, nello sconforto, ecco la mia consolazione: allargare il cuore alla beata speranza e poi guardare e pensare al cielo, al paradiso. Questa è la pratica dei santi, di san Filippo Neri, del mio san Francesco di Sales, del Cottolengo che sempre esclamava:« paradiso, paradiso! ».        Gesù, mi strappasti dalla morte, morendo per me, e vincendo la morte, mi apportasti la vita (cfr. 1Gv 1,2), mi schiudesti il paradiso.        Santa attesa del Paradiso e intanto pace di Cristo esultante nei cuori.    La preghiera ci aiuta a permanere in noi la sicurezza gioiosa del paradiso.

 

 

Fra Tommaso nel seminario romano

II laico che mi pulisce la camera, mi serve a tavola, il buon fratel Tommaso e, mi fa meditare assai. È adulto piuttosto che giovane, di maniere gentilissime, alto della persona, avvolto in quell'abito nero lunghissimo, che egli non nomina mai senza chiamar santo. Allegro sempre, non parla che di Dio e dell'amore divino; non alza mai gli occhi in faccia a veruno: in chiesa, davanti al Ss. Sacramento, sta prostrato sul nudo pavimento, immobile come una statua. Venne dalla Spagna sino a Roma per farsi passionista, e vive beato, facendo il servitore di tutti, semplice come una creatura senza ideali attraenti, senza miraggi brillanti, povero frate laico per tutta la vita. Oh, davanti alla virtù di fratel Tommaso io sono davvero niente, io dovrei baciare il lembo del suo saio e mettermi ad ascoltarlo come maestro! Eppure io sono quasi sacerdote, ricolmo di tante grazie! Dov'è il mio spirito di penitenza, di umiltà; la mia modestia, il mio spirito di orazione, la mia vera sapienza? Ah, fra' Tommaso, fra' Tommaso, quante cose m'insegni! Quanti poveri fraticelli laici, quanti sconosciuti religiosi risplenderanno di gloria un giorno, nel regno di Dio! Ed io perché non otterrò altrettanto? O Gesù, infondetemi spirito di penitenza, di sacrificio, di mortificazione.

 

 

L'unica voce che illumina: il vangelo

Meditiamo il vangelo, diletti figli, a nostra più perfetta preparazione. In mezzo alla confusione di tante parole umane, il vangelo è l'unica voce che illumina, attira, conforta, disseta; e la vostra esperienza vi insegna, con quanta attenzione le anime seguano il sacerdote che parla del vangelo, lo spiega, e ne trae ispirazione continua alle sue parole e alla sua vita.

Non si sono comprese tutte le esigenze del vangelo. Abbiamo la netta e chiara convinzione che nella vita ciò che vale è sempre nel senso del vangelo. I1 vangelo è l'unica voce che illumina, attira, conforta, disseta. Meditiamo il vangelo, a nostra più perfetta preparazione. La parola del vangelo non muta: ma essa risuona da un capo all'altro del mondo, e trova la via dei cuori. Non si sono comprese tutte le esigenze del vangelo. Quegli è semplice che non si vergogna di confessare il vangelo anche in faccia agli uomini che non lo stimano se non come una debolezza e una fanciullaggine; e di confessarlo in tutte le sue parti, e in tutte le occasioni, e alla presenza di tutti; non si lascia ingannare o pregiudicare dal prossimo, né perde il sereno dell'animo suo per qua­lunque contegno che gli altri tengano con lui.

Studio e meditazione delle verità eterne, che Dio ha voluto comunicare all'uomo nobilitandone l'intelligenza, ed aprendone allo sguardo l'orizzonte infinito del suo disegno di salvezza e di amore.

Perseverate nella fede in Gesù. Nulla fate mai in contrasto col suo vangelo, che addolori i fratelli, o turbi le coscienze o soffochi le giuste aspirazioni.

 

 

Povertà

Se si deve ammettere una preferenza, la povertà deve essere anteposta alla ricchezza, il disprezzo agli onori, le occupazioni più oscure agli uffici eminenti (ES 165‑167).

Che io non mi vergogni mai della mia povertà, anzi me ne compiaccia grandemente, come fanno i signori del mondo dei loro casati illustri, dei loro titoli di nobiltà, delle loro livree. Sono della stessa famiglia di Cristo; che desidero di più? Mi abbisogna qualche cosa? La Provvidenza provvederà.

 

 

Umiltà

Voglio illustrare questa degnazione della santa Chiesa per me con un grande spirito di umiltà interiore (ritenendomi, qual sono, l'ultimo e il più miserabile di tutti), e di amabilità con tutti, tanto più se piccoli ed umili.        

L'umiltà non è una virtù per deboli, ma l'unico cammino possibile per creare comunione con gli altri, con sé stessi e con Dio. Non è un sentimento innato, esige un continuo lavoro su di sé fatto di autoesame e perfino di autoaccusa per porsi in rapporto con gli altri in posizione di servizio e non di superiorità.  Imitarlo (san Francesco Saverio) nella sua profondissima umiltà, nell'attendere alla cognizione di noi stessi, delle nostre miserie quanto all'anima e quanto al corpo; procurando nei nostri studi e atti buoni non la stima, l'onore, la riputazione degli uomini, ma solamente Iddio, la sua gloria, e il bene nostro e quello delle anime.

 

 

Bontà in tutto e in tutti 

Buono dev'essere l'uomo singolo: buono perché specchio di coscienza pura, ove non entrino la doppiezza, ilcalcolo, la durezza di cuore.

Buona la famiglia, in cui il reciproco amore palpiti come fiamma nell'esercizio di ogni virtù. La bontà addolcisce e rafforza l'autorità paterna, e si diffonde dalla delicatezza materna: essa impronta altresì l'obbedienza dei figli, ne tempera l'esuberanza, ispira gli immancabili sacrifici.

Tutte le relazioni degli ordini sociali debbono ricevere espressione dalla bontà.

Buona deve essere poi l'umanità. Queste voci che ritornano dal fondo dei secoli ad ammaestrarci anche oggi con modernità di accento, ricordano agli uomini il dovere che a tutti incombe di essere buoni: cioè giusti, retti, generosi, disinteressati, pronti a comprendere ed a scusare, disposti al perdono e alla magnanimità. Come invito all'esercizio di tale dovere, torna opportuno il richiamo - che è stato avvio fiducioso di questo mio radiomessaggio - a volere la pace con eliminare gli elementi che la ostacolano.

 

 

Papa Giovanni missionario

Nei suoi scritti raccolti recentemente nel volume "La Propagazione della Fede", a cura dell'Unione Missionaria del Clero in Italia, rifulge tutto l'amore alla causa missionaria che il giovane sacerdote sentiva ormai con grande intensità. Nei vent'anni, poi, che passò in Bulgaria, Turchia e Grecia, mons. Roncalli conobbe i "fratelli separati" e il vasto mondo dell'Islam; e più tardi, come Nunzio in Francia e Cardinale di Venezia, doveva visitare il Libano, la Tunisia, l'Algeria ed il Marocco, riportandone intense impressioni, come scrisse in una lettera al sindaco di Firenze, La Pira (19 settembre 1958): "Le dirò in confidenza che da quando il Signore mi condusse sulle vie del mondo all'incontro con uomini e civiltà diverse da quella cristiana... ho ripartito le "ore" quotidiane del breviario così da abbracciare nella preghiera l'Oriente e l'Occidente...".

Cittadino del mondo: "E' questo ormai un principio entrato nello spirito di ogni fedele appartenente alla Chiesa romana: di essere cioè e di ritenersi veramente, in quanto cattolico, cittadino del mondo intero, cosi come Cristo del mondo intero è l'adorato salvatore. Buon esercizio di vera cattolicità è questo, di cui tutti i cattolici devono rendersi conto e farsi come un precetto a luce della propria mentalità e a direzione della propria condotta nei rapporti religiosi e sociali"

 

 

Sacro Cuore di Gesù

Ogni volta che sento parlare del Sacro Cuore di Gesù o del santo Sacramento, provo un'impressione di ineffabile contento, sento come un'onda di care memorie, di dolci affetti e di liete speranze comunicarsi a tutta la mia povera persona, farmi trasalire e riempirmi l'anima di soave tenerezza. Sono amorosi richiami di Gesù che mi vuole tutto là, dov'è la fonte di ogni bene, al suo Sacro Cuore, misteriosamente palpitante dietro i veli eucaristici. La divozione al Sacro Cuore mi ha accompagnato per tutto il tempo della mia vita. Quel buon vecchio di mio zio Zaverio, appena levatomi neonato dal fonte battesimale, mi consacrò là nella chiesetta del mio paese al Sacro Cuore, perché crescessi sotto i suoi auspici, da buon cristiano. Ricordo, fra le prime orazioni che appresi sulle ginocchia di quell'anima buona, la bella giaculatoria che oggi mi è così caro ripetere: « Dolce Cuor del mio Gesù, fa' che io t'ami sempre più ».

 

 

FIGLIO DI CONTADINI

Queste parole semplici e umane, con cui il nuovo Patriarca Angelo Giuseppe Roncalli si presenta ai veneziani il 15 marzo 1953, condensando in breve tutta la sua biografia. "Vi voglio parlare con la massima schiettezza di cuore e di parola... Vi hanno detto di me cose che sorpassano di gran lunga i miei meriti. Mi presento umilmente lo stesso. Come ogni altro uomo che vive quaggiù, provengo da una famiglia e da un punto ben determinato: con la grazia ed una buona salute fisica con un po' di buon senso da farmi vedere presto chiaro nelle cose; con una disposizione all'amore degli uomini che mi tiene fedele alla legge del Vangelo, rispettoso del diritto mio ed altrui, che mi impedisce di fare del male a chicchessia, anzi, che mi incoraggia a fare del bene a tutti. Vengo dall'umiltà e fui educato ad una povertà contenta e benedetta che ha poche esigenze, che protegge il fiorire delle virtù più nobili e più alte e prepara alle elevate ascensioni della vita.

La Provvidenza mi trasse dal mio villaggio nativo e mi fece percorrere le vie del mondo in Oriente ed in Occidente, accostandomi a genti di religioni e di ideologie diverse, in contatto coi problemi sociali acuti e minacciosi e conservandomi la calma é l'equilibrio dell'indagine e dell'apprezzamento, sempre preoccupato, salva la fermezza ai principi del Credo cattolico e della morale, più di quello che unisce, che di quello che separa e suscita contrasti...".

 

 

LO SPIRITO DEL PELLEGRINAGGIO 

La visita ad un santuario non è una visita ad un luogo turistico che è importante per la bellezza naturale o artistica della località. Si va nei luoghi sacri in pellegrinaggio per prendere contatto con Dio. Un Dio che ci è Padre, ricco di immenso amore per ciascuno dei suoi figli, e che, soprattutto per intercessione dei santi, concede grazie. Dato che ci ama con somma intelligenza non si limita a favori materiali.

A lui preme di più il nostro vero bene, quello che vale per la vita eterna senza disprezzare anche quello del corpo o del benessere di questa vita. Quindi bisogna mettersi nella disposizione spirituale per un incontro con Lui, cioè fiducia nel suo amore, certezza di ricevere ciò che è il vero bene per noi, per i nostri cari, per il mondo intero. Andando nei luoghi cari ai santi o dove hanno vissuto dobbiamo esser coscienti che loro ci aiutano soprattutto ad imitare le virtù nelle quali eccellevano sulla terra tanto da esser proclamati modelli da imitare. Venendo a Sotto il Monte alla casa natale, i doni di cui Papa Giovanni era ricco sono: innanzitutto l'importanza della educazione umana e cristiana nella famiglia. Lo attesta la lettera che si legge nella stanza natale scritta da lui ai suoi genitori nel suoi cinquantesimo compleanno.

Poi il valore della volontà di quel Dio che è amore, a cui ha obbedito in tutta la sua vita e che è stata il fondamento della sua pace. Ancora la bontà, la carità "forte e sincera", quella che sottolinea ciò che ci unisce e non ciò che ci divide. La semplicità della vita per essere disponibile a tutti. E infine, dato che lui ha voluto la presenza dei missionari del PIME a custodire la sua casa natale, la sua passione missionaria, cioè il desiderio di far partecipi della bellezza della presenza di Gesù e del suo Vangelo a tutti quelli che Lui ama e cioè a tutta l'umanità. Con tali disposizioni allora si gusta la pace e la luce che emanano da luoghi così materialmente semplici.

 

 

« Dolce Cuor del mio Gesù, fa' che io t'ami sempre più »

Ogni volta che sento parlare del Sacro Cuore di Gesù o del santo Sacramento, provo un'impressione di ineffabile contento, sento come un'onda di care memorie, di dolci affetti e di liete speranze comunicarsi a tutta la mia povera persona, farmi trasalire e riempirmi l'anima di soave tenerezza. Sono amorosi richiami di Gesù che mi vuole tutto là, dov'è la fonte di ogni bene, al suo Sacro Cuore, misteriosamente palpitante dietro i veli eucaristici. La divozione al Sacro Cuore mi ha accompagnato per tutto il tempo della mia vita. Quel buon vecchio di mio zio Zaverio, appena levatomi neonato dal fonte battesimale, mi consacrò là nella chiesetta del mio paese al Sacro Cuore, perché crescessi sotto i suoi auspici, da buon cristiano. Ricordo, fra le prime orazioni che appresi sulle ginocchia di quell'anima buona, la bella giaculatoria che oggi mi è così caro ripetere: « Dolce Cuor del mio Gesù, fa' che io t'ami sempre più ».

Ah, io voglio servire il Sacro Cuore di Gesù, oggi e sempre! Voglio che la mia devozione ad esso, ascoso nel Sacramento d'amore, sia il termometro di tutto il mio progresso spirituale.

 

 

Giovanni XXIII in parole sue

 “Il nome della pace è dolce e la pace porta benessere. C’è una grande differenza fra pace e schiavitù, perché la vera pace è tranquillità nella libertà”.

“Ricordate sempre che o nel mondo si applicherà ilVangelo e allora fiorirà la pace, o verrà versato molto sangue”.

“Se non c’è pace e concordia nelle famiglie, come può aversi nella società?”

“Sono nato povero, sono sempre vissuto povero e così voglio morire”.

“Per me vale una regola: dare tutto, ma non per debito.”

“Adoprarsi, nella luce della fede e con la forza dell’amore, perché le istituzioni a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, siano tali da non creare ostacoli, ma piuttosto facilitare o rendere meno arduo alle persone il loro perfezionamento”.

“Il bene comune universale non può essere determinato che avendo riguardo alla persona umana”.

Il bene deve essere fatto bene”.

“Bisogna avvicinarsi gli uni agli altri, bisogna conoscersi. Avvicinarsi senza preconcetti, parlarsi senza sottintesi, discutere senza malanimo”

“Il mio cuore è così grande da unire con il desiderio in un solo abbraccio tutti gli uomini del mondo”.

“Il mondo cammina. Bisogna prenderlo per il suo verso con spirito sempre giovane e confidante, non sprecando tempo a far confronti. Io preferisco tenermi al passo con chi cammina che soffermarmi e lasciarmi sorpassare”.

 

 

Sono anch'io del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere)

"Il Papa è di tutti e non vorrei commettere un'appropriazione indebita ricordando che un giorno Papa Giovanni disse a me personamente, ricevendomi in audienza privata: "Sa, sono anch'io del Pime...". Chi racconta così, è Mons. Aristide Pirovano, superiore generale del Pime. E continua: "Era naturale che, all'inizio del nostro secolo, un giovane sacerdote missionario come Angelo Roncalli, pieno di zelo e di spirito missionario, si affezionasse all'Istituto lombardo per le missioni estere, che ha sempre avuto nelle sue file numerosi missionari ed anche vescovi bergamaschi (uno di essi, vescovo in Cina, mons. Belotti, era stato compagno di seminario del giovane Roncalli, col quale si mantenne in fraterna corrispondenza). Quando, Patriarca di Venezia, venne a Milano per consegnare al Pime la salma del suo fondatore, il Patriarca Angelo Ramazzotti, ricordò gli incontri avuti da giovane sacerdote con i missionari anziani. "Mi sentivo preso da una edificazione e da una tenerezza ineffabile, che non era ancora a tal punto di accendere in me la vocazione missionaria, schietta e coraggiosa, ma educava il mio spirito all'ammirazione  e  all'interessamento più vivo di chi si sentiva chiamato e rispondeva correndo per quella vita audace e misteriosa". L'ultimo gesto di una lunga serie di rapporti coi missionari del Pime, è stato quello di aver voluto un seminario missionario accanto alla sua casa natale.

 

 

Frasi di Papa Giovanni

 

Basta ricordare ai giovani che il mondo esisteva già prima di loro e ricordare ai vecchi che il mondo esisterà anche dopo di loro.

***

Il superfluo si misura dal bisogno degli altri.

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Gli uomini sono come il vino. Alcuni diventano aceto, i migliori invecchiano bene.

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Cerchiamo sempre ciò che ci unisce, mai quello che ci divide.

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Anche quando ci può essere la necessità di uno sfogo, in certe ore di solitudine e di abbandono, il silenzio e la mitezza sono temperamenti che rendono più fruttuoso il patire qualche cosa per amore di Gesù.

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Dio non guarda alle molteplicità delle azioni, ma al modo in cui si fanno.

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Bisogna comandare solo ciò che è essenziale e che si ha fondata speranza che venga eseguito.

 

 

Ut unum sint

L'Osservatore Romano ha registrato un momento particolarmente solenne, quando il papa sofferente, il venerdì ultimo giorno di maggio, dopo aver ricevuto la S. Unzione degli infermi, dinanzi a Gesù Eucaristico, ha pronunciato la sua professione di fede, confermando il suo grande amore alla Chiesa e rinnovando l'offerta della sua vita per il buon esito del Concilio e per la pace fra gli uomini e ha poi rievocato dettagliatamente luoghi e persone care. Più volte ha ripetuto : "Ut unum sint". Questa preghiera ritornerà negli ultimi giorni.  Essa sigilla l'olocausto della sua esistenza, consumatasi negli splendori della Pentecoste.  Una vita spesa per l'unità intesa "come l'unità dei cattolici tra loro; l'unità di preghiere ed ardenti desideri che traducono l'aspirazione dei cristiani separati; infine, l'unità di stima e di rispetto per la Chiesa cattolica da parte degli aderenti a religioni non cristiane".

 

 

Dio si manifesta nei santi

Mons. Aristide Pirovano, superiore generale del Pime, in occasione della commemorazione del X anniversario della morte di Papa Giovanni XXIII, ha detto:  "Quello che ci ha fatto sentire vicino Papa Giovanni è stato il suo interesse profondo per tutti gli uomini, quel suo parlare al cuore delle masse umane anche più lontane dalle frontiere cristiane, quella sua disponibilità ad accogliere chiunque come suo fratello, insomma tutto il suo stile, la sua personalità cristiana che rappresenta per noi missionari un esempio, un modello concreto di vita. Vorrei portare una testimonianza personale. Alla sua morte, quel pomeriggio del 3 giugno 1963,  quando la radio brasiliana comunicò la notizia, noi missionari siamo stati testimoni di fatti straordinari.  La gente si raccoglieva attorno alla radio, si fermava per le strade, veniva a gruppi alla missione per dirci il proprio dolore. Qualcuno piangeva, e non solo donne. Ho visto anche uomini incolti e rudi, commossi come mai. Un caboclo, che non avevo mai visto in chiesa, venne a dirmi : "E' morto il nostro padre". Allora mi dicevano: "Tu che sei il vescovo, va a Roma a rappresentarci tutti per i funerali". Credo che in poche volte in vita ho sentito anch'io, sotto l'onda di quel sentimento popolare, una commozione profonda e benefica. Nulla ha fatto loro così bene come la morte di Papa Giovanni. Dio si manifesta nei santi in modo straordinario.

 

 

Ultima invocazione a Papa Giovanni con un body

Ti doniamo questo body come segno di rispetto. Su di esso ci sono i nostri sogni, immaginandolo addosso al nostro bimbo che gattona... sorride. Noi siamo persone normali e di sicuro neanche i genitori  migliori di altri. Lo desideriamo con il... (disegno di un cuore). Cercheremo di insegnargli l'amore, il rispetto e l'umiltà, sempre con il tuo aiuto. Se volete donare il body a qualcuno che ne ha bisogno... donatelo pure, a noi va bene. Umilmente ti chiediamo di ascoltare le nostre preghiere, a volte rivolte alla Madre di tutte le madri...

Maria, tu sai cosa abbiamo nel cuore. Aiutaci ad avere la Grazia. Perdonaci...Umilmente....Grazie, Papa Buono.

 

 

Ecumenismo (2)

Lord Fisher, arcivescovo di Canterbury, visitò il Papa nel dicembre 1960 e testimoniò : "Solo un uomo molto sincero ed amichevole poteva, come ha fatto Papa Giovanni,  guadagnarsi così rapidamente tanta fiducia ed affetto in tutto il mondo. Con la sua amicizia poteva avvicinare chiunque, e con la sua profonda fede ha mostrato il carattere cristiano nella sua forma più attraente ed avvincente. Ha scosso la sua Chiesa e tutte le Chiese. Ancorché separate egli è riuscito a convincerle che sono fratelli nella Chiesa di Cristo e devono quindi  intrattenere rapporti di buon vicinato. Ha acceso una luce che non si spegnerà".

 

 

Ecumenismo (1)

Alla morte di Papa Giovanni, tra gli anglicani che hanno inviato messaggi di condoglianze al Vaticano o che hanno fatto pubbliche dichiarazioni  troviamo il primato anglicano, dott. Ramsey : "Sono profondamente addolorato per la notizia della morte di Papa Giovanni e condivido il lutto dei membri della Chiesa cattolica romana. In ogni parte della cristianità si prova tristezza per il trapasso di un grande capo cristiano. Con la freschezza delle sue vedute, la semplicità della sua devozione a Dio e il suo interesse per l'unità di tutti i cristiani, Papa Giovanni ha prodotto un urto costruttivo sulla storia del nostro tempo, egli è di quelli che vivono e muoiono vici nissimi a Dio e bruciano come il fuoco della carità divina che li riempie".

 

 

L'unica voce che illumina: il vangelo

Meditiamo il vangelo, diletti figli, a nostra più perfetta preparazione. In mezzo alla confusione di tante parole umane, il vangelo è l'unica voce che illumina, attira, conforta, disseta; e la vostra esperienza vi insegna, con quanta attenzione le anime seguano il sacerdote che parla del vangelo, lo spiega, e ne trae ispirazione continua alle sue parole e alla sua vita.

Non si sono comprese tutte le esigenze del vangelo. Abbiamo la netta e chiara convinzione che nella vita ciò che vale è sempre nel senso del vangelo. I1 vangelo è l'unica voce che illumina, attira, conforta, disseta. Meditiamo il vangelo, a nostra più perfetta preparazione. La parola del vangelo non muta: ma essa risuona da un capo all'altro del mondo, e trova la via dei cuori. Non si sono comprese tutte le esigenze del vangelo. Quegli è semplice che non si vergogna di confessare il vangelo anche in faccia agli uomini che non lo stimano se non come una debolezza e una fanciullaggine; e di confessarlo in tutte le sue parti, e in tutte le occasioni, e alla presenza di tutti; non si lascia ingannare o pregiudicare dal prossimo, né perde il sereno dell'animo suo per qua­lunque contegno che gli altri tengano con lui.

Studio e meditazione delle verità eterne, che Dio ha voluto comunicare all'uomo nobilitandone l'intelligenza, ed aprendone allo sguardo l'orizzonte infinito del suo disegno di salvezza e di amore.

Perseverate nella fede in Gesù. Nulla fate mai in contrasto col suo vangelo, che addolori i fratelli, o turbi le coscienze o soffochi le giuste aspirazioni

 

 

Ogni partecipante all'udienza, cerchi a casa se vi è la sacra bibbia.

Nel caso affermativo: aprire con frequenza quelle pagine elette e nutrirsene lo spirito; in caso nega­tivo: provvedere, senza indugio, a dare posto d'onore, nella propria casa, al libro per eccellenza.

Al di sopra di tutte le opinioni e i partiti che agitano e travagliano la società e l'umanità intera è il vangelo che si leva. O nel mondo trionferà il vangelo o torneremo al sangue.

La santa liturgia e la sacra scrittura mi forniscono pascolo luculentissimo all'anima. Così semplifico sempre più, e mi trovo meglio.

Al di là di tutte le vittorie ed i trionfi della scienza umana brilla il vangelo di cristo che contiene gli elementi della civiltà.

Verità, giustizia, carità e libertà, nel culto di Dio e nel rispetto dell'uomo: ecco i valori che il vangelo ha proclamato nel mondo, e che fioriscono in pienezza di opere là dove il vangelo è tenuto in onore.

 

 

Misericordia

“Esalti pure chi vuole gli altri tuoi divini attributi, magnifichi la tua sapienza, lodi la tua potenza, io per me non cesserò mai di cantare le tue misericordie”. Esercizi febb. 1900, GdA. n. 190.

“É detto bene che le nostre miserie sono il trono della divina misericordia. È detto meglio ancora che il nome e l’appellativo più bello di Dio sia questo: misericordia. Ciò deve ispirare fra le lagrime una grande fiducia”. GdA. n. 751

La fede nella misericordia gli dà pace anche per il futuro e di fronte al giudizio finale: “Affido alla misericordia del Signore quello che ho fatto, male o meno bene, e guardo all’avvenire, breve o lungo che possa essere quaggiù, perché lo voglio santificato e santificatore”., GdA. n. 815

 “Ogni anima che si presenta al Signore nel giudizio estremo, ha motivo di temere. Ma la misericordia del Signore sorpassa infinitamente la pochezza umana e tutto avvolge nella sua luce e nella sua pace”. L.F.II, p. 266.

“La mia speranza è tutta nella misericordia di Gesù, che mi ha voluto suo sacerdote e ministro; fu indulgente”. GA n. 898

“A ottant’anni cominciati, questo è ciò che importa: umiliarmi, confortarmi nel Signore, e stare in attesa confidente della sua misericordia, perché mi apra la porta per la vita eterna”. GdA n. 938

Essere innamorato della misericordia divina porta ad assimilarne lo spirito. “Non debbo essere maestro di politica, di strategia, di scienza umana; ce n’è d’avanzo di maestri in queste cose. Sono maestro di misericordia e di verità”(GdA n. 778).

 

 

Pazienza

Il più gran rimedio che io conosca contro gli improvvisi movimenti di impazienza è un silenzio dolce e senza fiele. Per poche parole che si dicano, l'amor proprio vi si introduce e sfuggono cose che gettano il cuore nell'amarezza per ventiquattro ore. Quando si sta silenziosi e si sorride di buon cuore, il temporale passa; si soffoca la collera e l'indiscrezione; e si gusta una gioia pura e durevole. (Così san Francesco di Sales che colla dolcezza convertì settantaduemila eretici) .

La letizia pura, delicata, che mi deve sempre occupare il cuore, trova la sua manifestazione più sincera nelle azioni minutissime. Attento bene, adunque: non basta saper portare una certa qual pazienza nelle cose contrarie, cosicché gli altri non debbano accorgersi di nulla; io stesso debbo sentire dentro di me una soavità e una dolcezza ineffabile, che non mi lasci mai, che faccia fiorire sorrisi sulle mie labbra, e questi più giocondi, proprio quando per lo sforzo di non alterarmi mi sento per lo meno portato alla serietà. Insomma, la mia deve essere una pazienza allegra e sorridente, e non troppo seria, altrimenti se ne compromette tutto il merito. « Jesu miti,, et humilis corde (Mt 11,29), fac cor meum secundum coi tuum » .

Debbo, voglio abituarmi a portare questa croce con spirito di maggior pazienza e calma e soavità interiore che non mi sia riuscito sin qui. Sarò soprattutto vigilante nelle mie manifestazioni a questo riguardo con chicchessia. Ogni sfogo che posso fare toglie il merito alla pazienza. “Pone, Domine, custodiam ori meo” (Sal 141,3). Renderò questo silenzio ‑ silenzio che deve essere come mi insegna san Francesco di Sales, dolce e senza fiele- oggetto dei miei esami di coscienza.

La pazienza: « zelum tuum firmat constantia » (san Bernardo). Oh, il grande vantaggio del saper sopportare, del saper aspettare.

Il mio temperamento e la educazione ricevuta, mi aiuta­no nell'esercizio dell'amabilità con tutti, della indulgenza, del gar­bo e della pazienza. Non recederò da questa via. San Francesco di Sales è il mio grande maestro.

 

 

Il vero amore nell'obbedienza

 

L'amore di Dio, l'espressione più pura di tutta la vita spirituale. Esso non consiste unicamente nello slancio e della tenerezza dell'anima, ma negli atti che piacciono a Dio, nella virtù nella perfezione. Poi l'amore è reciprocità. Tutto adunque deve essere donato al Signore. Per i religiosi l'esercizio della perfezione nei voti. Soprattutto l'obbedienza. L'insegnamento e l'esempio di Gesù. Per amare Dio di più, amate molto l'obbedienza. Non mettete confini al vostro amore: non obbedite solamente nei vostri atti, ma affidate all'obbedienza anche i vostri giudizi, sottomettendoli ad essa ciecamente: i santi si sono spinti fino a compiere cose insensate: è la follia della obbedienza che non è altra cosa che la follia della croce, la follia dell'amore.

“Un'anima staccata da sé che ha rinunciato alla sua volontà per il voto dell'obbedienza ha distrutto perciò stesso il principio della sua vita naturale, e Dio allora viene Lui stesso nell'anima per divenire la sua vita; in essa vive e si riposa nel suo seno. Ora esistere e vivere in Dio significa amare, perché l'amore è la vita propria di Dio”.

 

 

Papa Giovanni ha scritto

Che cos'è il santo?

Recenti contraffazioni hanno tentato di sfigurare il concetto del santo tra di noi; l'hanno inviluppato, colorito con certe tinte vivaci che forse in un romanzo si potranno tollerare, ma che nella vita pratica, nel mondo reale, sono delle stonature. Sapersi annientare costantemente, distruggendo dentro e attorno e intorno a sé ciò in cui altri cercherebbe argomento di lode innanzi al mondo; mantener viva nel proprio petto la fiamma di un amore purissimo verso Dio, al di sopra dei languidi amori sulla terra; dare tutto, sacrificarsi per il bene dei propri fratelli, e nell'umilazione, nella carità di Dio e del prossimo seguire fedemente le vie segnate dalla Provvidenza, la quale conduce le anime elette al compimento della propria missione - ognuno di queste ha la sua - e tutta la santità sta qui.

 

 

 

Il paradiso di Papa Giovanni

 Papa Giovanni viveva col pensiero al paradiso. Leggiamo alcuni suoi pensieri: " Il nutrimento della mia giovinezza: la gloria del Signore, la mia santificazione, il Paradiso, la Chiesa, le anime.    Bellissimo pensiero. Un angelo del paradiso, nientemeno, mi sta sempre accanto ed insieme è rapito in una continua estasi amorosa col suo Dio. Che delizia al solo pensarvi! Io dovunque sono sempre sotto gli occhi di un angelo che mi guarda, che prega per me, che veglia accanto al mio letto mentre io dormo.            Devo servire il mio Creatore e invece talora lo dimentico perfino, mi scordo di lui, servo alla mia ambizione, al mio amor proprio. Sono chiamato al paradiso e non penso che alla gloria del mondo.          Il mio parroco don Francesco Rebuzzini è morto. Ha fatto tanto per me, mi ha allevato, mi ha indirizzato al sacerdozio.  Ieri sera mi aveva detto: arrivederci. O padre, a quando arrivederci? Oh, in paradiso. Sì, al paradiso io volgo gli occhi. Egli è là, lo vedo, di là mi sorride, mi guarda, mi benedice.       Dio sa che io non desidero già ai miei cari ricchezza, piaceri, ma solo la pazienza e la carità. Egli sa che se io mi dolgo, mi dolgo solo per la mancanza in loro di queste virtù. Mi dia egli la grazia di vederli tutti un giorno in paradiso, e poi avvenga ciò che vuole; a tutto mi rassegnerò per la maggior gloria di Dio e per la soddisfazione dei miei peccati. O Gesù, deh, che io muoia d'amore per te!     Servire a Dio (Eb 9,13); e poi? il premio... la patria... il cielo... il bel paradiso...

Sì, paradiso... paradiso, ecco la mia mèta, ecco la mia pace, il mio gaudio. Paradiso, dove si vede, dove si contempla il mio Dio « facie ad faciem sicuti est » (1Gv 3,2)      O cielo, cielo, tu sei bello, e tu sei per me! Nelle contraddizioni, nelle amarezze, nello sconforto, ecco la mia consolazione: allargare il cuore alla beata speranza e poi guardare e pensare al cielo, al paradiso. Questa è la pratica dei santi, di san Filippo Neri, del mio san Francesco di Sales, del Cottolengo che sempre esclamava:« paradiso, paradiso! ».       

Gesù, mi strappasti dalla morte, morendo per me, e vincendo la morte, mi apportasti la vita (cfr. 1Gv 1,2), mi schiudesti il paradiso.        Santa attesa del Paradiso e intanto pace di Cristo esultante nei cuori.    La preghiera ci aiuta a permanere in noi la sicurezza gioiosa del paradiso.   

Le porte del paradiso sono due: innocenza e penitenza.

 

 

Accogliere Papa Giovanni col cuore nuovo

 

Turoldo era convinto che Giovanni XXIII continuava a essere vivo più di quanto non si pensava, non solo vivo nella devozione popolare - segno di quanto il popolo ci tenga ai suoi santi...- ma vivo nella cultura e nella storia. E ricordava che il Papa il giorno dell'apertura del Concilio, diceva che quanto stava          avvenendo era "appena un'aurora".

Oggi quindi, durante l'attesa della venuta del santo Papa Giovanni a Sotto il Monte, potremmo impegnarci a conoscere meglio la pagina evangelica che ci ha donato con la sua vita e la pagina che ha aperto per un nuovo volto della Chiesa e del mondo intero. Prepararci anche interiormente per cogliere il suo desiderio di vederci veri discepoli di Cristo Gesù.

 

Ero a Yaounde, capitale del Camerun, per preparare con un gruppo di laici la venuta di Papa Giovanni Paolo II. Fuori del nostro locale, un ammalato di mente ci disturbava col suo vociare. Mi sedetti accanto a lui e gli dissi : "Tu sai che sta arrivando a Yaounde un grande personaggio. Tu cosa pensi?Come dobbiamo accoglierlo?"  L'ammalato si calma, si fa serio e poi dice, solenne : "Un tipo così, lo si accoglie con un cuore puro!"

Per prepararci ad accogliere Papa Giovanni ho cercato nel Giornale dell'anima, scritto da papa Giovanni, un suo pensiero sul cuore per immaginare come desidera essere accolto e ho trovato: "Gesù mite e umile di cuore, fa che il mio cuore sia d'accordo col tuo. E ancora : Crea in me un cuore puro e uno spirito saldo. Il cuore è la volontà, e lo spirito è l'intelletto. Volontà monda, adunque, occorre, e intelletto rinnovato. Ohimè, quanti attacchi, quante tentazioni assediano la volontà, specialmente dalla parte del sentimento: oggetti, persone, circostan­ze! Il fascino dell'ambiente, talora l'incontro fortuito, la mettono a dura prova. Da sé il cuore non regge.Quando poi si è sciupato, lasciandosi infiacchire dalle superfluità, è necessaria una creazio­ne novella. Rattoppi valgono poco. Presto si torna alla caduta. Il cuore di Paolo, il cuore di Agostino, furono creazione nuova".

 

E papa Giovanni che cosa ci dirà e che cosa ci porterà?

Ho trovato in un libro questo grazioso racconto scritto da monsignor Scavizzi : Nel vaporetto, alcuni veneziani commentano il discorso che il patriarca Roncalli, appena arrivato, aveva pronunciato il giorno del suo arrivo: "Non ha detto cose grosse e difficili, a ha parlato col cuore. Ma il più bello è stato quando ci ha detto che, non potendo darci ricchezze materiali, ci dava la sua unica ricchezza, il cuore, l'amore di padre, senza limitazioni".

Papa Giovanni ci porterà il suo cuore!

 

 

Accrescere e vivere la familiarità col Cielo

Quest'anno il Signore mi ha provato coi distacchi da per­sone care: mia mamma, venerata e dolcissima; mgr Morlani, il mio primo benefattore; don Pietro Forno, il mio intimo collabo­ratore negli Atti della Visita Apostolica di S. Carlo ; don Igna­zio Valsecchi che fu curato a Sotto il Monte durante gli anni del mio chiericato, prima di partire per Roma, 1895-1900: tutti scom­parsi. Non parlo di altre conoscenze e persone carissime: prima fra queste il mio rettore, mgr Spolverini. «Praeterit figura huius mundi » (1Cor 7,31).  Il mondo cambia faccia per me. Ciò deve ac­crescere la mia familiarità con l'al di là, pensando che forse presto ci sarò anch'io. Cari morti, io vi ricordo e vi amo sempre. Pregate per me.

 

 

Tre grazie preziose

 

Tre grazie da domandare. Si premette che la presenza e l'azione di Dio in un'anima si esprimono con la pace interiore.

Al contrario: inquietudine, turbamento, disperazione sono segni del diavolo. Bisogna chiedere tre grazie:

1) La compunzione: è indispensabile perché il cuore si converta davvero, e non si rimanga vittime dell'amor proprio che è cieco ed accecatore.

2) L'ordine che è la sommissione completa a Dio, quindi obbedienza. Con l'ordine c'è Dio, pace, giustizia, saggezza, verità.

3) Il disprezzo e l'oblio del mondo che è vanità, frivolità, orgoglio. Spesso il cuore fa alleanza fra le cose naturali e quelle spirituali e soprannaturali. Bisogna saperlo ben discernere questo mondo che penetra dappertutto, anche oltre la grata del chiostro.

Tre grazie preziose. Il Signore però le concede a chi prega assai e le sa meritare.

 

 

Facciamo il no­stro dovere nella santa confessione

« Amplius lava me ab iniquitate mea et a pec­cato meo munda me » (Sal 51,4). La santa confessione.

Tre verbi: « delere, lavare, mundare ». Una progressione: smac­chiare innanzitutto l'iniquità; poi lavarla bene, cioè rimuovere qua­lunque anche minimo attacco; infine mondare, cioè concepire un odio implacabile alla iniquità, compiendo atti ad essa contrari, di umiltà, di mansuetudine, di mortificazione ecc., secondo la diver­sità dei peccati. Tre operazioni successive. A Dio, esclusivamente, si appartiene la prima: « delere ». A Dio, in cooperazione con l'a­nima, la seconda e la terza: « lavare, mundare ». Facciamo il no­stro dovere, noi, poveri peccatori: pentirci e con l'aiuto del Signore lavarci e mondarci. Siamo sicuri che il Signore farà la prima. Que­sta è pronta ed immediata. E così bisogna crederla, senza dubbi o esitazioni. « Credo remissionem peccatorum »'°. Le due opera­zioni successive, che dipendono dalla nostra cooperazione, doman­dano tempo, progressione, sforzo. Perciò diciamo: « amplius lava me et munda me ».

 

 

Sotto gli occhi di Dio

« Malum coram te feci » (Ho fatto del male davanti a te). Il peccato, anche quel che va contro il prossimo e contro se stesso, offende diretta­mente Iddio nella sua legge santa. Ma acquista di gravità perché compiuto sotto gli occhi di Dio. Iddio mi vede: questo motto che disegnavano le nostre povere nonne di campagna, a rozzo eserci­zio di rustica arte di ricamo, si conserva ancora sulle vecchie pareti delle nostre case; e contiene un grande ammonimento che serve a dar tono di rispetto a tutti gli atti della nostra vita. Che profonda dottrina è questa della omnipresenza di Dio, del suo occhio che ci persegue anche nelle latebre più nascoste delle nostre intimità! Ci sarebbe da formare tutto un trattato di ascetica. È qui che si fonda la bellezza più pura delle anime sante, terse come il cristal­lo, sincere come l'acqua pura, senza infingimenti né con gli altri né con sé - poiché questo accade, che talora si manchi di sincerità anche con se stessi, il che è il colmo della incoscienza - a costo di parere dappoco. « Deridetur justi simplicitas » (La semplicità del giusto è presa in derisione) ". Che pagina questa di san Gregorio Magno!

 

 

Missionario in preghiera

Chi si impiega in così bell'opera colla sacra predicazione, dica al Signore, qual nunzio del suo Vangelo: « Domine, labia mea aperies et os meum annuntiabit laudem tuam » (Signore apri le mie labbra e la mia bocca annuncerà la tua lode). Chi non è missio­nario, brami di cooperare anch'egli alla grande fatica dell'aposto­lato, e allorché privatamente salmeggia da sé solo nella sua cella, dica anche lui il « Domine, labia mea », perché anche là, per co­municazione di carità, deve riputare lingua sua qualunque lingua stia in quell'ora nell'atto di annunciare il Vangelo, il quale « è la somma lode divina che ha dato il tema a questo versetto carico più di misteri, ben ascosi nel fondo, che di parole »

 

 

Signore apri le mie labbra

« Domine, labia mea aperies, et os meum annuntiabit laudem tuam » (Sal 51,17) .

Questo è uno dei versetti più cari di tutto il Salmo.

Quando si pensa che queste parole sono ripetute ogni mat­tutino, in nome della santa Chiesa, che prega per se stessa e per tutto il mondo, dalle migliaia e centinaia di migliaia di bocche di­schiuse al tocco della grazia invocata, la visione si allarga, e, ac­cendendosi, si completa. Ecco che la Chiesa si annuncia, non come un monumento storico del passato, ma come una istituzione vivente. Non è la santa Chiesa come un palazzo che si fondi in capo ad un anno. È una città vastissima che ha da occupare l'intero universo: « Fundatur exultatione universae terrae mons Sion, latera Aquilo­nis civitas Regis magni » (Sal 48,3) 56.La fondazione è cominciata da venti secoli, ma essa continua, e si allarga per tutte le terre fino a che il nome di Cristo sia dappertutto adorato. A misura che continua, ecco che le nuove genti, all'annunzio, esultano di gioia: « Audientes gentes gavisae sunt » (At 13,48) .

 

 

Chiesa dei poveri

“ Con il concilio vaticano II, in particolare con papa Giovanni XXIII, c’era stata tutta una ripresa della chiesa come “chiesa dei poveri”. Giovanni XXIII, con le sue origini contadine, ne aveva accolto l’importanza. e aveva spalancato le porte, in concilio, a questa boccata d’ossigeno. Dopo il concilio alcuni vescovi, che io ho ammirato molto, decisero di iniziare a spogliarsi dei privilegi, a spogliarsi dei loro palazzi, dei loro vestiti per essere semplici e poveri. Fu l’inizio di una stagione nuova nella chiesa, di una primavera, che ha dato adito a tante speranze”. (alex zanotelli, inno alla vita, il grido dei poveri contro il vitello d’oro, emi, bologna,1998, p.61)

 

 

Come conservare la pace

« Nell'esame del mezzodì darò una breve rivista al mio cuo­re, per vedere se conserva la pace interiore, fondata sulla base del­la santa volontà di Dio, e per ristabilirla se mai si fosse alterata: Gesù mio, misericordia. A mantenere la mia pace mi propongo quattro cose: 1) essere morto al mondo e a tutto ciò che non è Dio; 2) vivere abbandonato sulle braccia della divina provvidenza; 3) amare il patire, sia nell'interno che all'esterno; 4) non intrapren­dere molti affari, se non quelli che porta seco il proprio ministero, conforme all'obbedienza".

 

 

La santa confessione

La santa confessione ben preparata, ripetuta ogni settimana, resta sempre una base solida per il cammino della santificazione, e rimane visione pacificatrice e incoraggiante alla abitudine di tenersi preparato a ben morire in ogni ora ed in ogni momento della giornata. Questa mia tranquillità, e questo sentirmi pronto a partire e a presentarmi al Signore ad ogni suo cenno, mi pare sia un tale segno di fiducia e di amore, da meritarmi da Gesù, di cui sono chiamato Vicario in terra, il tratto estremo della sua misericordia.

Teniamoci dunque sempre in atto di procedere verso di lui, co­me se sempre mi attendesse a braccia aperte.

 

 

Vita di Papa, vita di amore e di sacrificio

Gesù chiede a Pietro : "Pietro, mi ami?". Pietro risponde : "Gesù, tu sai che ti amo?"

Il successore di Pietro sa che nella sua persona e nella sua attivi­tà è la grazia e la legge dell'amore, che tutto sostiene, vivifica ed adorna; e in faccia al mondo intero è nello scambio dell'amore fra Gesù e lui, Simone o Pietro, figliuolo di Giovanni, che la Chiesa santa si aderge, come sopra sostegno invisibile e visibile: Gesù in­visibile agli occhi di carne, il Papa « Vicarius Christi » visibile in faccia al mondo intero. A pensare bene a questo mistero di intimo amore fra Gesù e il suo Vicario, quale onore e quale dolcezza per me, ma insieme quale motivo di confusione per la piccolezza, per il niente che io sono.

La mia vita deve essere tutta di amore per Gesù ed insieme tutta una effusione di bontà e di sacrificio per le singole anime, e per tutto il mondo. Dall'episodio evangelico che proclama l'a­more del Papa verso Gesù, e per lui verso le anime, è rapidissimo il passaggio alla legge del sacrificio.

 

 

Prima Messa di don Angelo Roncalli a Roma

 

Ah, le consolazioni di quella messa! Mi sovvengo che fra i sentimenti di cui il cuore riboccava questo dominava su tutti, di un grande amore alla Chiesa, alla causa di Cristo, del Papa, di una dedizione totale dell'essere mio a servizio di Gesù e della Chiesa, di un proposito, di un sacro giuramento di fedeltà alla cattedra di San Pietro, di lavoro instancabile per le anime. Ma quel giuramento che riceveva una sua propria consacrazione dal luogo dove io ero, dall'atto che io compivo, dalle circostanze che l'accompagnavano, lo tengo qui vivo ancora e palpitante nel cuore più che la penna non valga a descriverlo. Come dissi al Signore sulla tomba di san Pietro: « Domine, tu omnia nosti, tu scis quia amo te » (Gv 21,17) . Uscii di là come trasognato. I pontefici di marmo e di bronzo disposti lungo la basilica pareva mi riguardassero dai loro sepolcri con una significazione nuova in quel dì, come ad infondermi coraggio, e grande fiducia.

 

 

 

Tanti pellegrini chiedono la benedizione per intercessione di Papa Giovanni

La benedizione è una formula rituale con cui il sacerdote  o una persona di famiglia invoca la protezione e la grazia di Dio su persone o cose.

È Dio che benedice. La formula classica di benedizione in Israele è contenuta nel libro dei Numeri 6:23-27: "L'Eterno ti benedica e ti custodisca! L'Eterno faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! L'Eterno rivolga il suo volto su di te e ti dia la pace!".

Esistono varie tipologie di benedizioni utilizzate per diversi momenti della vita o in relazione a diversi tipi di oggetti o beni, sacri o per uso profano. Le formule di benedizione, unitamente a stralci della Bibbia e preghiere appropriate sono raccolte in un rituale noto come Benedizionale.

Quando la Chiesa terrena, in modo pubblico o privato, si appella all’intercessione dei Santi del cielo, rendendo presente a Dio la vittoria che essi hanno conseguito contro il male e la gloria che ora godono in cielo, chiede soccorso ed aiuto per i fedeli ancora in lotta sulla terra contro le potenze del male. Troviamo questo nel libro dell'Apocalisse. L’intercessione dei Santi del cielo non consiste tanto nel fatto che questi si mettano a pregare per noi quando li invochiamo, ma nel fatto che la loro vittoria e gloria sono sempre presenti davanti a Dio non solo a loro beneficio, ma anche a vantaggio di quanti si appellano al loro aiuto.

Benedizione di un bambino

Signore Gesù, tu che hai tanto amato i bambini, fino a dire che accoglie te stesso chi accoglie i piccoli in tuo nome, ascolta benigno la nostra preghiera per questo bambino N.  Proteggilo sempre, Signore, perché, fatto adulto, corrisponda ai doni di grazia del suo battesimo, e rendendoti testimonianza in una aperta professione di fede, perseveri deciso nella speraza del tuo Regno, in fervida donazione d'amore per i fratelli e per te, che vivi e regni nei secoli dei secoli. ( da Liturgia, n. 101)

La preghiera di benedizione diventa una catechesi che incoraggia  e orienta verso il Regno.

 

 

La strada coi Turchi è buona, in Grecia meno

Voglio attendere con maggior cura e costanza allo studio della lingua turca. Io sento di voler bene al popolo turco, presso il quale il Signore mi ha mandato: è il mio dovere. So che la strada che ho preso nei rapporti coi turchi è buona, soprattutto è cattolica ed apostolica. Debbo continuare in essa con fede, con prudenza, con zelo sincero, a prezzo di ogni sacrificio.

Gesù, la santa Chiesa, le anime, anche le anime dei turchi, non meno che quelle dei poveri fratelli ortodossi: « Salvum fac popu­lum tuum, Domine, et benedic hereditati tuae » (Sal 28,9).Il mio lavoro in Turchia non è facile, ma mi viene bene, ed è motivo di molta consolazione. Vedo che c'è la carità del Si­gnore, e l'unione degli ecclesiastici fra loro e col loro misero pa­store. La situazione politica non permette di fare molto, ma mi pare già meritorio il non peggiorarla per colpa mia.

La mia missione in Grecia, invece, oh, come mi è fastidiosa! Ap­punto per questo l'amo anche più e propongo di continuarla con fervore, sforzandomi di vincere tutte le mie ripugnanze. Per me è consegna: è, dunque, obbedienza. Confesso, non soffrirei se ve­nisse affidata ad altri, ma intanto che è mia, voglio farle onore ad ogni costo. « Qui seminat in lacrymis, cum exultatione metet » (Sal 126,5). Poco m'importa che altri raccolga.

 

 

Bontà luminosa, dignità amabile con tutti

Nei miei rapporti con tutti ‑ cattolici o ortodossi, grandi o piccoli ‑ vedrò di lasciare sempre un'impressione di dignità e di bontà, bontà luminosa, dignità amabile. Rappresento ‑ benché indegnissimamente ‑ tra questa gente, il Santo Padre. Sarò dunque preoccupato di farlo stimare ed amare, anche attraverso la mia persona. Ciò vuole il Signore. Quale compito, quale responsabilità!  Per rendermi più utile nel mio ministero  in Bulgaria, mi applicherò con speciale studio alla lingua francese e bulgara.

S. Teresa m'accompagna oggi il sigr dott. Fred Pierce Cor­son, Presidente del Consiglio mondiale Metodista. Lo accolsi del mio meglio, mostrandogli vivo interesse per lui, e per le anime dei Metodisti che egli mi disse essere più di 50 milio­ni nel mondo intero. Mi permisi aprirgli la dottrina della « Imita­zione di Cristo » che accolse tanto bene. Mi lasciò impressione che egli sia in buona fede: padre di famiglia e nonno più volte; serio ed amabile.
Perché non debbo pregare per lui nel pensiero delle tante anime separate dai cattolici, ma pur redente dal Sangue di Cristo?

 

 

Letterine a Papa Giovanni

Ho letto le ultime letterine lasciate nella cassetta che accoglie messaggi, foto, disegni dei pellegrini che continuano a venire nella casa natale di Papa Giovanni. Poco lontano dalla cassetta, ci sono gli ex-voto di ogni genere, di immagini, foto, scritti e poi soprattutto fiocchi. Fiocchi rosa e azzurri con volti bellissimi di bimbi scesi dal Cielo per intercessione di Papa Giovanni. Le letterine contengono :

Saluti affettuosi e rinraziamenti : Oggi, Assunzione della Vergine Maria. Festa della speranza. Caro Papa Gioanni, tu sai quanto ti vogliamo bene. Siamo qui da te col cuore in mano... con le lacrime agli occhi... e col sorriso. Grazie Papa Giovanni.

Intercessione : Intercedi per noi presso la nostra mamma Maria, Gesù nostro Signore in unione allo Spirito Santo. Conosci la nostra situazione. Benedici la nostra grande famiglia.Tienici uniti a Gesù e a Maria con  più fiducia e speranza.

Affidamento : Allego una foto di mio marito.  E' infinità la catena di persone affidate a Papa Giovanni. Per motivi di lavoro, di salute, di accordo familiare, di fede. Belle le preghiere delle mamme perché i figli non perdano la fede.

Fiducia : Che senso ha una famiglia senza un frutto? Torniamo a dirti di chiederlo per noi al Signore.

Promessa : Non smetteremo mai di pensarti. Tu sai che veniamo sempre, perché tu sei vivo con noi, anche a casa nostra.

 

 

Papa Francesco presenta il volto missionario di Papa Giovanni

Papa Francesco parla di Papa Giovanni, ma sembra che con le stesse parole descriva il suo volto di missionario, la sua passione per il Vangelo, la vita della Chiesa e la fraterna esistenza dell'umanità.

"Papa Giovanni era attento all'Unità tra i popoli: “una comunanza di origine, di redenzione, di supremo destino lega tutti gli esseri umani e li chiama a formare una unica famiglia umana” perché “tutti gli uomini sono uguali per dignità naturale”.

"E attento al Volto materno della Chiesa che ha braccia aperte per ricevere tutti. E’ una casa per gli altri che vuol essere di tutti, e particolarmente la chiesa dei poveri, senza distinzione di razza o religione. La Chiesa è attenta all'incontro e al dialogo con tutte le culture e religioni, all’aiuto dei più poveri e deboli, all’annuncio della salvezza, della speranza e dell’ottimismo nel futuro".

"Papa Giovanni nutrì sempre un grande affetto per i missionari, che chiamava “speranza dei popoli” e “messaggeri di pace e fraternità”, e donò la sua casa natale ai missionari del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) affinché ne facessero un seminario, sicuro che dal suo paese sarebbero partiti “tanti missionari per portare al mondo Gesù e il suo amore”.

 

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI BERGAMASCHI IN OCCASIONE DELLA 
CANONIZZAZIONE DEL BEATO GIOVANNI XXIII

Cari amici bergamaschi

avvicinandosi il giorno della canonizzazione del beato Giovanni XXIII, ho sentito il desiderio di inviare questo saluto al vostro Vescovo Francesco, ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai fedeli laici della Diocesi di Bergamo, ma anche a coloro che non appartengono alla Chiesa e all’intera comunità civile bergamasca.

So quanto bene volete a Papa Giovanni, e quanto lui ne voleva alla sua terra. Dal giorno della sua elezione al Pontificato, il nome di Bergamo e di Sotto il Monte sono diventati familiari in tutto il mondo e ancora oggi, a più di cinquant’anni di distanza, essi sono associati al suo volto sorridente e alla sua tenerezza di padre.

Vi invito a ringraziare il Signore per il grande dono che la sua santità è stata per la Chiesa universale, e vi incoraggio a custodire la memoria del terreno nel quale essa è germinata: un terreno fatto di profonda fede vissuta nel quotidiano, di famiglie povere ma unite dall’amore del Signore, di comunità capaci di condivisione nella semplicità.

Certo, da allora il mondo è cambiato, e nuove sono anche le sfide per la missione della comunità cristiana. Tuttavia, quell’eredità può ispirare ancora oggi una Chiesa chiamata a vivere la dolce e confortante gioia di evangelizzare, ad essere compagna del cammino di ogni uomo, “fontana del villaggio” alla quale tutti possono attingere l’acqua fresca del Vangelo. Il rinnovamento voluto dal Concilio Ecumenico Vaticano II ha aperto la strada, ed è una gioia speciale che la canonizzazione di Papa Roncalli avvenga assieme a quella del beato Giovanni Paolo II, che tale rinnovamento ha portato avanti nel suo lungo pontificato.

Sono certo che anche la società civile potrà sempre trovare ispirazione dalla vita del Papa bergamasco e dall’ambiente che lo ha generato, ricercando modalità nuove ed adatte ai tempi per edificare una convivenza basata sui valori perenni della fraternità e della solidarietà.

Cari fratelli e sorelle, affido questo mio messaggio all’“Eco di Bergamo”, di cui il giovane sacerdote Don Angelo Roncalli fu apprezzato collaboratore. Quando poi il ministero lo portò lontano, egli ricevette sempre dalle pagine dell’“Eco” la voce e il richiamo della sua terra. Vi chiedo di pregare per me, mentre assicuro il mio ricordo e la preghiera per tutti voi, in particolare per i sofferenti, per gli ammalati - ricordando l’Ospedale cittadino che avete voluto dedicare a Papa Giovanni - e per il Seminario diocesano, tanto caro al suo cuore. A tutti invio, nell’imminenza delle feste pasquali, la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 25 aprile 2014

 

 

COMMEMORAZIONE DEL CARDINAL SUENENS AL CONCILIO VATICANO II

“Se si dovesse ridurre tutto ad una parola, mi pare che si potrebbe dire che Giovanni XXIII è stato uomo singolarmente naturale e soprannaturale nello stesso tempo. la natura e la grazia non facevano che una cosa sola in una unità vivente piena di attrattiva e di imprevisti. Tutto zampillava dalla sorgente. Con tutta naturalezza egli era soprannaturale, ed era naturale con tale spirito soprannaturale che non si poteva scorgere la linea di sutura. Respirava la fede, come respirava la sanità  fisica e morale, a pieni polmoni. "Viveva alla presenza di Dio - è stato scritto, con la semplicità di uno che vada a passeggio per le strade della città natale".

Viveva a suo agio sulla nostra terra; si interessava alle preoccupazioni della gente con una simpatia vibrante. sapeva fermarsi ai margini della strada per scambiare qualche frase con la gente del popolo, ascoltare un fanciullo, consolare un malato. mostrava interesse per la costruzione di un aeroporto, e pregava per gli astronauti.

Ma viveva anche a suo agio nel mondo soprannaturale, in familiarità con gli angeli e coi santi. amava render partecipi gli altri delle sue predilezioni, e anche qui aveva il coraggio delle proprie amicizie. Fece a san Giuseppe la sorpresa di introdurlo nel canone della messa e a qualche santo della regione lombardo-veneta quella di elevarlo all'onore degli altari: così a san Gregorio Barbarigo e ai beati Innocenzo da Berzo e Luigi Palazzolo. L'alleanza così felice tra la grazia e la natura spiega quest'altra unità, così spiccata in Giovanni XXIII, tra la sua vita e il suo insegnamento. In lui nessun dualismo. Sull'esempio del Signore, di cui san Giovanni dice che "la sua vita era luce", il papa defunto ha rischiarato gli uomini nello svolgersi stesso della sua esistenza. In lui luce e calore erano inseparabili, come il sole che nello stesso tempo illumina e riscalda la terra. La bontà spontanea, diretta, sempre attenta di Giovanni XXIII era simile al raggio di sole che dissipa la foschia, che scioglie il ghiaccio, che s'insinua senza che ce se ne accorga, come in pieno suo diritto. Raggio di sole che crea l'ottimismo al suo passaggio, dà gioia giungendo imprevisto, non si sconcerta per qualsiasi ostacolo. Così apparve Giovanni XXIII al mondo; non come il sole del tropico, che acceca con la vivezza del suo splendore, ma come l'umile sole familiare di ogni giorno, che è lassù, al suo posto, sempre fedele a se stesso, anche se talora momentaneamente velato da qualche nuvola, a cui quasi non si bada, tanto si è certi della sua presenza”.

 

 

Il neo arcivescovo di Milano a Sotto il Monte

Così mons Mario Delpini nella festa dell'Assunta : "Cosa abbiamo da dire a questo mondo noi discepoli di Dio? Abbiamo parole originali o ci adeguiamo? C'è un popolo triste che abita le nostre terre. Siamo lamentosi e scontenti, e abbiamo dimenticato cos'è una festa. Cosa diciamo ai distratti festaioli della baldoria e della trasgressione? O siamo anche noi organizzatori di feste che ci fanno dimenticare le domande inquietanti, i drammi del mondo? C'è un popolo che ama la notte chiassosa e non la mattinata operosa. Noi popolo del Signore non celebriamo il Ferragosto per cancellare le preoccupazioni, non celebriamo una parentesi. Celebriamo la partecipazione della Vergine Maria alla gloria del Risorto e professiamo con profonda convinzione la nostra fede. Non siamo in cammino verso la triste conclusione di tutto, ma verso la gloria della Risurrezione".

Ascoltando le parole dell'arcivescovo Delpini, vediamo la foto del volto sociale e profondo di Sotto il Monte e sentiamo una eco del suo Papa : "La vocazione alla vita eterna ci rende incaricati di una testimonianza che dà valore ad ogni giorno, appassionandoci alle cose ben fatte per aggiustare il mondo a servizio dell'opera di Dio. Amiamo il bene  che possiamo fare. Per i disperati nel corpo e nell'anima non abbiamo la ricetta della felicità sulla terra , ma la certezza di cieli e terra nuovi".                      

Monsignor Claudio Dolcini, parroco di Sotto il Monte, con lo sguardo all'Assunta che qui da più di un secolo sorride accoglie e benedice, ha chiesto all'arcivescovo di pregare per Sotto il Monte che si prepara ad accogliere l'urna di Papa Giovanni : "La nostra comunità possa essere l'immagine di questo santo, qui venerato per la sua incrollabile fede, fiducia e misericordia".

 

 

 INTERVISTA CON ENRICA RONCALLI NIPOTE DIRETTA DI PAPA GIOVANNI XXIII
Quali furono i sentimenti degli abitanti di Sotto il Monte quando fu eletto papa, quando seppero che fu eletto papa?
Enrica: C'è stata una festa gigantesca. Tutta la gente era per strada quando è stato eletto. C'è stata un'invasione di giornalisti e la gente era molto contenta. Io non avevo la televisione per cui andammo al bar del paese per vederlo. Era proprio lui. Papa.
Se dovesse scegliere un aggettivo per descrivere suo zio quale userebbe? Perché?
Enrica: Santo. Non è diventato santo perché divenne papa. Lo era già. Ogni tanto lo osservavo quando pregava e mi sembrava in estasi. Aveva un gran rispetto per la liturgia. Io gli dicevo come facesse a pregare così devotamente perché a me quando pregavo mi venivano in mente tante altre cose che non c'entravano niente con la preghiere.
Pensa che fu compreso dai suoi colleghi quando propose il Concilio?
Enrica: No, al primo momento no. Quando chiese ad un cardinale di cui non ricordo il nome il suo parere perché voleva fare il Concilio gli fu risposto che non si sarebbe dovuto fare. Anche se poi il giorno dopo quel Cardinale gli chiese scusa per aver espresso arditamente il suo parere contrario.
Qualcosa sul Concilio?
Enrica: Ha sempre seguito il concilio anche quando non partecipava alle sessioni ed era nel suo studio. Lo seguiva con la preghiera.
E' andata in Vaticano per la beatificazione? Cosa ha provato?
Enrica: Sì sono stata in Vaticano ma non ci sono parole per esprimere la gioia che ho provato. E' stata un'esperienza bellissima, emozionante. Ho pianto per la gioia. 
Che cosa prova quando sente che così tante persone attorno al mondo lo ammirano e lo amano così tanto pur senza averlo conosciuto?
Enrica: Sono contentissima, perché anche mia cugina suora Anna che è missionaria in Etiopia mi ha detto che anche in Africa c'è una forte devozione a Papa Giovanni e ci sono sue immagini esposte nelle case o capanne.
Quale messaggio darebbe a tutte queste persone?
Enrica: Di imitarlo. Imitare la sua bontà, la sua umiltà e il suo spirito di preghiera che mi ha sempre colpito molto.
Che carattere aveva Papa Giovanni?
Enrica: Nella sua semplicità e umiltà aveva un carattere forte. Quello che voleva lo faceva e lo otteneva. Comunque sempre nella preghiera. ( Parte ceconda )

 

 

INTERVISTA CON ENRICA RONCALLI NIPOTE DIRETTA DI PAPA GIOVANNI XXIII

Pensiamo Enrica già in Paradiso con lo zio. Abbiamo trovato questa intervista e la pubblichiamo in due parti.
Si dice che papa Giovanni era molto amante della sua famiglia e specialmente di sua madre, cioè sua nonna. Che cosa ci può dire dei suoi nonni?
Enrica: I nonni Battista e Marianna erano molto bravi. Ogni mattina andavano a Messa. Appena il nonno Battista e la nonna Marianna si alzavano recitavano le loro preghiere, l'Angelus Domini. Entrambi andavano a Messa ogni mattina alle 5,00. Quando il mio zio ancora vescovo veniva in vacanza qui a Sotto il monte sua mamma, mia nonna, andava alla casa dove stava per trovarlo e mentre si faceva la barba gli parlava prima di dire la messa.

Si ricorda qualche fatto particolare di lui?
Enrica: Mi ricordo di quando ancora vescovo sempre in vacanza qui a Sotto il Monte incontrò il vescovo Montini ( il futuro papa Paolo VI). Montini venne qui a trovarlo. Stette qui all'incirca un quarto d'ora e poi se ne andò. Dopo che se ne fu andato mio zio mi disse queste testuali parole: " Potrebbe benissimo fare il papa". Per me è una delle profezie di papa Giovanni.

Quanti anni aveva quando divenne papa? 
Quali sono stati i suoi sentimenti riguardo a questo fatto?

Enrica: Avevo 38 anni quando mio zio divenne papa. Piansi molto perché non ero contenta. Ho visto tutto il mondo addosso a lui e tutte le preoccupazioni del mondo addosso a lui. Per l'incoronazione a Roma mi cercò. Ogni due o tre mesi andavo a trovarlo in Vaticano. Ogni mattina ascoltavo la Messa con lui in Vaticano. Con i parenti parlava sempre in dialetto bergamasco. Io stavo con le suore e mangiavo con loro e poi ne approfittavo per vedere Roma. Stavo lì in Vaticano 4 o 5 giorni. Qualche volta ho mangiato con lui ma raramente. Mi chiedeva sempre notizie di Sotto il Monte. Quando era ancora vescovo e veniva qui a Sotto il Monte faceva passeggiate per il paese. Sapeva il francese e aveva imparato anche un po'di turco perché quando era in Turchia diceva le giaculatorie in turco per farsi comprendere dalla gente. Fu il primo ad indossare gli abiti borghesi quando il governo proibì ai religiosi di indossare gli abiti clericali. Diceva se il governo ha deciso così dobbiamo adeguarci nonostante alcuni frati con lui non lo accettarono molto volentieri.

Come si rapportava con Lui?
Enrica: Non l'ho mai chiamato zio ma monsignore e quando divenne papa lo chiamavo santità. Avevo molto rispetto per lui perché quando fu fatto vescovo nel 1925 avevo solo 5 anni e l'ho sempre visto così, con una certa aura mistica.

L'ha visitato in Vaticano? 
Fu impressionata dall'ambiente? 
L'aveva visitato prima a Venezia? A Parigi?
Enrica: Come ho già detto prima lo visitavo in Vaticano ma non fui impressionata dall'ambiente perché me l'ero immaginato così grande. Prima però l'avevo visitato a Parigi e vi rimasi per tre mesi e poi a Venezia. Ero lì quando partì per il conclave. Lui è partito con un treno per Roma ed io con un treno per Bergamo. Ci siamo lasciati con la speranza di rivederci poi alla fine del conclave lì a Venezia. Tutte le personalità erano venute a trovarlo prima di partire per Roma. Tutti gli davano la mano. Allora corsì anch'io per salutarlo di nuovo al finestrino del treno e gli diedi l'ultimo saluto da vescovo di Venezia. Poi come sa fu eletto papa. (prima parte)

 

 

L'ASSUNTA   di Papa Giovanni

L'Assunta mi riconduce con tenerezza a Sotto il Monte, dove tanto mi piacque venerarla nelle sue due statue: quella vestita e de­votissima del Sanzi a Brusicco, nella chiesa del mio battesimo, come l'altra pur bella e vigorosa, della nuova parrocchiale, dello scultore Manzoni. Questa fu dono del caro parroco don Carlo Marinelli, uno dei sacerdoti più familiari e più benemeriti per la mia formazione ecclesiastica, e più caro ai miei ricordi riconoscenti.

 

 

PREGHIERA PER SAPERLO IMITARE

Carissimo Beato Giovanni XXIII, Tu che sei conosciuto, amato ed invocato in tutto il mondo con l'appellativo di "Papa Buono" aiutaci a scoprire negli avvenimenti tristi e lieti della nostra esistenza l'infinito amore, l'immensa bontà, il misterioso agire e l'eterna misericordia di Dio, di Lui che "solo è buono" ed alla cui fonte con umiltà, timore e riconoscenza lieto ti sei dissetato per tutti i giorni della tua vita.
Donaci la grazia di essere sempre "obbedienti" alla volontà di Dio Padre, gioiosi annunciatori e testimoni fedeli della "pace" donataci da Gesù, miti e umili portatori di quella "luce" negli occhi che hanno solo i bambini e coloro che, come te, si specchiano sempre nella comunione d'amore dello Spirito Santo del quale e nel quale sono intimamente immersi, dolcemente pervasi e serenamente perduti. (Natale Berbenni)

 

 

Maria ASSUNTA   di Papa Giovanni

 Questo benedetto corpo delta Vergine che la Trinità augusta preserva dalla corruzione, e subito trasfigura e, spiritualizza, non propone una verità di fede, e nulla più: esso esalta valori eterni dello spirito, con le sue naturali esigenze ed incoercibili aspirazioni. Esso rinnova la speranza in un avvenire più felice. Esso riaccende la fiducia in una più perfetta giustizia, che ristabilirà 1'ordine sconvolto del peccato. Sono pensieri di fede, che coltivati, orientano i nostri passi verso la casa del Padre Celeste, ed aiutano a superare le prove e le incertezze del quotidiano combattimento. Ecco, questo insegna il Dogma dell'Assunzione: 1) La vita terrena non è fine a se stessa: essa si concluderà in cielo. Passa la giovinezza, cadono sogni e progetti; si avanza il vespero accompagnato da delusioni e nostalgie, ma il cristiano non si abbandona alla disperazione! 2) ) L'anima ha dei diritti indiscutibili e preminenti sul corpo: e per lei occorre saper disciplinare le passioni, rinunciare alle seduzioni mondane; prendere, talora, decisioni eroiche. 3) L'umile soggezione a Dio è il segreto della felicità vera e della pace. La solennità dell'Assunta così intesa accende nei cuori gli entusiasmi santi che la nostra religione riesce a suscitare nel popolo come nei singoli, a rendere fermi i propositi d'interiore rinnovamento ispirati dalla Grazia, ed infine ravviva la speranza che converte in gaudio le amarezze e le angustie del vivere.

 

 

 Il Crocefisso ai missionari

Diletti figli! L'immagine del Crocefisso, che abbiamo consegnata a ciascuno di voi, come suggello e viatico della vostra missione, vi ricorderà la via da percorrere per assicurare piena fecondità al vostro lavoro. Il Cristo confitto sul legno, annientato dal doloroso supplizio, tende le mani come per abbracciare tutti gli uomini. Egli vi insegnerà a qual prezzo si ottiene la salvezza del mondo. Egli è il modello e l'esempio da seguire: «a Lui arriva solo chi cammina ‑ sono ancora parole di S. Leone ‑ per il sentiero della sua pazienza e della sua umiltà. In tale cammino non manca la pena affannosa della fatica, né la nube della tristezza, né la procella della paura. Voi troverete le insidie dei cattivi, le persecuzioni degli infedeli, le minacce dei potenti, le offese dei superbi: tutte cose che il Signore delle virtù ed il Re della gloria ‑Dominus virtutum et Rex gloriae ‑ ha percorso nella figura della nostra infermità ... proprio perché, fra i pericoli della vita presente, non desideriamo di scansarli con la fuga, ma piuttosto di superarli con la pazienza» (Serm. 67, 6; PL 54, 371‑2). Non riponete fiducia in altre astuzie o sussidi di umana ispirazione.

 

 

Come Papa Giovanni

E' bello accostare a Papa Giovanni l'emerito arcivescovo di Milano, il cardinale Tettamanzi. E' ricordare quanto erano immagini vicine tra loro e di Gesù di Nazareth, come lo definì il card Scola: Testimone fedele di Gesù. E' ricordare quanto ci hanno toccato in alcuni momenti della nostra esistenza. E' renderli ancora vivi, l'uno accanto all'altro. La giornalista Annamaria Bracconi ci dice in un titolo di Avvenire : "E' stato facile voler bene a Tettamanzi". Ecco alcune testimonianze nel suo articolo: "Per me, era una persona buona sostanzialmente e semplicemente, dice Paolo, impiegato di mezza età. E' un poco come Papa Giovanni XXIII. Penso sempre a quella frase : "Quando tornerete a casa, fate una carezza ai vostri bambini". "Mi pare che sia giusto definirlo Il cardinale delle mani. Quando veniva nelle nostre parrocchie, si fermava a stringere la mano a tutti. Mi ha stretto la mano e mi ha rivolto qualche parole al termine della messa".

Nel suo lungo telegramma, papa Francesco lo ha dichiaratoAmato e amabile.

In una bella lettera alle famiglie nella prova, dal titolo Eppure tu vedi l'affanno e il dolore, il cardinale Tettamanzi terminava con la preghiera : "Quante famiglie, Signore, vivono ogni giornata fin dall'inizio, come una lotta e un affanno... Eppure tu, Signore, non hai chuso gli occhi, ... non sei assente, Signore. Manda il tuo Spirito Consolatore .... perché nessuno si senta abbandonato o dimenticato".

Il Signore non chiude mai gli occhi, non è assente. Ci ha mandato Papa Giovanni, ci ha mandato il cardinale Tettamanzi. Sentiamoli ancora vivi. vicini.

 

 

Contro l'ignoranza della verità

Dopo pochi mesi dalla sua elezione a papa (28 0ttobre '58) scrive : "Questi tre beni - la verità, l'unità e la pace - da conseguire e promuovere secondo lo spirito della carità cristiana, formeranno l'argomento di questa Nostra prima Enciclica “AD PETRI CATHEDRAM” (1959), sembrandoCi che, nel momento presente, questo sia particolarmente richiesto dal Nostro Apostolico mandato". Qui leggiamo alcuni passi dell'enciclica dove mostra la sua viva preoccupazione sul dilagare dell'ignoranza della verità e dell'incentivo al malcostume che entra persino nella pareti domestiche.

"Di tutti i mali che, per così dire, avvelenano gli individui, i popoli, le nazioni, e così spesso turbano l'animo di molti, causa e radice è l'ignoranza della verità. E non l'ignoranza soltanto, ma talvolta anche il disprezzo ed uno sconsiderato disconoscimento del vero. Di qui errori d'ogni genere, che penetrano negli animi e si infiltrano nelle strutture sociali, tutto sconvolgendo con grave rovina dei singoli e dell'umana convivenza. Eppure Iddio ci ha dato una ragione capace di conoscere le verità naturali. Seguendo la ragione seguiamo Dio stesso, che ne è l'autore ed insieme legislatore e guida della nostra vita; se invece o per insipienza o per infingardaggine o, peggio, per cattivo animo, deviamo dal retto uso della ragione, con ciò stesso ci allontaniamo dal sommo bene e dalla legge morale.

Vediamo altresì con grande tristezza “ libri e giornali che si stampano per irridere la virtù e coonestare il vizio ” (Leone XIII, Encicl. Exeunte iam anno”, 1888). Oggi poi c'è da aggiungere a tutto questo, come voi ben sapete, Venerabili Fratelli e diletti figli, la radio, il cinema e la televisione, i cui spettacoli possono essere seguiti fra le pareti stesse domestiche . Da tali mezzi può bensì derivare un invito ed un incitamento al bene e all'onestà ed anche alla pratica cristiana delle virtù. Purtroppo, invece, e specialmente in mezzo ai giovani, essi servono non di rado di incentivo al malcostume, alla corruzione, all'inganno dell'errore e ad una vita viziosa. Per neutralizzare quindi, con ogni cura e diligenza, il cattivo in­flusso di questi mezzi pericolosi che si va sempre più diffondendo, bisogna fare ricorso alle armi della verità e dell'onestà. Alla stampa cattiva e menzognera bisogna contrapporre quella buona e verace. Alle trasmissioni della radio e agli spettacoli cinematografici e televisivi, fatti strumento di errori e di corruzione, bisogna contrapporne altri a difesa della verità e del buon costume. In tal modo queste recenti invenzioni, che purtroppo tanto possono come allettamento al male, potranno diventare per l'uomo strumenti di bene e insieme mezzo di onesto svago, e verrà il rimedio dalla stessa fonte donde spesso promana il veleno".

 

 

Amare Dio con Papa Giovanni

LE PAROLE DEL VANGELO NON VENGONO MAI MENO

Già nel Vangelo si trova, in succinto, il disegno di quella che sarebbe stata la storia della Chiesa: ed è una storia di fede. Uno dei più avvincenti episodi riguarda proprio l'apostolo Pietro. Era disceso nel lago per raggiungere il Signore che lo aveva chiamato. Ed ecco un vento impetuoso, ed il terrore pervadere Pietro che, mentre camminava sulle onde, si sentiva sommergere. Di qui la sua invocazione a Gesù, e la risposta del divino Maestro: Modicae fidei, quare dubitasti? [Uomo di poca fede perché hai dubitato?] Son qua io.

Tutta la storia della Chiesa può compendiarsi in questo episodio. Lungo le varie epoche non sono mancate le tempeste: anche oggi non pochi soffrono sotto l'infuriare degli elementi avversi: ma la Chiesa vive. Anche là dove i fedeli godono di una certa pace, possono insorgere ansie o timori: ma tocca a noi di mantenere salda la fede onde non meritare, dopo la Resurrezione, dopo la discesa dello Spirito Santo, dopo tanti esempi luminosi, l'appunto del Signore che rimprovera la scarsità della fede.

Tante cose si agitano nel mondo: ma le parole del Signore non vengono mai meno. Che cos'è che dà vita a questa sicurezza? Sono i libri santi: è il Vangelo, ivi è l'intero indirizzo della vita della Chiesa. I Papi lo ripetono, lo spiegano, lo diffondono: e qui è la base della civiltà di oggi e di domani. Qualcuno affaccia preoccupazioni per l'avvenire e pensa a catastrofi e distruzioni. Anche in questo siamo informati. La fine del mondo è descritta nei suoi particolari nello stesso Vangelo. Perciò il nostro dovere è di essere fiduciosi nella parola del Signore, di essere fedeli al suo insegnamento, di trasmettere con serenità alle generazioni future, a molte e molte generazioni, questi medesimi fondamenti di vita e di speranza.

Ogni qualvolta abbiamo bisogno di lume e di conforto riportiamoci ai quattro evangelisti; pensiamo agli apostoli, ai martiri, ai pontefici: alla fiamma di vitalità della Chiesa e, con il Papa, benediciamo il Signore. (Discorso, 19 febbraio 1959)

 

 

ll rosario mariano

Questo è il rosario mariano, osservato nei suoi vari elementi, insieme riuniti sulle ali della preghiera vocale, e ad essa intrecciati come in un ricamo lieve e sostanzioso, ma pieno di calore e di fa­scino spirituale.

Le preghiere vocali acquistano pertanto anch'esse il loro pieno risalto: anzitutto l'orazione domenicale, che dà al rosario tono, so­stanza e vita, e, venendo dopo l'annuncio dei singoli misteri, sta a segnare il passaggio da una decina all'altra; poi la salutazione angelica, che porta in sé gli echi della esultanza del cielo e della terra intorno ai vari quadri della vita di Gesù e di Maria; e infine il trisagio, ripetuto in adorazione profonda alla Santissima Trinità.

Oh! sempre bello, così, il rosario del fanciullo innocente e del­l'ammalato, della vergine consacrata al nascondimento del chio­stro o all'apostolato della carità, sempre nell'umiltà e nel sacrificio, dell'uomo e della donna padre e madre di famiglia, nutriti di alto senso di responsabilità nobili e cristiane, di modeste famiglie fede­li alla antica tradizione domestica: di anime raccolte in silenzio, e astratte dalla vita del mondo, a cui hanno rinunziato, e pur tenu­te sempre a vivere col mondo, ma come anacoreti, fra le incertezze e le tentazioni.

Questo è il rosario delle anime pie, che recano viva la preoccu­pazione della propria singolarità di vita e di ambiente.

 

 

Amare Dio con Papa Givanni (5)

La devozione verso il Ss. Sacramento

La divozione principale sarà verso il Ss. Sacramento: perciò grande raccoglimento in chiesa, e specialmente quando sarà esposto. Si riceva più spesso che si può, colla maggior disposizione e devozione possibile, con lungo ringraziamento. Si visiterà spesso godendo di fargli compagnia. Non mi darò mai pace finché non abbia ottenuto un amore, una devozione grande al Ss. Sacramento, che formerà sempre l'oggetto più caro dei miei affetti, dei miei pensieri, insomma di tutta la mia vita...  io debbo ripetermi quel desiderio che sento, che mi agita, di non vivere che per Gesù. Sarà mia somma cura fare la visita quotidiana al Ss. Sacramento con fervore singolarissimo. Al Ss. Sacramento e al Sacro Cuore di Gesù io devo tutto: sarò dunque un'anima innamorata del Ss. Sacramento. La mia devozione al Ss. Sacramento e al Sacro Cuore deve trasfondersi in tutta la mia vita, nei pensieri, negli affetti, nelle operazioni, così che io non viva che per essa e in essa. Insisto molto sulla mia preparazione e sul ringraziamento alla santa messa. Conservo Gesù Eucaristia con me, ed è la mia gioia. Trovi egli sempre nella mia casa, nella mia vita, motivo di divina compiacenza.

 

 

Amare Dio con Papa Giovanni (4)

Vivere col Crocefisso

Diletti figli! L'immagine del Crocefisso, che abbiamo consegnata a ciascuno di voi, come suggello e viatico della vostra missione, vi ricorderà la via da percorrere per assicurare piena fecondità al vostro lavoro. Il Cristo confitto sul legno, annientato dal doloroso supplizio, tende le mani come per abbracciare tutti gli uomini. Egli vi insegnerà a qual prezzo si ottiene la salvezza del mondo. Egli è il modello e l'esempio da seguire: «a Lui arriva solo chi cammina ‑ sono ancora parole di S. Leone ‑ per il sentiero della sua pazienza e della sua umiltà. In tale cammino non manca la pena affannosa della fatica, né la nube della tristezza, né la procella della paura. Voi troverete le insidie dei cattivi, le persecuzioni degli infedeli, le minacce dei potenti, le offese dei superbi: tutte cose che il Signore delle virtù ed il Re della gloria ‑Dominus virtutum et Rex gloriae ‑ ha percorso nella figura della nostra infermità ... proprio perché, fra i pericoli della vita presente, non desideriamo di scansarli con la fuga, ma piuttosto di superarli con la pazienza» (Serm. 67, 6; PL 54, 371‑2). Non riponete fiducia in altre astuzie o sussidi di umana ispirazione.

 

 

Amare Dio con Papa Giovanni (3)

Pregare per tutti
Tutti gli uomini che sono sulla terra portano in sé la immagine di Dio; costarono a lui immensi dolori. Eppure tanti non amano Dio, non lo servono, anzi lo calpestano, e moltissimi non lo conoscono nemmeno.
Ecco il pensiero che mi deve eccitare a compassione delle anime loro e mi deve accendere nel cuore il desiderio vivo di salvare anch'esse, e, se non altro, di pregare per loro; il considerare come per esse inutile è il sangue di Cristo, anzi si converte in motivo di terribile condanna.
Se tutti gli uomini rappresentano Dio, perché non li amerò tutti, perché li disprezzerò, perché non sarò con essi rispettoso? Questo è il riflesso che mi deve rattenere dall'offendere i miei fratelli in qualunque modo; ricordarmi che tutti sono immagine di Dio (Gn 1,21), e forse l'anima loro è più bella e più cara al Signore che non la mia. 
Esercizi febbraio 1900. GdA n. 184. Pag. 139

 

 

Amare Dio con Papa Giovanni (2)

Delle virtù dei santi io devo prendere la sostanza e non gli accidenti. lo non sono san Luigi, né devo santificarmi proprio come ha fatto lui, ma come si comporta il mio essere diverso, il mio carattere, le mie differenti condizioni. Non devo essere la riproduzione magra e stecchita di un tipo magari perfettissimo. Dio vuole che, seguendo gli esempi dei santi, ne assorbiamo il succo vitale della virtù, convertendolo nel nostro sangue ed adattandolo alle nostre singole attitudini e speciali circostanze. San Luigi, se fosse quello che io sono, si santificherebbe in un modo diverso da quello che ha seguito.

 

 

Amare Dio con Papa Giovanni

E' bello sentire Papa Giovanni che ci accompagna e ci insegna come lui ha vissuto. Egli scriveva:

"La vita mia è un continuo sacrificio. Non sono io più che vive, è Gesù che vive in me (Gal 2,20). San Paolo poteva usarle queste espressioni perché la sua grande anima, il suo cuore generoso ardeva perennemente della carità verso Dio e gli uomini. lo non ho che dei buoni desideri ai quali mal corrispondono i fatti.

Signore, dammi grazia che io ti possa mostrare con l'opera che ti voglio veramente bene. Non mi diffondo più in parole: sono un povero pezzente, come mi dice sempre il mio padre spirituale, stendo la mano e domando pietosamente: Signore Gesù che sei ricco e buono, fammi l'elemosina".

 

 

Il primo natale di Papa Giovanni

A mezzodì, dopo la celebrazione della Messa in San Pietro, Papa Giovanni benedice la città e il mondo  ( Urbi et Orbi ) e dopo una sosta all'ospedale S. Spirito, alle 13,20 visita il complesso pediatrico, il Bambin Gesù, e nel pomerggio, davanti al presepio, è coi mutilitatini di Don Gnocchi e di don Orione. Nel diario scrive : "Due ore di gaudio spirituale e, penso, di generale commossa edificazione". Il giorno di Santo Stefano alle 8,05 entra nel carcere Regina Coeli. Emozionato, alza gli occhi inumiditi da impercettibili lacrime sulle inferriate di quattro piani. Esplode un applauso interminabile. Si toglie lo zucchetto bianco... in segno di saluto gioioso. " Miei cari figlioli, miei cari fratelli, siamo nella casa del Padre anche qui. Siete contenti che sia venuto?".... "Sapevo che mi volevate e anch'io vi volevo. Per questo, eccomi qui. A dirvi il cuore che ci metto, parlandovi, non ci riuscirei, ma che altro linguaggio volete che vi parli il Papa?  Io metto i miei occhi nei vostri occhi : ma no, perché piangete? Siete contenti che io sia qui.  Il Papa è venuto, eccomi a voi. Penso con voi ai vostri bambini che sono la vostra poesia e la vostra tristezza, alle vostre mogli, alle vostre sorelle, alle vostre mamme". Si fa fotografare con loro. Un uomo si stacca dal gruppo dei reclusi, lo guarda con occhi arrossati dal pianto e cadendogli ai piedi, gli chiede : "Le parole di speranza che lei ha pronunciato valgono anche per me?"  Roncalli non risponde. Si china sull'uomo, lo solleva, lo abbraccia, lo tiene a lungo stretto a sé. Saputo poi che trecento, chiusi nelle celle di rigore, non avevano potuto vederlo, manda a tutti un'immagine con l'assicurazione che non dimenticherà i suoi "figli invisibili". Al termine dell'incontro  con i detenuti, un'ultima raccomandazione : " Scrivete a casa, raccontate alle vostre madri e alle vostre mogli che il Papa è veuto a trovarvi ".(Marco Roncalli)

Un giornale scrisse : "La manifestazione dell'incontro del Papa ha fatto tremare i muri di Regina Coeli".

 

 

A Papa Giovanni

Nei locali dei ricordi, degli ex-voto e dei fiocchi, si possono leggere ringraziamenti, preghiere e saluti affettuosi a Papa Giovanni. Il ringraziamento poetico di A. P. di Sulmona è il racconto di un dono ricevuto e la testimonianza simile a quella di tanti pellegrini che entrando nella Casa Natale del Papa, la trovano piena di lui e vi risentono la sua ricchezza interiore, il suo sorriso, la figura dolce e cara e ... coraggio e fiducia. E' la compagnia dei Santi che ci trasmettono i doni di Dio nel pellegrinaggio della nostra esistenza verso il Paradiso.

Caro Papa Giovanni, ero stanca, preoccupata, avvilita. Mi son trovata in mano la tua immagine... a te ho affidato con le mie preghiere, tutti i miei affanni. Ero stata operata due volte, ma la mia ferita non si era mai guarita. Una notte, dopo averti a lungo pregato, ti ho sognato e ti ho parlato, e il mio voto di recarmi a Sotto il Monte ti ho confermato. Dopo pochi giorni con grande felicità, la mia ferita, che tanto male mi faceva, non sanguinava più.... e il tessuto era tornato sano e asciutto. Ho continuato a controllare ogni giorno quella parte malata, ma ogni sua traccia era sparita e ho continuato a star bene. Per ringraziarti, a Sotto il Monte sono venuta, e ho visto ogni cosa che nel sogno avevo veduto. La tua casa è ripiena di Te... Ogni angolo, ogni metro quadrato, dentro e fuori, denuncia la tua presenza, la tua ricchezza interiore, il tuo sorriso affabile, la tua figura dolce e cara ispirano coraggio e fiducia. Grazie, Papa Giovanni, del dono che per Te da Dio ho ricevuto. Questo mio ringraziamento poetico vuore rappresentare un bellissimo fiore che ti dono con tutto il cuore. A. P. (Sulmona)

 

 

Abbiamo il Papa : Angelo Roncalli

A Sotto il Monte la notizia arriva attraverso la radio e i due televisori pubblici nei bar. Appena il cardinale Canali ha pronunciato la parola Angelum, tutti sono esplosi in un grido altissimo : Roncalli ! Roncalli!  Il fratello più giovane ha testimoniato al processo di beatificazione: "Ero a tavola con la famiglia. All'annuncio versai due lacrime di commozione e poi cominciò subito a venire gente a rallegrarsi e soprattutto giornalisti".  Sotto il Monte era improvvisamente diventato il centro del mondo. Grappoli di giornalisti da tutto il mondo... che durante l'attesa delle fumate erano rimasti nascosti, ora saltavano fuori da tutte le parti. Avevano avuto buon fiuto a scegliere l'Isola... a puntare i loro sguardi su Sotto il Monte, quel paese ... segnato piccolo sulle carte geografiche.  Immensa gioia delle persone  che avevano vissuto per anni e anni col futuro Papa senza saperlo, con lui avevano parlato, gioito, giocato, scherzato. Compaesani del papa, conpaesani del più importante Cittadino del Mondo, compaesani del Vicario di Gesù Cristo in terra! Si stringevano attorno ai fratelli del Pontefice, agli umilissimi Saverio, Alfredo e Giuseppe... fulminati... e in lacrime... e attorno i giornalisti, i nipoti, i pronipoti. Tutti poi si sono diretti verso la chiesa, hanno intonato il Te Deum. La chiesa era affollatissima, tutta Sotto il Monte era presente all'appuntamento, il richiamo era stato tacito, e prepotente e totale. Mancavano solo i malati e gli operai che presto sarebbero comunque tornati in paese... Scendevano dalle corriere ed abbracciavano i parenti, gli amici... La luna era intanto apparsa... La notte più celebre della lunga ma umile storia di questo paesello... Le parole si erano smorzate... si sentiva ripetere : "Non lo rivedremo più a Sotto il Monte".  Molti, nella notte, hanno pianto. (Marco Roncalli)

 

 

Il Valdese Paolo Ricca e Papa Giovanni

E' interessante conoscere quanto e come si guarda la Chiesa al di fuori. Sentire un linguaggio diverso, a volte scostante.  Ma in alcuni c'è anche del legame di stima e di simpatia.

Sempre nell'incontro di Sotto il Monte, 25 anni dalla morte di Papa Giovanni, il Valdese Pastore Paolo Ricca diceva : "Papa Giovanni ha sorpreso anche i Protestanti. E' il primo papa che ci ha obbligato a parlar bene di un papa. I valdesi  medievali collocavano la loro critica al papato nel quadro della loro obiezione di fondo alla 'chiesa costantiniana': il papa è, appunto, successore di Costantino, non di Pietro! E' la struttura che trasferisce nella chiesa di Cristo lo spirito imperiale e la mentalità che ne deriva, è la struttura che più di ogni altra illustra la 'costantinalizzazione' della chiesa. Il problema non è personale ma strutturale. Non è facile parlar bene di un papa che se lo merita, ma in questo caso non è difficile, pensando alla persona. Quali sono dunque i tratti salienti di Papa Giovanni? Vi vedo una lezione di libertà, di libertà creativa - umanamente ed evangelicamente creativa. Tralascio ... 'la vita di corte' che fino a lui fioriva in Vaticano, con i suoi rituali sontuosi, i suoi cerimoniali barocchi, la sua ormai quasi patetica retorica delle forme.

Libero nei confronti della tradizione

Tipico e programmatico a questo proposito è il celebre passo del discorso inaugurale del Vaticano II in cui si distingue tra la sostanza della dottrina e il suo rivestimento letterario.

            "Una cosa è infatti il «depositum Fidei», cioè le verità contenute nella nostra veneranda       dottrina, e un'altra è il modo col quale esse sono enunciate, sempre però conservando lo          stesso senso e .la stessa sentenza. È proprio a questo modo che si deve dare grande       importanza, lavorando con pazienza, se necessario, nella sua elaborazione vale a dire                  bisognerà trovare quelle forme espositive che più si adattano al magistero, la cui indole è          soprattutto pastorale".( n. 15 )

Questo era ed è una vera e propria rivoluzione culturale, tanto più se si pensa che il suo predecesore Pio XII, nella Humani generis(1950),  aveva messo in guardia  contro ciò che Giovanni XXIII raccomanda, cioè una chiara distinzione tra verità e formulazione della fede. Papa Giovanni non sacrifica il passato al presente, ma fa servire il passato al presente. Ciò significa la fine dell'immobilismo, l'invito alla Chiesa cattolica a fare un 'balzo in avanti' ... incamminarsi  come Abramo  verso l'ignoto.

Libero nei confronti degli altri

'Papa delle sorprese', ha trasformato lo spazio della Chiesa cattolica da sacrestia in crocevia. Un luogo in cui il non-cattolico, sia egli cristiano o meno, è benvenuto senza dover fare il non-cattolico pentito - un luogo in cui il diverso è accettato e onorato nella sua diversità. Un ecumenismo non di formule ma di atteggiamento, il desiderio di co-esistere, di con-dividere, il desiderio di fare della diversità non una ragione di separazione ma un'occasione di arricchimento. Questa apertura verso il diverso, che segna la fine della paura dell'altro proprio perché l'altro non è più demonizzato, ha due implcazioni di grande portata:

 1. La Chiesa cattolica pur continuando ad affermare se stessa e la sua centralità, diventa da esclusiva inclusiva, da scomunicante invitante. Se c'è posto per me, c'è posto anche per te, non continuiamo a vivere vite parallele, cerchiamo di essere "uomini con" anziché "umini contro". Giovanni XXIII aveva una umanità intesa come invito all'altro, all'incontro, al dialogo, alla compresenza.

2. L'altro non è il diverso da uniformare, "normalizzare", omologare, ma è anzitutto un testimone di una alterità che ha qualcosa a che fare con l'alterità di Dio stesso, è un muto testimone del fatto che il mio universo e quello di Dio non coincidono, quello di Dio è più grande. Questo comporta un nuovo rapporto con la verità : non possesso acquisito... e più ricerca comune, non qualcosa da insegnare all'altro, ma qualcosa da imparare con l'altro.

Libero nei confronti dei poveri

Libertà intimamente evangelica di riqualificare  la Chiesa  come "chiesa dei poveri". Nel suo radiomessaggio dell'11 settembre 1962 : "Altro punto luminoso del Concilio. In faccia ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta quale è e vuol essere, come la Chiesa di tutti noi, e particolarmente la Chiesa dei poveri" (n. 6). Libertà nella descrizione dei "segni dei tempi" della Pacem in terris: "ascesa economico-sociale  delle classi lavorarici", "l'ingresso della donna nella vita pubblica", superamento della divisione dei popoli in "dominatori" e "dominati" e la creazione di una comunità mondiale di popoli indipendenti.

Libertà profondamente radicata nel vangelo e come tale un seme che porterà frutto e darà alla Chiesa un volto nuovo, una nuova fisionomia e le consentirà di scrivere una nuova storia".

 

 

La pace secondo Papa Giovanni

Nel convegno di Sotto il Monte, 25 anni dopo la morte di Papa Giovanni, Raniero La Valle diceva : "La Pacem in terris è in realtà un documento che sta nel nostro futuro, che viene dal futuro, sta davanti a noi, non sta dietro di noi. E' tanto quello che apre.

Il mondo oggi è certamente molto diverso da come era quando apparve l'enciclica.  C'è stato il 68... c'è stato il Vietnam... c'è stato il processo di decolonizzazione, ... e l'esplodere della Chiesa in America Latina. Ci sono state tre guerre in Medio Oriente.  Poi la questione ecologica, la straordinaria svolta nell'Unione Sovietica e l'irrompere del tema della non violenza nel cuore del rapporto violento tra i  sistemi politici e tra le nazioni. Tutto questo  non solo come pia aspirazione idealistica ma come progetto politico.

Anche il papato , dopo papa Giovanni, non è più come prima; esso è stato riportato dentro la Chiesa e oggi, forse per questo, possiamo guardare al papa anche con una certa affettuosa indulgenza perché il tasso di nocività dell'aspetto autoritario e di potere è enormemente diminuito.

Il mondo è molto cambiato, ma il magistero di Papa Giovanni e La Pacem in Terris appaiono ancora attuali, contempoarenei, dirompenti. E' cambiata la nostra percezione del mondo, ancora severa e tragica, ma nello stsso tempo più suscettibile di speranza.  Tutti i rapporti economici, politici, internazionali, sono oggi rapporti di dominio, nel sistema del capitalismo, del socialismo... un dominio  radicale che aggredisce la stessa vita quotidiana dell'uomo e della donna. La donna cerca di liberarsi. E' nella condizione del lavoro, alienato. La condizione di dipendenza dell'uomo dalle cose e dal prodotto è sempre più stringente, per cui si perde  il soggetto che produce perchè ciò che domina è l'oggetto; c'è il domi no della cosa sull'uomo, che produce la perdita della soggettività del lavoratore, ma anche di qualunque uomo e donna che fa parte di questo sistema che è tutto finalizzato alla cosa al prodotto e perciò al denaro che la misura. Il problema della pace non è più la questione diplomatica del rapporto tra i grandi,  ma di prendere in mano di nuovo un progetto di società che riesca a svellere questa sua radice e questo suo fondamento di dominio. Passare dal produrre... per produrre,  al mantenimento della nobiltà  umana dell' aspetto contemplativo della vita, fare appello  di nuovo a una esplicita irruzione religiosa.

Nella Pacem in terris, il Papa legge i segni dei tempi nella nuova condizione dei lavoratori, della donna, dei popoli nuovi, e non solo segni di un cambiamento sociale, ma segni di liberazione dal dominio.

I lavoratori rivendicano di essere considerati come soggetti, non dominati.

La donna entra nella vita pubblica, non solo in situazione di parità e non come ogetto e  strumento. Entra  come persona  nella vita domestica e nella vita pubblica. Diversa dall'uomo, ma persona, soggetto.

I popoli partecipano al banchetto del benessere e non accettano un potere dall'esterno. Scompare il complesso di inferiorità, si formano comunità indipendenti e autonome nella propria dignità. Non più popoli dominatori e popoli dominati. Si tratta di porre a livello mondiale il problema del bene comune. Dignità che va rispettata per ogni popolo, indipendentemente dalla sua forza, potenza, ricchezza e  dalle sue armi. Tutti tre segni di liberazione dal dominio.

Anche la Chiesa non più egemone. Non vive un domino, non è interlocutore con chi ha il potere, al modo del potere. La vocazione al servizio diventa sempre più vissuta.

Pacem in terris, enciclica laica che vede l'azione dello Spirito santo nella storia, nel mondo, negli uomini sulla terra, senza mediazioni sacrali, istituzionali, dato in dono. Papa Giovanni dice che la pace è una cosa ragionevole, della ragione, mentre la guerra  sta ormai  fuori della ragione, fuori dell'umanità.

C'è stato l'avvio del  disarmo e su tutte le armi viene gettato un marchio di illegittimità.

Ner discorso di apertura del Concilio, Papa Giovanni disse : "Stiamo andando verso un nuovo ordine di rapporti umani , che per opera degli uomini  ma per lo più oltre la loro stessa aspettativa si volge verso disegni superiori e inattesi". Aveva visto lontano... nella natura, nella storia, nel disegno di Dio, nella presenza dello Spirito nel cuore degli uomin i anche al di là della loro consapevolezza e della loro volontà.

Superando la dottrina della guerra giusta, apre al tentativo di ripensare la dottrina, di introdurre nella dottrina le novità, gli sconvolgimenti che sono prodotti dalla storia degli uomini. Nuovi spazi si aprono, nuove convergenze sono possibili. L'incontro tra uomini diversi, tra tradizioni  diverse è rimettere in  gioco il pensiero".

 

 

Pietro Ingrao e Papa Giovanni

25 anni dopo la morte del Papa Roncalli a Sotto il Monte si tenne un convegno che non fu, come scrisse Turoldo, "una semplice celebrazione ma l'approfondimento della constatazione che Giovanni XXIII continua ad essere vivo più di quanto non si pensa". Vi parteciparono esperti di gande valore uniti attorno a una grande tavola di credenti e di non credenti per la costruzione di un'unica umanità.

Ingrao, comunista, volle semplicemente presentare una testimonianza  " da un'altra sponda", "di uno che è al di fuori della chiesa e delle chiese"  e ascoltando gli altri relatori non si trattenne dal dire: "Dobbiamo dirci: o stiamo facendo una commemorazione o stiamo parlando di qualcosa che ci preme e allora la domanda : che ne è del messaggio di Giovanni XXIII oggi, a che punto siamo? Qui dobbiamo essere crudi e dobbiamo anche essere molto duri con noi stessi". Credo che anche per questo Turoldo vide nel convegno una universale interpretazione dell'apparizione di papa Giovanni nella nostra storia quale segno di tempi nuovi.

Consiglio di leggere il numero 59/60 del quaderno di spiritualità Servitium dal quale ho colto varie testimonianze e ora alcune parti di quella di Pietro Ingrao.

 Giovanni XXIII ha affermato la correlazione delle diversità, i nessi delle diversità. Dialogo significativo e pregnante con le altre chiese e culture cristiane  o anche con culture religiose non cristiane. Il mondo non cristiano non lo riteneva chiuso, ma in movimento, nelle sue potenzialità.

Ha riconosciuto non solo un comune destino, ma la necessità di una comunicazione in qualche modo essenziale, non solo dal punto di vista etico ma anche dal punto di vista istituzionale.

Era incominciata un'era nuova: non solo la pace diveniva indivisibile, ma la nozione di guerra giusta diventava impraticabile e inaccettabile. Nuova regolazione dei rapporti, ormai non solo di scala nazionale, ma addirittura su scala planetaria che abbandoni, come vuole la Pacem in terris, lo strumento della forza, della morte e quindi del dominio. Assumere la "non violenza" come condizione, mezzo, strumento necessario per risolvere il conflitto, e mutare quindi tutto un ordine di concezioni sul conflitto in questo pianeta. Si apriva alora la vera, grande questione che ci sta dinnanzi : quella della pace non solo come "non guerra", ma come riconoscimento dell'altro, come coscienza di mondi plurali...  Una pace anche con la natura...

E che cos'è questo messaggio che ci viene dai miliardi di persone del terzo mondo se non la segnalazione di un bivio che ormai è sempre più dinnanzi a noi e a cui non possiamo sottrarci. O noi cambiamo modello di sviluppo...  oppure dobbiamo scontare un fatto già in atto... la tracimazione, il tracimare di questa gente del Sud e che ormai scavalca i confini... e che entra nel nostro mondo...

Papa Giovanni nella sua iniziativa di aver rotto barriere secolari, aperto strade, accolto... sta dentro una visione ormai planetaria e fa i conti con la modernità... questo ha detto a me non credente e  ha segnato la crescita di un'altra cultura e di un'altra lotta.

Vedo e ammiro l'ottimismo di Papa Giovanni come dono della Grazia, come lettura del tempo, ma sento anche tutto il peso delle capitolazioni che sono seguite e che noi ci dobbiamo confessare. Siamo qui a discutere di lui : Ma l'abbiamo veramente capito? O l'abbiamo messo in soffitta? Quanto è vivo?

L'umiltà dell'uomo... del papa...la sento contro l'arroganza. Vi sento la necessità di riconocsrsi insieme in un cammino, credenti e non credenti.

 

 

L'età secolare

Il secolarismo porta ad un allontanamento delle sfere di potere (legislativoesecutivo,giudiziario) tra loro, ma soprattutto all'allontanamento della sfera religiosa dalla sfera politica e, di conseguenza, alla visione della religione come una cosa privata e non più pubblica; ciò dovrebbe avere come principale effetto (e obiettivo) il rispetto per tutte le religioni, ma anche la perdita di importanza di essa nella vita e nelle opinioni non prettamente riferite alla religione. Questa semplice definizione ( di Wikipedia)introduce semplicemente al desiderio di capire il profondo cambiamento e arricchimento di mentalità avvenuto in Papa Roncalli e come oggi il suo insegnamento sia attuale.

Zizola scrive che Papa Giovanni tornava volentieri al mondo della sua campagna bergamasca, esaltandone la fedeltà religiosa, l'attaccamento alla famiglia, la sobrietà, il senso della vita e della natura, la forza morale...  Tuttavia non si limitava ad una sterile lode del tempo passato. Coglieva la positività dell'evoluzione storica... come la socializzazione, la dignità della donna, l'emergere graduale di una migliore intelligenza dell'unità del genere umano e della insostituibile dignità della persona umana. Era contro i 'profeti di sventura'  che non vedevano che rovine nel mutamento di civiltà e sapeva vedere la positività dell'età presente. Invitava l'intera chiesa romana a convincersi  che per annunciare il messaggio evangelico era indispensabile una riforma e che il vangelo doveva essere annunciato nella lingua dei contemporanei, lingua della secolarità.

Già nel 1935 Roncalli scriveva da Istambul : "Io certo mi rattristo davanti al lento ma fatale cadere di molte cose che erano la bardatura del cattolicesimo e del nazionalismo d'altri tempi (...) Io non cesso però di guardare alto e lontano. E' interessante la sua reazione alle leggi laicizzanti di Ataturk, che imponevano fra l'altro l'abito civile agli ecclesiastici : "Che importa che noi portiamo sottana o pantaloni? Purché possiamo annunciare la parola di Dio". Era disponibile  a cogliere alcuni aspetti positivi della crisi del sacro, la quale avrebbe sì travolto le forme teocratiche  sedimentatesi sul cristianesimo ma con effetto tutto sommato purificatore e rigeneratore. Assunse decisamente l'opzione per una nuva funzione del cristianesimo, che non può essere quella di fondare la città ma di ispirarla, facendo leva piuttosto sui valori interiori e sulla forza intrinseca del messaggio evangelico. Così Papa Giovanni chiede alla Chiesa di dire con San Pietro : "Non ho né oro né argento ma quello che ho te lo dono : nel nome di Gesù Cristo di Nazareth, lèvati e cammina (Atti 3,5 )". (Alberigo)

"Il mondo per Papa Giovanni per Papa Giovanni non è più solo il destinatario di messaggi risolutivi, ma amato per ciò che è, riconosciuto nella sua autonomia, nella sua capacità di valori, coi segni - che la Chiesa sa discernere - per manifestarsi e costruirsi nel tempo "essendo lo sviluppo della civiltà umana e la logica stessa dell'Incarnazione". ( Chenu )

Bisogna ammettere che questa proposta è ben lungi, ancor oggi, dall' essere accettata, malgrado gli sforzi intrapresi dopo Giovanni dalla Chiesa di Paolo VI. Ci furono e persistono vari tentativi : di serrare le fila, di vedere un mondo nemico, paura di aperture, e paura di scontri, di vedere minacce... di vedere 'protestantesimo' dove arde il fervore di una fede viva e più esigente.

"Ciò che si vuol conservare è quello che si perde come occasione non solo per costruire il nuovo ma anche per usare in modo adeguato l'antico". (Giovanni Michelucci )

 

 

La cultura nemica

Ancora da Giancarlo Zizola, della cartolina precedente, leggiamo come Papa Roncalli si comportava con le persone, definite dal giornalista appartenenti alla cultura nemica, come se la vita della Chiesa fosse una guerra contro avversari. Molto presto Roncalli conobbe le figure classiche dell'avversario religioso : anzitutto, il 'modernista'della chiesa di Pio X. Vediamo il giovane prete bergamasco arretrare, non situarsi, reagire con disgusto istintivo, nel confronto condotto nei modi del fondamentalismo e della violenza. In un momento di piena bufera antimodernistica, nel 1911, Roncalli scrisse : "Se si doveva dire la verità, non comprendevo perché la si doveva accompagnare coi fulmini e con le saette del Sinai, piuttosto che con la calma e la serenità di Gesù, nel lago e nella montagna. Troppa la repugnanza fra quel modo di fare e il mio carattere".

In Bulgaria, Roncalli,  rappresentante della Santa Sede, incontra  quelli che erano definiti nemici storici della chiesa romana, eretici, sotto forma di ortodossi. Da quel momento si precisa in lui il principio che regolerà l'intera sua esistenza: "La Chiesa ha molti nemici, ma non è nemica di nessuno". Allora supera le prudenze diplomatiche e le riluttanze dei dirigenti della Santa Sede, con iniziative di aperture verso le chiese ortodosse, in anticipo sui tempi. Partendo da Sofia nel 1933, dichiara di voler accogliere chi un giorno busserà alla sua porta : "Non ti domanderò se sei cattolico o no, fratello di Bulgaria. Basta, entra. Due braccia aperte ti accoglieranno, un cuore caldo di amico ti farà festa. Perché tale è la carità del Signore".

Durante il tempo di guerra fredda, a un prete che proponeva al nunzio Roncalli di benedire l'opera della "Crociata della pace", subito rispose  dicendo : "Non pronunciare mai questa parola davanti a me! Vengo da Costantinopoli e so che il solo ricordo delle crociate basta a dividere i cristiani".

 Già a Parigi aveva pensato al nucleo principale dell'Enciclica Pacem in Terris : "Esistono certi principi elementari di carattere morale e religioso che costituiscono il patrimonio primordiale di tutti i popoli e sul quale si suppone un'intesa per la giustizia e per la pace. Per tutte le anime di buona fede è il sentimento della fraternità che brilla sul volto di ogni uomo come un riflesso del volto di Dio".

Continua Zizola : "Su quel solco, Roncalli continua a operare anche da papa, malgrado la corposità istituzionale di cui si riveste la cultura dell'avversario al centro della chiesa romana. Il Papa comincia a smantellarla subito: Il primo segno concreto del nuovo indirizzo fu la visita al carcere di Regina Coeli... Giovanni sovverte i meccanismi sacrali dell'immunità, che tanta parte hanno nel processo dell'esclusione e della repressione della devianza sociale, e li sconvolge con un semplice principio alternativo, quello dell'inclusione , anzi dell'identità". Il Papa disse : "Siamo nella casa del Padre, anche qui.... Eccomi ...ho messo il mio cuore vicino al vostro... eccomi a voi, e penso con voi ai vostri bambini, che sono la vostra poesia e la vostra tristezza, alle vostre mogli e alle vostre sorelle, alle mamme (...)".                                        (In questo, Papa Roncalli e Papa Francesco sembrano andare d'accordo).

"Il metodo è di seguire le regole della non-violenza gandhiana: Giovanni evita di contrapporre un sapere a un altro sapere, una teologia a un'altra teologia, una corrente di chiesa a una corrente diversa. Preferisce uscire dall'antagonismo, non per la vittoria sull'avversario ma per sottrazione dell'inimicizia".  Durante i primi passi del Concilio, i giornalisti si attendevano lo scontro del Papa col cardinale Ottaviani che voleva il 'veto' della chiesa all'apertura a sinistra, altro terreno scottante durante il pontificato di Papa Roncalli. Non sapevano quanto il papa aveva fatto. Lo riferì  il postulatore della causa di beatificazione del papa, dopo aver ascoltato il cardinale stesso. Papa Giovanni, un giorno, si curva un poco verso il cardinale e gli dice : "Eminenza, le nostre teste possono anche avere pensieri diversi. Ma il nostro cuore è sempre vicino".

Rada Frusceva, figlia di Kruscev raccontò della visita al Papa con suo padre: "Egli si era comportato paternamente... Aveva creato un'atmosfera tale  per cui tutte quelle cose che potevano essere motivo di impaccio per noi, non sono accadute".  

L'enciclica Pacem in terris aperse un nuovo stile di dialogo tra i popoli.  Mikhail Gorbaciov nella Perestroika concordava col messaggio del Papa nella Pacem in terris che "si  doveva trascendere le gabbie ideologiche della storia".  Era persuaso che "siamo tutti passeggeri di una stessa nave e che non possiamo permetterci di fare maufragio".

Tutti volgevano lo sguardo verso il vecchio Papa contadino, aderente alla terra, alle radici, alla natura, che credeva che la Provvidenza stava conducendo il mondo "ad un nuovo ordine di rapporti umani" fondato sull'unità del genere umano, e insisteva  sull'apertura di ogni comunità politica alla solidarietà su scala mondiale per scongiurare il conflitto nucleare e realizzare una equa distribuzione delle risorse.

 

 

L'autorità papale di Papa Giovanni

Il vaticanista Giancarlo Zizola nel  quaderno di spiritualità Servitium 59/60, dopo 25 anni dalla morte di Papa Giovanni, prende in esame tre aspetti che gli appaiono particolarmente eloquenti per identificare la sostanza del papato giovanneo, gli aspetti permanenti della sua azione, quelli che lo rendono nostro contemporaneo spirituale : - Giovanni e l'autorità papale - Giovanni e la cultura nemica - Giovanni e l'età secolare.

Giovanni e l'autorità papale

Lo studio di Zizola è esteso e merita di essere letto tutto e bene perché vi si trovano notizie interessanti che non sono conosciute. Per il mio stile di "cartoline"  ne colgo alcune parti e non tutte semplici. Se qualcuno mi scrivesse, mi sarebbe di aiuto.

Jasper dice che l'autorità papale è " L'ostacolo del Cristianesimo, la pietra di inciampo per molti cristiani. E' però un fatto che la figura del Papa non apparve più così impervia per la fede cristiana quando il Papa divenne Giovanni. Al contrario, essa apparve quella di un cristiano capace di incoraggiare, confortare purificare la fede dei fratelli e suscitare la speranza di molti uomini e molte donne".

Papa Giovanni confidò a Daniel Rops come ha vissuto la sua prima notte di Pontefice : "Era pesante... Ma il Signore lo voleva. Geremia disse a Dio: - Tu mi hai voluto... sei stato il più forte... mi sono sottomesso -"

Fin dall'inizio Papa Giovanni accolse tutto come minorità e sottomissione dentro l'obbedienza. Anche nei dieci anni vissuti in Oriente, in quelle che chiamava "tribolazioni", impostegli dai dirigenti romani, intuiva il carattere discendente necessario ad ogni potere nella Chiesa.

Ma è forse nel discorso per l'incoronazione che si vede la sua minorità. A chi lo vuole 'uomo di stato, diplomatico, scienziato...', dice : "papa dicitur quasi amabilis pater... il papa sarà il pastore buono, pronto a a dare la sua vita per le sue pecore e guidare innanzi il suo gregge... il nuovo papa vi dice come Giuseppe  dell'Antico testamento : "Sono io, il vostro fratello Giuseppe". Papa Padre e fratello.

Nessun papa prima di Giovanni ha conosciuto una popolarità più vasta e universale della sua (Verucci). Il culmine fu raggiunto alla sua morte che suscitò un compianto generale in tutto il mondo.

All'interno della istituzione egli portò una alta tensione spirituale, assoggettando ad essa la propria autorità nel senso di un primato spirituale e non politico. Ciò lo dichiarò nel famoso discorso della luna : "La mia persona conta niente. E' un fratello che parla a voi, divenuto padre per la volontà del Signore. Ma tutto insieme, paternità e fraternità, è grazia di Dio". Autorevole come padre e fratello, immagine viva della Trinità.

In realtà, è stato questo il papato delle maggiori e più impegnative scelte della Chiesa in questo secolo. Il "papa buono" appare capace di interventi anche severi per ridimensionare certi uomini che facevano il bello e cattivo tempo della Chiesa, quando si trattava di salvaguardare valori supremi di verità e di giustizia. La sua sottomissione era a Dio, non agli uomini.

Dove trovava la forza?  "Chi ha fede non trema, non precipita gli eventi, non sgomenta il prossimo... Noi fermamente crediamo all'azione di Dio nella coscienza dei singoli, alla sua presenza nella storia. Noi crediamo al suo amore". Egli non appare inquieto. L'indebolimento materiale della Chiesa, la perdita dei suoi mezzi di influenza,  gli  appare persino un varco per il suo rafforzamento spirituale, dunque per la sua fedeltà. Dalla sua vita di Papa le conseguenze sono notevoli:

1. Scopo della Chiesa non può essere la Chiesa. Il Papa ha il primato ma non sopra la Chiesa, piuttosto nella Chiesa. Il primato va collocato nella comunione della Chiesa.

2. Il Papa non può essere un superman. Il suo compito non può sostituire quello dei vescovi, né quello di un supervescovo. Il modello discendente del papato romano comporta una rimisurazione  delle sue funzioni istituzionali.

3. I segni dei tempi dicono un indebolimento dell'idea che il progresso è assicurato mediante arricchimenti materiali, accrescimenti, sempre maggiori quantità di sapere, di avere e di potere. Il modello di Giovanni si ripropone a incoraggiamento e a correzione della Chiesa contemporanea, affinché possa "offrirsi alle ispirazioni con le umiliazioni" come diceva Pascal.

 

 

Tu padre del mondo

In una poesia, Turoldo chiama Papa Giovanni 'Padre del mondo', e ricorda che aveva definito 'appena un'aurora', 'un grande giorno per tutta l'umanità', il Concilio, il nascente ecumenismo e  il risvegliarsi dei popoli poveri.

Papa Giovanni, tu padre del mondo, uomo

della pace per tutte le terre: così

hai scritto: a rispetto di tutte le fedi

e razze e culture: "in terris", quale

necessaria e libera armonia

per tutto l'universo: tu

che hai creduto alla Ragione

perciò hai bollato di follia la guerra:

Papa Giovanni, tu padre del mondo, uomo

che eri serenamente timorato del divino mistero

perciò non amavi i profeti di sventura

e dicevi di quale pace soave lo spirito

gode pur dentro la bufera: e tu per primo

lassù così in alto, finalmente hai distinto

l'errante dall'errore e perciò eri

amico di tutto l'universo umano,

e dicevi che verità antica

per nuova lingua si fa novela...

Papa Giovanni, tu padre del mondo,

che mai dalla terra hai tagliato le radici

mai rinnegata la origine tua

di uomo della terra:

i poveri sono ancora traditi e soli,

impedita anche da noi

la loro liberazione;

e fratelli continuano ancora

a morire di morte caina;

e il Grande Potere subito calpesta

appena germogli di speranza

accennano a fiorire: poiché nulla

di nuovo deve avvenire

e meno ancora se da Oriente!...

E intanto il mondo è di nuovo ferito e più

neppure alla porta del tempio attende:

Papa Giovanni, tu padre del mondo, uomo

de fede, ritorna...

ritorna almeno tu a dirci: "poiché

non ho né oro né argento...

io vi dico: alzatevi

e riprendete il cammino!..."

 

 

Quella sera

D. M. Turoldo ci ha lasciato alcune poesie su Papa Giovanni. Ne ho trovata una molto commovente nel quaderno di spiritualità SERVITIUM 59/60 che è una raccolta di studi sull'Eredità Spirituale di Papa Giovanni, pubblicato a venticinque anni dalla morte.

Turoldo, presentanto quegli studi, era convinto che Giovanni XXIII continuava a essere vivo più di quanto non si pensava e non solo vivo nella devozione popolare - segno di quanto il popolo ci tenga ai suoi santi...- ma vivo nella cultura e nella storia. E ricorda che il Papa, il giorno dell'apertura del Concilio, diceva che quanto stava avvenendo era "appena un'aurora".

Quella sera

Anche il sole tardava a morire quella sera

sostava una luce strana sulle case

e sopra le facce della gente, e dalle strade

saliva un silenzio ancora più strano:

solo dalla Grande Piazza - il palco ove

si affrontano Speranza e Delusione

da sempre - si spandeva nel'aria un murmure

un murmure da sottosuolo, sommesso :

un sospiro delle cose pareva

ancor prima di farsi umana coscienza,

voce fusa del mondo : quella sera

tutto il mondo si era fermato, la gente

era sulle porte, in silenzio,

solo con il capo qualcuno accennava

a quell'unica Cosa : nessuno

osava dire all'altro quanto

era impossibile dire, e tutti

piangevano di gioia e di dolore :

tutti improvvisamente orfani!

Forse solo alla tua morte, Francesco

tra le morti umane - così

la gente che sapeva, deve

aver cantato e pianto

come tutto il mondo e noi,quella sera! E subito

udito l'"Ite" della preghiera

posto per Caso divino a sigillo

della favolosa "Leggenda", oh quanti

per le vie si abbracciavano! Perfino

il fratello ateo (ma chi era

ateo, almeno quella sera!) e il musulmano

e l'ebreo e il fratello riformato

piangevano quella sera! Eil negro

e l'olivastro... Uno aveva appena

scritto : "sono buddista : Dio vi ama"!

Anche il bianco era un fratello quella sera...

E tutti a dire:

sì, il genere umano è uno

il mondo può essere uno

sì, ogni terra può essere in pace.

Tutti, quei giorni, a evocare le tue

parole di addio : "Figlioli

cercate ciò che vi unisce

e non quanto divide!" Dicevi

di offrir la tua vita per la pace:

"saremo sempre amici!", dicevi!

 

 

Il Papa del dialogo ecumenico e interreligioso

Il terzo messaggio che il Vescovo Mons Francesco Beschi ci invita a cogliere nella venuta di Papa Giovanni è la comprensione della sua ricca personalità di uomo del dialogo ecumenico e interreligioso, e quindi ad uscire oggi con Papa Giovanni e con Papa Francesco ad incontrare ogni uomo perché è Gesù.            Leggiamo nelGiornale dell'anima di Papa Giovanni: "La provvidenza mi trasse dal mio villaggio nativo e mi fece percorrere le vie del mondo in Oriente e in Occidente, accostandomi a genti di religioni e di ideologie diverse, in contatto con problemi sociali acuti e minacciosi e conservandomi la calma e l'equilibrio dell'indagine e dell'apprezzamento, sempre preoccupato, salva la fermezza ai principi del Credo cattolico e della morale, più di quello che unisce, che di quello che separa e suscita contrasti...".

Un religioso scrive dalla Turchia: " Roncalli continua a coltivare attivamente le relazioni amichevoli con i rappresentanti delle Chiese Ortodosse, come durante il suo soggiorno in Bulgaria. Egli con la sua affabilità e comprensione ha contribuito al riavvicinamento degli spiriti, dissipando molti pregiudizi che persistevano."                                                                                                                                 Il vescovo Roncalli, salutando i cattolici Bulgari, racconta la tradizione irlandese di mettere alla finestra delle case una candela accesa la notte di Natale, in ricordo di Giuseppe e Maria che cercano un alloggio,  e dice: "Ovunque io sia, anche in capo al mondo, se un bulgaro passerà davanti alla mia casa troverà sempre alla finestra una candela accesa. Potrà battere alla mia porta... sia cattolico o ortodosso,  e troverà nella mia casa la più calda e la più affettuosa ospitalità".                                                      

A Venezia cerca i contatti con i "Fratelli Separati",  partecipa ogni anno all'Ottavario di Preghiere per l'unità delle Chiese e afferma: "La strada dell'unione delle varie Confessioni cristiane è la carità così poco osservata dall'una e dall'altra parte".                                                                                  

Anche la sua preghiera diventa universale: "Apriamo il cuore e le braccia  a tutti coloro che sono separati da questa Sede apostolica.  Desideriamo ardentemente il loro ritorno nella casa del Padre comune".  Nel 1958 scrive a La Pira, sindaco di Firenze: "Da quando il Signore mi condusse sulle vie del mondo all'incontro con uomini e civiltà diverse da quella cristiana... ho ripartite le "ore" quotidiane del breviario così da abbracciare nella preghiera l'Oriente e l'Occidente..." 

Una settimana prima di morire, trova il tempo per affidare ai più stretti collaboratori - il cardinale Cicognani, monsignor Dell'Acqua, monsignor Capovilla...- le sue ultime raccomandazioni. Quasi un testamento spirituale. "Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l'uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della Chiesa cattolica... Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a conoscerlo meglio. Chi è vissuto più a lungo e s'è trovato agli inizi del secolo in faccia ai compiti nuovi di un'attività sociale che investe tutto l'uomo; chi è stato, come io fui, vent'anni in Oriente, otto in Francia e ha potuto confrontare culture e tradizioni diverse, sa che è giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne l'opportunità e guardare lontano".

Oggi,  i missionari del Pime, accogliendo i pellegrini nella casa natale di Papa Giovanni, mantengono vivo il suo spirito missionario ed ecumenico che in realtà deve essere vivo in ogni cristiano.

 

 

Il Concilio con quanto ha portato alla Chiesa

Il secondo messaggio che il Vescovo Mons Francesco Beschi ci invita a cogliere nella venuta di Papa Giovanni è la comprensione del dono di Dio del Concilio che lo Spirito Santo suggerì a Papa Giovanni. "Il Concilio, scrive il Vescovo nell'Eco di Bergamo, con quanto ha portato alla Chiesa, non solo ci è stato consegnato, ma ci sprona ulteriormente nel cammino".  Papa Giovanni il giorno dell'apertura del concilio scrisse nel suo Giornale dell'anima: "Ringrazio il Signore che mi abbia fatto non indegno dell'onore di aprire in nome suo questo inizio di grandi grazie per la sua Chiesa".  E Giovanni Paolo II nel centenario della nascita di Papa Giovanni disse : "Egli è stato un grande dono di Dio perché ha fatto sentire viva la Chiesa e ha indicato le vie del rinnovamento della tradizione. Sapeva guardare al futuro con incrollabile speranza".

 Accogliere gli insegnamenti di Papa Giovanni significa arricchire la nostra conoscenza su tanti elementi della realtà della Chiesa a cui apparteniamo e di tanti aspetti della nostra vita cristiana da far crescere in fedeltà al Vangelo e dentro la Chiesa. Conoscenza e amore della Chiesa. La proposta del Concilio nacque in un uomo che aveva una grande conoscenza della storia della Chiesa e un forte e profondo senso ecclesiale. Papa Giovanni amava tanto la Chiesa. Così vedeva la sua passione nello studio: "L'unico mio fine nello studio sarà la maggior gloria di Dio, l'onore della Chiesa, la salute delle anime, e non il mio onore". E così ha condotto la sua vita sacerdotale e di pastore: "Voglio essere come quei buoni vecchi sacerdoti bergamaschi di una volta, la cui memoria vive in benedizione e che non vedevano e non volevano vedere più in là di quanto vedeva il Papa, i vescovi, il senso comune, lo spirito della Chiesa...".

Ed ecco il ricordo di una celebrazione: "Mi sovvengo che fra i sentimenti di cui il mio cuore riboccava, questo dominava su tutti, di un grande amore alla Chiesa, alla causa di Cristo, del Papa, di una dedizione totale dell'essere mio a servizio di Gesù e della Chiesa, di un proposito, di un sacro giuramento di fedeltà alla cattedra di San Pietro, di lavoro instancabile per le anime" . Della Chiesa ha sempre vissuto il senso della continua assistenza e protezione di Dio : "Devo ricordare sempre che la Chiesa contiene in sé la giovinezza eterna della verità e di Cristo, che è di tutti i tempi; ma che è la Chiesa che trasforma e salva i popoli e i tempi, non questi quella".

Il suo addio è come un ritornello del canto della sua vita : "Nell'ora dell'addio, o meglio dell'arrivederci, richiamo a tutti ciò che più conta nella vita : Gesù Cristo benedetto, la sua Santa Chiesa, il suo Vangelo e, nello spirito e nel Cuore di Gesù..., la verità e la bontà... mite e benigna, operosa e paziente, invitta e vittoriosa".

 

 

UOMO E PASTORE DI PACE

Il vescovo di Bergamo, mons. Beschi, annunciando la venuta di Papa Giovanni nella sua terra, invitava subito a cogliere i messaggi della sua vita di cristiano santo. La prima pagina di Vangelo vissuto da Papa Giovanni e poi testimoniata è quella di essere stato come Gesù, l'Agnello di Dio che dona la Pace. Lo dichiarò lui stesso :  "La Chiesa mi vuole vescovo per mandarmi in Bulgaria, ad esercitare, come Visitatore Apostolico, un ministero di pace". Papa Benedetto definì Papa Giovanni :

UOMO E PASTORE DI PACE

Conosciamo bene i suoi interventi efficaci per ottenere la pace in certi momenti difficili. Ma quello che possiamo cogliere per noi personalmente è il suo cammino fedele al Vangelo, dentro il motto OBOEDIENTIA ET PAX. Cammino voluto, ordinato, che gli permise di essere Uomo di pace.

"Straziante è il clamore di guerra che in questi giorni si leva su da tutta l'Europa. Signore Gesù, io levo le mani sacerdotali sopra il tuo corpo mistico, e ripeto in lacrime la preghiera di san Gregorio, la ripeto con particolare slancio dello spirito, oggi: « diesque nostros in tua pace disponas » (Disponi i nostri giorni nella pace).

E la Chiesa fra questo diluvio? O Signore, dona alla tua Chiesa, fra questo turbinare di procelle, fra questo cozzo di genti, « libertatem, unitatem et pacem! ».

La pace, la pace! il voto, il desiderio, la domanda supplichevole di essa sia in cima ai nostri pensieri, ai nostri affetti ‑ e non occorre dire che noi non vogliamo una pace qualsiasi purché la si finisca la guerra, ma quella pace che vuole il Signore, e che s. Tommaso dice essere opera di giustizia: opus justitiae est pax, quella che è il vero e massimo bene di una nazione.

Intanto noi cerchiamo di anticipare il regno della pace nei nostri cuori, poiché a nulla varrebbe quella delle nazioni, ove i nostri cuori fossero in tempesta.

La pace. È il dono, ed il segno che Dio è in noi. Prove dure, battaglie terribili, ma in fondo al cuore la pace resta. Bisogna esserne preoccupati. È il frutto della buona volontà. Pax Domini sit semper vobiscum.

I miei principi direttivi restano immutati; umiltà in tutto. specialmente nelle parole; unione con Dio, e questa è la cosa principale, di cui sento oggi una maggiore necessità; cercare, in tutto sempre, il gusto di Dio e non il mio; la testa a casa mia, a me stesso, allo studio della vita devota e non a riscaldamenti fuor di tempo; per ora studio intenso, raccolto e tranquillo; in tutto e sempre una gran pace e soavità d'animo.

Dire pace in senso umano e cristiano significa penetrazione ne­gli animi di quel senso di verità, di giustizia, di perfetta fraternità fra le genti, che dissipa ogni pericolo di discordia, di confusione, che compone le volontà di tutti e di ciascuno sulle tracce della evan­gelica dottrina, sulla contemplazione dei misteri e degli esempi di Gesù e di Maria, divenuti familiari alla devozione universale: sullo sforzo di ogni anima, di tutte le anime, verso l'esercizio perfetto della legge santa, che, regolando i segreti del cuore, rettifica le azioni di ciascuno verso il compimento della cristiana pace, delizia del vi­vere umano, pregustamento delle gioie immanchevoli ed eterne.

 

 

Papa Giovanni torna a casa. Che significato ha la sua venuta?

Monsignor Beschi, vescovo di Bergamo, lo ha annunciato con gioia e ha subito invitato a fare queste attenzioni sull'importanza di accogliere bene i messaggi che ci può ricordare e portare la venuta di Papa Giovanni: "Quella della pace è una speranza che percorre tutta l'umanità. Il Concilio con quanto ha portato alla Chiesa. Il dialogo ecumenico e interreligioso".

E' interessante quindi impegnarsi a far capire e poi a vivere bene l'avvenimento della venuta delle spoglie di Papa Giovanni nella sua terra. Papa Giovanni viene da santo e quindi ancora in piena attività. I suoi messaggi sono ancora vivi e attuali.

In tutta la storia della Chiesa i santi e le sante sono stati sempre fonte e origine di rinnovamento, soprattutto nelle più difficili circostanze della sua missione nel mondo. E Papa Benedetto sui santi ci ha detto : "In ogni tempo i santi hanno sfogliato una pagina del Vangelo e l'hanno resa evidente ai loro contemporanei. Essi sono i veri saggi, coloro che,alla luce del Vangelo, trasformano la realtà di questo mondo... sono i veri rivoluzionari che mettono in atto la rivoluzione che viene da Dio, la rivoluzione dell'amore".

E ce lo dice Il catechismo della Chiesa: "A causa infatti della loro più intima unione con Cristo i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella santità... non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli uomini... La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine":"Non piangete. Io vi sarò più utile dopo la mia morte e vi aiuterò più efficacemente di quando ero in vita. Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra" (Santa Teresa di Gesù BambinoNovissima verba). "Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri... Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa".

Nella preghiera del credo diciamo :"Credo nella comunione dei Santi", e Papa Giovanni ci credeva veramente : "Iddio, la Vergine santissima mi aiutino, mi rendano degno di ascoltare quelle divine lezioni, di rendermele giovevoli; gli antichi allievi, i miei modelli, sono i santi; i miei condiscepoli sono quelle anime giuste, che non vivono se non per procurare l'onore di Dio, per dilatare i confini del regno di Gesù Cristo".

Quindi questo rapporto dei cristiani col Santo Papa Giovanni va ben capito e ben vissuto. Ormai costatiamo che la devozione e la comunione coi Santi sono quasi scomparse nella vita di molti cristiani. Impegnamoci tutti a far sì che Papa Giovanni ritorni nelle nostre case e nei nostri cuori.

 

 

Papa Roncalli e l’Algeria

Durante i dieci anni vissuti a Touggourt in Algeria, zona desertica abitata da varie ethnie di arabi e di musulmani,  ho avuto la gioia di incontrare i membri della Diocesi di Costantine, terra di Sant’ Agostino, per un ritiro spirituale: vescovi, preti, religiose e cristiani algerini e stranieri.

In quei giorni ho potuto accertarmi sulla visita dell’Algeria che il card Roncalli aveva fatto nel 1950 come nunzio apostolico della Francia e dell’Algeria e ho trovato la cronaca della sua visita nella vecchia raccolta del bollettino diocesano ECHO. Una settimana intera di incontri in vari luoghi, accompagnato dal Card Duval, arcivescovo di Algeri che aveva lottato contro l'uso della tortura  e col quale condivideva una profonda amicizia. Arrivò fino a Biskra, a pochi km da Touggourt. Nel 1950 c’era una grande vitalità cristiana in tutto il Nord dell’Algeria. Vi vivevano molti “Pieds Noirs”, oriundi francesi e italiani che lavoravano i terreni e avviavano varie attività commericali, industriali e professionali. Ma poco profondo era il loro rapporto con la popolazione araba e musulmana.

Negli anni ‘50 in Algeria scoppiò la guerra civile e nel 1962 ci fu l’indipendenza. Roncalli divenuto papa, seguì gli avvenimenti con immensa sofferenza. Vi riporto alcune frasi pronunciate come gridi di dolore. Sono datate tra l’aprile del 1961 al luglio 1962.

“Si succedono avvenimenti tristi contro la vita e i beni di numerosi cittadini”.

 “Vi diciamo la nostra gioia nel rivedervi… Ma vi confidiamo la nostra pena e vi invitiamo a unirvi alla nostra preghiera verso i quattro punti cardinali. La nostra angoscia alla vista del sangue che bagna la terra… vittime umane sacrificate nel disprezzo di accordi in attesa di applicazione. Il comandamento divino risuona fermo e grave: “Non ucciderai!”

Spiagge che un tempo abbiamo visitato… terre in cui il lavoro e la concordia potevano vivere a profitto di popolazioni nel trionfo della giustizia… Venga il giorno di pace! Che nessuno spezzi delle vite umane e che si veda in ogni uomo l’immagine di Dio Creatore!  Non uccidete! Cari figli e figlie sostenete le braccia del Padre comune della cristianità in preghiera…. E fate eco alla sua parola. Prevalga il diritto e la mutua carità. Sulle terre insanguinate dell’Africa siano benedetti gli autori e i costruttori di pace”.

Al Card Duval: “Vostra eccellenza comprenderà la nostra pena in questa ora per la Francia che ci è cara e che vediamo minacciata da lotte fratricide e per le popolazioni algerine che avemmo il piacere di visitare nel 1950 e alle quali auguro cordialmente la realizzazione delle loro legittime aspirazioni".

 

 

A Sotto il Monte la preghiera per tutta l'umanità

A Sotto il Monte si viene per pregare accanto a Papa Giovanni. Non solo per chiedere i doni di Dio per se stessi, non solo per dire 'Grazie' per i beni ottenuti, ma anche per unirsi alla preghiera di Papa Giovanni, il grande intercessore che continua a volere il bene per tutta l'umanità. Nel cuore buono di Papa Giovanni c'era sempre posto per le invocazioni, per la preghiera. E continua ancora. Ora vediamolo e ascoltiamolo a Lourdes durante la grande guerra mondiale: "A Lourdes. La Madonna è sempre là nel suo atteggiamento : occhi in alto, mani giunte, labbra in preghiera. Ed in preghiera invita la Bernadetta : "Prega per i poveri peccatori, e per il  mondo tanto agitato". Oh la preghiera : la gran cosa che essa è. Non conviene mai dimenticare come Dio l'abbia voluto costituire il vincolo tra cielo e terra e come tutto abbia promesso alla preghiera (...). E seguiamo a pregare per i giovani nostri, perché il Signore li mantenga valorosi, buoni, vincitori di se, delle loro passioni, dei loro nemici; per coloro che sono rimasti qui nell'aspettazione affannosa, spesso nella incertezza  della sorte dei loro cari, spesso nel lutto e nel pianto per le notizie infauste qui giunte e che non rivedranno mai più i loro figli, fratelli, mariti. Preghiamo per tutti nostri fratelli, per tutti noi, affinché attraverso le cure e i dolori della nostra patria terrena possiamo non perdere, ma acquistarci con merito maggiore, la patria celeste".

Eletto papa, si fece ancora più vicino a Gesù risorto, l'intercessore presso il Padre per tutta l'umanità. "Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni. Esso vivificherà la mia costante ed interrotta preghiera quotidiana di unione con Gesù, familiare e confidente".

Per sottolineare il valore della preghiera di intercessione, il Cardinal Carlo Maria Martini il 3 gennaio 2008, ormai libero dal servizio pastorale e residente a Gerusalemme, ha detto: "La preghiera di intercessione appare come un non senso per le persone che guardano solo a questo mondo e che misurano ogni cosa col metro dell’efficienza materiale e del frutto visibile.   La preghiera di intercessione è un dono dello Spirito di Dio che lavora per l’unità del piano divino per l’umanità. Questa preghiera è pregna di significato e potente nella sua dinamica, specialmente nel campo della riconciliazione tra gli uomini e tra l’uomo e il suo Dio. La preghiera di intercessione è una conseguenza della legge della mutua appartenenza e della mutua responsabilità. Guarda all’unità del genere umano proponendo a ciascuno l’invito a partecipare alle difficoltà e ai drammi di ogni essere umano e a cooperare al piano di Dio per questo universo. La preghiera di intercessione non consiste soltanto nel raccomandare a Dio le intenzioni di molta gente, ma anche nel domandare il perdono dei peccati dell’umanità e di ogni singola persona. La preghiera di intercessione è una espressione della struttura dell’essere. In essa il primato non è quello della persona che è preoccupata della propria identità e benessere, ma quello della persona-in relazione, che è ha a cuore il bene-essere degli altri. In questo modo nasce un sistema di relazioni attraverso il quale alcune persone possono portare i pesi degli altri e soffrire per essi. Questa legge è molto misteriosa e perciò non sempre considerata, ma è uno dei pilastri del piano di Dio. Da questa struttura dell’essere deriva anche la possibilità e il valore di un vero dialogo interreligioso, dove ciascuno accetta di riconoscere non soltanto il valore dell’altro, ma anche di soppesare con pace le critiche che vengono fatte alla propria tradizione. Da tutto questo deriva la necessità e l’urgenza della preghiera di intercessione. Essa è necessaria perché corrisponde all’intimo dell’Essere divino e porta in questo mondo l’immagine del mondo a venire e del grande mistero che sarà rivelato alla fine dei tempi. È urgente, perché la necessità dell’umanità di superare oggi la violenza è terribilmente pressante e chiama all’azione tutta la gente di buona volontà".

 

 

Il mio angelo custode

Papa Giovanni ha scritto nel suo Giornale dell'anima :

 

"Avrò una grande devozione all'Angelo custode. Angelo mio custode, a voi affido specialmente il mio raccoglimento... Allontanate le mie distrazioni, confortatemi nella mia svogliatezza, mantenetemi calmo, sereno, disciplinato in ogni cosa. Ora dal canto mio sarò più raccolto, m'aiuti la Vergine santissima, mi aiuti il mio angelo custode, il mio san Giovanni Berchmans.

Dunque, patti chiari. Incominciamo dal togliere le mancanze più frequenti e più appariscenti; poi, volta per volta, verremo alle altre.

Sono testimoni in questo momento, di questo mio atto, il buon mio angelo custode e il mio san Giovanni Berchmans.

In tutto mi ricorderò sempre che io devo essere puro come un angelo, e mi diporterò in modo che da tutto me stesso, dai miei occhi, dalle mie parole, dai miei tratti, traspiri quella santa verecondia sì propria dei santi Luigi, Stanislao e Giovanni, verecondia che piace tanto, si attira la riverenza ed è l'espressione di un cuore, di un'anima casta, diletta da Dio.

Non mi scorderò mai che io non sono mai solo, anche quando lo sono: che mi vede Dio, Maria e l'angelo mio custode; che sempre sono chierico. E quando sarò sulle occasioni di offendere la santa purità, allora più che mai istantemente mi rivolgerò all'angelo custode, a Dio, a Maria, avendo familiarissima la giaculatoria: Maria Immacolata, aiutatemi. Allora penserò alla flagellazione di Gesù Cristo ed ai novissimi memore di quanto dice lo Spirito Santo: “Memorare novissima tua et in aeternum non peccabis “ (Sir 7,40). Che pensiero, ma insieme qual rossore per me! Come potrò io fare certi pensieri di superbia, dire certe parole, compiere certe azioni, sotto gli occhi del mio angelo custode? Eppure l'ho fatto. O Spirito che mi accompagni, deh! prega Dio per me, affinché non abbia mai più a fare, dire o pensare cose che possano offendere i tuoi occhi purissimi".

 Nel catechismo dei bambini leggiamo : "L’angelo custode esprime la premura di Dio per ogni uomo. Egli mette accanto a noi una creatura a lui fedele, che ci custodisca come e più di una mamma e di un papà, anche quando non siamo più bambini (cf. libro di Tobia). L’angelo custode è anche un messaggero di Dio presso di noi ed un messaggero nostro presso Dio. Vede sempre il volto di Dio e gli presenta le nostre preghiere, le nostre opere buone e le nostre sofferenze. Non lo vediamo di persona. Spesso, al momento giusto, ci fa incontrare una persona buona, premurosa che ci aiuta e noi diciamo: Sei stato proprio un angelo! Promuoviamo nei bambini il senso di questa presenza come apertura e fiducia in Dio buono e provvidente, così da non sentirsi mai soli. Aiutiamo i bambini a rivolgere una preghiera all’angelo custode quando vanno a riposare, quando escono di casa per andare alla scuola materna, quando tutti insieme si inizia un viaggio. Insegniamo che è bello pregare anche l’angelo custode della mamma, del babbo, del dottore, del macchinista, delle persone che sappiamo in pericolo".

 

 

Imitazione di Cristo

Il libro Imitazione di Cristo, ritenuto opera di Tommaso da Kempis, è forse il libro di spiritalità più famoso dopo il Vangelo. Contiene la descrizione del cammino spirituale del cristiano quando lascia penetrare in sé e vivere i sentimenti di Gesù. E' scritto con un linguaggio semplice e chi legge si sente invitare, accompagnare e convincere. Si trova subito che la santità è alla portata di tutti. Sola condizione è la fedeltà a lasciarsi amare da Dio e ad amarlo anche nelle piccole cose. Papa Giovanni teneva questo libro sempre vicino. Un altro papa faceva come Papa Giovanni, cioè Papa Luciani. Alla sua morte, solo dopo 33 giorni di pontificato, aveva vicino il libro Imitazione di Cristo. Ora leggiamo quanto e come Papa Giovanni amava quel libro.

"Sono arrivato ad ottenere per prezioso ricordo del parroco, il suo Kempis, quello istesso  che egli, sin da quando era chierico, usava tutte le sere. E pensare che su questo libricciolo egli si era fatto santo.

Oh! La sempicità del Vangelo, del libro Imitazione di Cristo, dei fioretti di San Francesco... Come sempre più gusto quelle pagine e torno ad esse con diletto interiore.

Leggere con attenzione e riflessione un capitolo intero, o almeno una parte del devotissimo libro di Tommaso da Kempis.

Io voglio mantenere la mia pace che è la mia libertà come dice il Kempis.

Questa è la dottrina che ho trovato nel libro Imitazione di Cristo : 1) Studiati figlio di fare piuttosto la volontà degli altri che la tua. 2) Scegli di avere meno che più. 3) Cerca il posto  più basso e di sottostare  a tutti . 4) Desidera sempre e domanda che la volontà di Dio si faccia sempre integralmente.

Ricorderò sempre alcune sentenze di quel buono e dottissimo autore della Imitazione di Cristo : "L'umile conoscimento di te è strada a Dio più sicura della conoscenza della scienza... In verità, venuto il giorno del giudizio, noi non saremo domandati di quello che avremo letto, ma di quello che avremo fatto; nè quanto leggiadramente parlato, ma quanto religiosamento vissuto... Grande è veramente è colui che dentro di sé è piccolo, tiene per nulla ogni altezza d'onore. Quegli con verità è prudente che "tutte le cose terrene reputa come sozzura per far quadagno di Cristo" (Fil 3,8). E invero quegli è dotto abbastanza che fa il volere di Dio, ed il proprio abbandona".

 

 

Lasciarsi portare dal Padre

Il vaticanista Benny Lay presenta Papa Giovanni seduto la prima volta sulla sedia gestatoria.

"Un lungo banchetto di colori, di sete, di ermellini, di merletti, di perle, di gemme , di ori, d'argento, di piume, d'incenso, di croci, di turiboli, di pastorali, di ricami, di musica, di canti... Cinque ore di preghiere e baci e benedizioni... Sale... scende... va in processione, s'inginocchia, si lascia vestire, svestire. Solenne messa cantata... poi nella piazza... L'imposizione del triregno. Sta dentro la funzione con una faccia serena da cherubino. Sotto il triregno rassomiglia a una icona. Gli manca solo lo sguardo mesto".

Non aveva lo sguardo mesto, ma a che cosa pensava? Chissà a quante cose...

Interessante leggere  quanto scrivono alcuni e quanto ci dice il papa stesso. Marco Roncalli nel suo libro voluminoso : "Una cerimonia lunga e fastosa, dove il papa pare muoversi a suo agio tranne che sulla sedia gestatoria".

 Don Divo Barsotti: "Portato in sedia gestatoria la prima volta in San Pietro non vede nessuno, nulla; ma in fondo alla basilica gli sembra di vedere i suoi vecchi - è rimasto il loro figlio - come rimane alla morte (...). I legami di famiglia sono indistruttibili".

E Papa Giovanni sull''arnese' della sedia gestatoria aveva parlato col segretario Loris:" Salirvi?, non salirvi?". Ma cosa commovente è quanto il segretario riporta sul suo essere portato e condotto in alto: "Di fatto quell'arnese gli ricordò una scena della sua fanciullezza, allorquando il padre lo sollevò sulle sue spalle per consentirgli di godersi lo spettacolo di una manifestazione religiosa bergamasca. E  ne coglie questa lezione : "Eccomi ad un nuovo tragitto. Sono passati settantanni da quando mio padre mi caricò sulle sue spalle, ma si può dire che col divino aiuto, sono stati settantanni di generosa volontà, di grazia divina, di servizio di Dio, di vita da galantuomo. Il segreto di tutto ciò sta nel lasciarci portare dal Padre e nel portare il padre ai fratelli".

Anche sulla sedia gestatoria, era rimasto il fanciullo Angelo Giuseppe, sorpreso dei giochi che gli faceva fare la Provvidenza e sempre fiducioso nelle mani del Padre.

 

 

Il Rosario del Santo Papa Giovanni

 

Leggendo “Il giornale dell’anima” che Angelo Giuseppe Roncalli incominciò a scrivere fin dai suoi primi anni, troviamo il racconto della sua vita, i suoi pensieri e i propositi di vita impegnata. Ora possiamo leggere come il Rosario imparato e recitato tutte le sere sulle braccia della mamma, quando era bambino, e che poi diventò una parte importante ed amata della sua giornata.

«Faccio mia formale e solenne promessa alla Madonna, mia carissima madre, di recitare in quest’anno nuovo ( 1914 ), con una speciale devozione, tutte le sere, il santo rosario. Fra i più bei conforti della vita vi è questo: di essermi sempre mantenuto fedele alla pratica del Rosario. Il Rosario che fin dall’inizio del 1958 mi sono impegnato di recitare devotamente tutto intero, è divenuto esercizio di continuata meditazione e di contemplazione tranquilla e quotidiana che tiene aperto il mio spirito sul campo vastissimo del mio magistero e ministero di pastore massimo della Chiesa e di padre universale delle anime. Gusto di più il rosario e la meditazione dei misteri con le intenzioni in ginocchio presso il sacro velo dell’Eucaristia. Leone XIII più volte invitò il mondo cristiano alla recita del rosario come esercizio di sacra e benefica meditazione, nutrimento di spirituale elevazione e intercessione di grazie celesti per tutta la Chiesa. Eccovi la Bibbia dei poveri. Come vorrei questa divozione più diffusa nelle vostre anime, nelle vostre famiglie, in tutte le chiese del mondo».

Chi visita la casa natale di Papa Giovanni e arriva davanti alla sua bella statua, vede che ci sono ogni giorno dei rosari appesi a una mano della statua, il cui volto è reso lucido dalle carezze e dal tocco di tanti pellegrini. Alcuni fedeli affidano al Papa con gioia il loro rosario sapendo che andrà lontano, nelle missioni d’Africa, d’Asia, ecc.. I missionari che riceveranno quei rosari, li metteranno nelle mani dei cristiani. Così la preghiera a Maria e l’intercessione del Santo Papa Giovanni continueranno ad unire, alimentare e formare la famiglia dei cristiani.

 

 

Papa dei bambini o Papa della famiglia?

Marco Roncalli nel suo libro Giovanni XXIII scrive: "Nella casa natale di Papa Giovanni c'è un fatto interessante che balza agli occhi. Nell'edificio che ospita la chiesa, troviano anche la "sala delle grazie". Ha una particolarità: le pareti sono letteramente coperte da fiocchi rosa e azzurri, fotografie di neonati, tettarelle di gomma per lattanti, scarpine. Tutti oggetti che esprimono la gratitudine dei fedeli per il dono di un figlio desiderato, per l'esito felice di un parto o simboleggiano l'affidamento dei piccoli alla protezione del pontefice. Esiste dunque un culto a Papa Giovanni patrono specialemente dei bambini? Roncalli è un nuovo emulo di san Nicola, dell'angelo delle culle san Gerardo Maiella o di san Raimondo protettore dei neonati? Non lo crediamo. Si può allora parlare di Giovanni XXIII come patrono delle famiglie? Di certo si esalta qui la sua "paternità": un padre capace di parlare a ciascuno nella sua lingua... un padre in tempo di carenza di padri e in una società abituata a cercarne pochi... Del resto le scene più consuete, varcato l'ingresso della casa natale, sono quelle di piccoli gruppi familiari, coppie di giovani, con bimbi in braccio o per mano, e l'indice puntato verso il balconcino di legno per dire che lì è nato il "Papa Buono", il papa... che pronunciò parole non dimenticate: "Tornando a casa troverete i bambini, date una carezza ai vostri bambini e dite loro:"Questa è la carezza del Papa".

"Il messaggio principale che  la casa natale propone è quello del valore della famiglia e dell'educazione dei figli,  già nei primi anni di vita", ripetono i custodi del  luogo. Quasi a richamare le parole di Roncalli in una lettera ai familiari: "L'educazione che lascia tracce più profonde è sempre quella della casa. Io ho dimenticato molto di ciò che ho letto sui libri, ma ricordo benissimo ciò che ho appreso da genitori e vecchi. Per questo non cesso di amare Sotto il Monte". 

  

Gli ultimi insegnamenti di Papa Giovanni

Tutto il mondo è sospeso. Sente che gli sta morendo una persona amata da tutti. Dal duomo di Milano il cardinale Montini fa pregare e dice: "Benedetto questo Papa che ci ha fatto godere un'ora di paternità e di familiarità spirituale, e che ha insegnato a noi e al mondo che l'umanità di nessun'altra cosa ha maggiormente bisogno, quanto di amore".

Poche ore prima della morte, si sono avvicendati al suo letto di dolore i fratelli Zaverio, Alfredo, Giuseppe, la sorella Assunta e alcuni nipoti, giunti in aereo assieme al card Montini. Ormai è pronto e dice: "Offro la mia vita per la Chiesa, la continuazione del Concilio Ecumenico, la pace del mondo, l'unione dei Cristiani. Il segreto del mio sacerdozio sta nel crocifisso che volli porre di fronte al mio letto, egli mi guarda e io lo guardo (...) . Quelle braccia allargate dicono che egli è morto per tutti; nessuno è respinto dal suo amore, dal suo perdono. Ut unum sint!".

Prezioso è anche l'insegnamento al momento del suo morire. Ormai era diventato un padre universale e viveva in un mondo diventato la sua famiglia. Fino all'ultimo ha voluto trasmettere non solo i sentimenti del suo cuore, ma anche e forse ancor più importante, il risultato delle sue ricerche, osservazioni e conoscenze della situazione dell'umanità. Una settimana prima di morire, trova il tempo per affidare ai più stretti collaboratori - il cardinale Cicognani, monsignor Dell'Acqua, monsignor Capovilla...- le sue ultime raccomandazioni. Quasi un testamento spirituale. "Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l'uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della Chiesa cattolica. Le circostanze odierne, le esigenze degli ultimi cinquant'anni, l'approfondimento dottrinale ci hanno condotto dinanzi a realtà nuove, come dissi  nel discorso di apertura del Concilio. Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a conoscerlo meglio. Chi è vissuto più a lungo e s'è trovato agli inizi del secolo in faccia ai compiti nuovi di un'attività sociale che investe tutto l'uomo; chi è stato, come io fui, vent'anni in Oriente, otto in Francia e ha potuto confrontare culture e tradizioni diverse, sa che è giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne l'opportunità e guardare lontano". 

 

 

Ringraziamenti, richieste, preghiere e confidenze a Papa Giovanni (Cart. n.12)

I pellegrini arrivano alla casa natale di Papa Giovanni col cuore pieno di sentimenti. Portano il vissuto carico o di gioia o di sofferenza e parlando a Papa Giovanni sanno che lui intercede presso Dio. E' nel cuore e nelle mani di Dio che riposa la nostra esistenza.

Filippo è nato, grazie, Papa Giovanni. - Mi hai accompagnato nella malattia. Sto meglio. - Proteggi la mia famiglia. - E' nata una stella! - Siamo in attesa. - Papa Giovanni e Maria di Lourdes, aiutateci. - Dopo un aborto, aspettiamo ancora.-  Proteggimi e guidami nelle scelte giuste. - Non ti chiedo per la mia persona, ma per la mia famiglia. -  Mio figlio sta lottando, stagli vicino. - Benedici la mia amica... mi è stata vicina.- Mia madre ha perso un figlio, consolala. -  Che mio figlio sia sereno e un buon lavoratore. - Ho intrappreso un cammino serio, con te. - Papa Giovanni e Maria, che questo mondo si converta. - Tu, amico dei bimbi, proteggi la nuova famiglia. -  Aiutami a superare questo periodo difficile per me e mio marito.- Ti raccomando mia moglie. - Vengo da lontano... volevo sentirti vicino. -  Ti affido il mio carissimo amico P., una persona speciale. -  Una preghiera per i miei genitori che non ci sono più. - Aiutami a trovare un lavoro.   - Che i miei figli si vogliano bene. -  Un forte abbraccio!  - Sei stato il Papa più buono. Proteggici. Bacioni. - Ti prego per le persone più deboli che hanno sempre tanto bisogno. - Ti chiedo la grazia di far parlare nostro figlio. Ti abbraccio forte. - Chiedo salute, lavoro e stabilità nella vita. - Riunisci la mia famiglia. - Santo Padre, benedici me e mio marito con un figlio sano... aiutaci a diventare genitori... Grazie.  - Grazie soprattutto di avermi dato M. come sposo. fammi superare l'esame di inglese. - Ti affidiamo la nostra famiglia. Si sono allontanati da te, o Gesù. Parla ai loro cuori. Portali a te. Ti ringraziamo.- Proteggi i miei nipotini e dà una carezza ogni giorno - Papa Giovanni aiuta C. nel suo cammino.-

 

 

Il senso della vita a Sotto il Monte (Cart. n.11)

Lasciato l’asfalto e il traffico, metti i piedi sui sassi del ciottolato e entri nel cortile di un caseggiato di cento anni fa con scale esterne in legno e con gerani pendenti dalle finestre. Vedi il carretto con attrezzi dei contadini. Sulle pareti dei muri esterni, strumenti da falegname e dal fienile in alto, esposte al sole, pannocchie di granoturco. Sui muri, trovi ricordi del passato, delle guerre e della vita non ancora moderna: maschere anti gas, lampade al  carburo  e ferri da stiro e fornelli  a carbone o ad alcool.

Poi entri a vedere le foto della famiglia Roncalli nelle stanze dove nacque e visse i primi anni il piccolo Angelo. Dal pian terreno, scendi verso la cantina con i colori delle botti e i profumi  vivi del vino. È forte il senso di vita che ti riporta indietro in un mondo passato e che ti è ancora caro, ancora tuo, ancora te stesso e mette nell’animo pace e semplicità. È come tornare bambini.

Lasciata la parte vecchia della Casa natale, cammini e scendi tra vetrate con grandi foto che mostrano il piccolo Angelo in famiglia, il giovane prete, il militare, il nunzio in Bulgaria, Turchia e Grecia. Poi lo ritrovi di fronte al grande Charles de Gaulle a Parigi e in gondola, Patriarca di Venezia, e finalmente Papa, portato in sede gestatoria. Avverti allora che si tratta di una persona elevata dalla vita di campagna ai livelli più alti della società e della Chiesa. Ed eccolo finalmente che ti accoglie in piedi, sorridente, perché si sente accarezzato, baciato e lavato dalle lacrime di gioia e di dolore di tanti pellegrini.

Sì, sono pellegrini quelli che arrivano a Sotto i Monte, perché rispondono a un bisogno, a un invito, a una chiamata a dire quello che c’è di profondo nel cuore. Quando si chiede loro perché sono venuti, ti dicono: «Ogni anno devo venire per rivederlo, per dirgli grazie, per risentirlo vicino. Qui sento pace. Qui mi sento libero da tanti pesi, da tanti fastidi».

Il pellegrino si mette in viaggio in cerca di qualcosa. Prima, lascia tutto, si libera e poi trova. Alcuni già nell’ambiente, trovano un senso di vita, di pace e di semplicità; altri, nel volto di Papa Giovanni, trovano la dolcezza di Dio e quindi la fede e la preghiera nel cuore. Tutti, in qualche modo, guariscono, tanto o poco, perché qui a Sotto il Monte si trova qualcuno che ha vissuto ed è rimasto fedele al senso della vita. Qui non si dubita… Magari si potesse  avere i suoi sentimenti, la sua verità!

Seguendo il percorso della sua vita, in tempi di guerre, scontri e sofferenze di ogni genere, ci si domanda come Papa Giovanni riuscì a mantenere un animo paziente, obbediente, aperto. La risposta è perché seppe conservare i valori ricevuti dalla famiglia nella semplicità e nell’umiltà, nel vivo senso di povertà di spirito che continuava a coltivare. Papa Giovanni amò molto la sua terra, il suo mondo, la sua Chiesa.

Subito dopo la sua morte, il cardinale Giovanni Battista Montini, prima di succedergli nel pontificato, diceva: «Perché ha così commosso il mondo?  Da ogni parte della terra si è levata l’espressione del rimpianto, dell’elogio, della pietà e della memoria. I nostri cuori sono assorti e sorpresi dalla visione della grandezza e della bontà finalmente insieme congiunte. Perché da ogni parte si piange la sua morte? Ognuno di noi ha sentito l’attrattiva di quest’Uomo, e ha capito che la simpatia che Lo ha circondato non era un inganno, non era un entusiasmo di moda, non era un futile motivo; era un segreto che ci si svelava, un mistero che ci assorbiva. Ci ha fatto vedere che la verità, quella religiosa per prima, così delicata, così difficile… non è fatta per sé, per dividere gli uomini e per accendere fra loro polemiche e contrasti, ma per attrarli ad unità di pensiero, per servirli con premura pastorale, per infondere negli animi la gioia della conquista della fratellanza e della vita divina. E oggi che cosa lascia Giovanni XXIII alla Chiesa e al mondo, che non potrà morire con Lui? Lasciatemi citare di Lui almeno una pagina: “Nell’epoca moderna, di un mondo dalla fisionomia profondamente mutata, e sorreggentesi a fatica fra i fascini ed i pericoli della ricerca quasi esclusiva dei beni materiali, nell’oblio e nell’illanguidire dei principi di ordine naturale e soprannaturale… convenga richiamare alle sorgenti pure della rivelazione e della tradizione. Trattasi di rimettere in valore ed in splendore la sostanza del pensiero e del vivere umano e cristiano, di cui la Chiesa è depositaria e maestra nei secoli”. Potremo mai lasciare strade così magistralmente tracciate, anche per l’avvenire, da Papa Giovanni? È da credere che no! E sarà questa fedeltà ai grandi canoni del Suo Pontificato ciò che ne perpetuerà la memoria e la gloria, e ciò che ce Lo farà sentire ancora a noi paterno e vicino».

Papa Giovanni, citato dal futuro Papa Montini, richiama alle sorgenti pure, lontano dalle quali la vita non ha più un senso.

 

 

Non sono più mio (Cart. n.10)
La visita alla casa natale di Papa Giovanni, se preparata bene, produce nell'animo un sentimento profondo di benessere, di pace che fa nascere desideri di una vita migliore. Tra le cose da farsi, coltivando la devozione e l'amicizia con Papa Govanni, bisognerebbe leggere un bel libro su di lui, non solo per conoscerlo, ma per lasciare entrare in noi i suoi pensieri e i suoi sentimenti e allora nascerà l'invito e la gioia di sentirci e volerci accanto a lui e un po' come lui. Il suo linguaggio è semplice e in gran parte non fa che ricordarci cose che conosciamo già. Sempre insegnerà e ci condurrà verso Dio, verso la pace, verso il Cielo. Per esempio, leggiamo ora quello che Angelo Roncalli scriveva nel Giornale dell'anima, preparandosi al sacro suddiaconato (1-10 aprile 1903): "Gesù, mi trovo dinnanzi a voi un'altra volta in questo anno, per ascoltare le vostre divine lezioni. Il mio cuore anela di consacrarsi solennemente a voi, una volta per sempre. La Chiesa mi ha chiamato, voi mi invitate: « ecce venio » (ecco vengo), (Sal 40,8). Non avanzo pretese, non mi sono formato disegni preconcetti; mi sforzo di spogliarmi di tutto me stesso, non sono più mio. L'anima mia si trova dinanzi a voi come una pagina bianca. O Signore, scrivetevi quanto vi piace; io sono vostro. Desidero solo vivere secondo il catechismo dei bambini: "Conoscere Iddio, amarlo, servirlo per tutta la vita; dopo la morte, goderlo per sempre in paradiso".

I doveri della mia vita si compendiano in queste tre parole, io non devo fare altro che questo: conoscere, amare e servire Iddio, sempre e ad ogni costo; la volontà di Dio deve essere la mia, questa sola debbo cercare anche nelle cose minutissime. E questo è il primo e fondamentale principio: tranquillità, calma, elevazione di spirito, filosofia profonda, per cui, avendo di mira ideali più alti, non ci curiamo di queste cose, basse e da nulla; oppure, comunque ci si presentino, ci sono alla potentissima per ascendere a Dio, per esercitarci nella virtù, per farci santi. A volte il Signore ci sembra nascosto. La mestizia, il dispiacere mi assalgono, mi mettono in agitazione. Via, via tutte queste debolezze. Stiamo allegri, calmi, anche in queste circostanze. Consoliamoci anzi, perché Dio vuole così.

Comunque le cose succedano, piova o splenda il sole, faccia freddo o caldo, desidero che il mio sorriso sia contento, schietto, cordiale e sempre sfiori le mie labbra; né mi debbono far perdere la testa i buoni eventi, né abbattere lo spirito le amarezze della vita".

 

 

 Tutto il mondo è la mia famiglia.  (Cart. n.9)
 Da quando il Signore mi ha voluto, miserabile qual sono, a questo grande servizio, non mi sento più come appartenente a qualcosa di particolare nella vita: famiglia, patria terrena, nazione, orientazioni particolari in materia di studi, di progetti, anche se buoni. Ora più che mai non mi riconosco che indegno ed umile « servus Dei et servus servorum Dei ». Tutto il mondo è la mia famiglia. Questo senso di appartenenza universale deve dare tono e vivacità alla mia mente, al mio cuore, alle mie azioni.
 Sentimento di universalità
 Questa visione, questo sentimento di universalità vivifi­cherà innanzi tutto la mia costante ed ininterrotta preghiera quoti­diana: breviario, santa messa, rosario completo, visite fedeli a Gesù nel tabernacolo, forme rituali e molteplici di unione con Gesù, fa­miliare e confidente. Un anno di esperienza ( il primo anno di pontificato ) mi dà luce e conforto a ravviare, a cor­reggere, a dare tocco delicato e non impaziente di perfezione, in tutto.
 Cittadino del mondo: "è questo ormai un principio entrato nello spirito di ogni fedele appartenente alla Chiesa romana: di essere cioè e di ritenersi veramente, in quanto cattolico, cittadino del mondo intero, cosi come Cristo del mondo intero è l'adorato salvatore. Buon esercizio di vera cattolicità è questo, di cui tutti i cattolici devono rendersi conto e farsi come un precetto a luce della propria mentalità e a direzione della propria condotta nei rapporti religiosi e sociali" (DMC 11, p. 394).

 

 

La pietà popolare e missionaria a Sotto il Monte (Cart. n.8)

La visita alla casa natale di Papa Giovanni che volle affidata all'Istituto missionario del PIME è un pellegrinaggio, una delle tappe del  pellegrinaggio della nostra vita verso il Cielo. Papa Giovanni ci accoglie.  Ci unisce alla sua pace gioiosa e  serena e parla al cuore con parole di bontà e di fede. Sembra di vedere e di sentire vicino il Papa. E' sorprendente il clima bonario e popolare che si respira ed è sorprendente trovarsi in un ambiente aperto all'universalità della Chiesa e del Papato. Il pellegrinaggio diventa allora anche impegnativo per lasciarci prendere dall'universalità della nostra fede e della nostra preghiera e poi accettare di trasmettere attorno a noi la forza, la gioia e l'amore che vi si trova. Questa è la "grazia della missionarietà" che Papa Francesco descrive nel Documento di Aparecida e in Evangelii Gaudium. In questo vediamo l'unità di pensiero dei  due Papi.

Papa Francesco dice : "Tanti cristiani esprimono la loro fede attraverso la pietà popolare, i Vescovi la chiamano anche « spiritualità popolare  » o « mistica popolare  ». Si tratta di una vera «  spiritualità incarnata nella cultura dei semplici. È un modo legittimo di vivere la fede, un modo di sentirsi parte della Chiesa, e di essere missionari. Porta con sé la grazia della missionarietà, dell’uscire da sé stessi e dell’essere pellegrini.  Il camminare insieme verso i santuari e il partecipare ad altre manifestazioni della pietà popolare, portando con sé anche i figli o invitando altre persone, è in sé stesso un atto di evangelizzazione. Nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai terminata. Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione. Non coartiamo né pretendiamo di controllare questa forza missionaria!"

A Sotto il Monte, nell'incontro con altri pellegrini, sentiamo la gioia del ravvivarsi della fede. In realtà ci fa bene il contagio e il coraggio di vivere e di comunicare la nostra fede, di vederci a pregare insieme e di sentirci in cammino insieme. Abbiamo bisogno di Comunione e di  Missione. La Chiesa allora vive e testimonia il volto della comunione dei cristiani uniti tra loro e con Dio nel pellegrinaggio verso il Regno.

 

 

 

La fede tra le braccia della mamma (Cart. n.7)

Marco Roncalli nel suo volume Giovanni XXIII descrive l'ambiente della  religiosità vissuta dalla famiglia Roncalli : "In un rapporto di una inchiesta agraria riguardante la zona più vicina  a sotto il Monte troviamo : - Nel contadino il sentimento più profondo, dopo quello della famiglia, è il sentimento religioso (...).  La religione nel contadino è necessaria come quella che guida sul retto sentiero del buono e del giusto una casta intera di popolazione che poco o nulla istruita, da essa attinge i principi del retto e del giusto -.  E continua : "Una vita durissima, affidata alla provvidenza, dove una grandinata o la morte di un vitello potevano costituire  una rovina quasi irrimediabile. Tuttavia, proprio in questo mondo di disagi e ristrettezze, i valori cristiani  trovavano il terreno più naturale. La pratica religiosa era intensa, i riti vissuti con partecipazione. E così la pietas popolare, l'osservanza del culto, la frequenza ai sacramenti, al catechismo, le devozioni, gli appuntamenti del calendario liturgico disseminati lungo l'anno. Ma anche lo spirito di solidarietà era un punto fermo, e quando qualcuno aveva bisogno poteva contare sull'aiuto del consanguineo e del vicino".

 Papa Giovanni accenna spesso che ricevette anzitutto in famiglia i primi sentimenti di fede. Ecco come racconta la sua prima visita al santuario delle Caneve :  "Quando giunsi davanti alla chiesetta, non riuscendo ad entrarvi perché ricolma di fedeli, avevo una sola possibilità di scorgere la venerata effigie della Madonna, attraverso una delle due finestre laterali della porta d'ingresso, piuttosto alte e con inferriata. Fu allora che la mamma mi sollevò tra le braccia dicendomi : "Guarda, Angelino, guarda la Madonna come è bella! Io ti ho consarato a lei". E viveva i suoi primi anni in famiglia  : "Nella mia casa paterna, la mattina quando aprivo la finestra, la prima chiesa che vedevo era la vostra ( Frati Francescani ), "un piccolo cielo dove si respira aria di eternità",a Baccanello, e ricordando che, quando le campane del conventino chiamavano i frati al coro per l'ufficiatura di sesta e nona... sua madre metteva sul fuoco il paiolo".  "Vengo dall'umiltà. Fui educato a una povertà contenta e benedetta che ha poche esigenze e protegge il fiore delle virtù  piu nobili e alte e prepara alle elevate ascensioni della vita".

Quando il piccolo Angelo cessò di aver bisogno della mamma, fu il prozio Zaverio a prenderselo tutto per sé e gli infuse  con la parola e con l'esempio le attrattive della sua anima religiosa. Una vita ritmata dal suono delle campane, dalla preghiera dei frati e dal profumo della polenta quotidiana.  Il tutto dentro un ambiente campagnolo animato  continuamente dall'avvicendarsi, dalla bellezza e dalla voce della natura che esprime e ricorda l'azione del Creatore.  Persona umana, natura, Creatore uniti in alleanza, collaborazione, rispetto e armonia.                                                                                             

Sembra di riudire il Vangelo della Provvidenza: "Mi ha tolto dalla campagna sin da piccino, con affetto di madre amorosa mi ha provveduto di tutto il necessario. Non avevo pane e me l'ha procurato, non avevo di che vestirmi e mi vestì, non avevo libri per studiare e pensò anche a quelli. Talora mi dimenticavo di lui ed egli mi richiamò sempre con dolcezza; mi raffreddavo nel suo affetto ed egli mi scaldò al suo seno, alla fiamma onde arde perennemente il suo cuore".

Le braccia della mamma sono le braccia del creatore che prolunga la sua azione e il suo amore nella famiglia, nella natura, nella storia e nella tradizione.

 

Papa Giovanni e la Madonna di Imbersago (Cart. n.6)

Ha un titolo semplice,”La Madonna del Bosco e Papa Giovanni“, il libro scritto da Ambrogio Amati (Ancora Editrice, Mi, 12,00€).

Titolo semplice che esprime compiutamente il contenuto del volume. La famiglia Roncalli era molto devota alla Madonna di Imbersago il cui santuario  non è molto lontano da Sotto il Monte, sebbene al di là dell’Adda. La famiglia si recava in pellegrinaggio al santuario, c’erano anche i piccoli, compreso Angelo, che porterà sempre nel cuore il ricordo di quei momenti, di quei luoghi. Leggiamo nel libro  di Amati : "Mamma, siamo arrivati. Sette chilometri all'andata e altrettanti al ritorno... Una peregrinatio rimasta tanto nel cuore di Angelo Giuseppe Roncalli da dichiarare quando venne eletto Papa, a questa Madonnina : "il saluto degli occhi non fu mai il saluto del cuore". Una devozione e un affetto fisici, documentati da regali, attenzioni, amicizie che sono durate per tutta la vita".

Infatti, nel gennaio 1953, dopo la nomina a Patriarca di Venezia, Roncalli scrisse al rettore del santuario: “Il suo saluto mi è molto gradito. Mi ricorda le ore più liete della mia giovinezza: quando da seminarista, e prima ancora, venivo al santuario. Durante certe vacanze dal 1895 al ’98, anche tutti i sabati. Quante grazie e quante ispirazioni debbo a quella benedetta Madonna! E che bellezza, mite e suadente, in quel sacro luogo: chiesa, cripta, scala santa, visioni di Villa d’Adda, della valle S. Martino… In questi quindici giorni o poco più che preparano il concistoro, voglia dire, caro Rettore, alle anime più umili e più semplici che verranno a pregare che si rincordino di me, del Santo Padre, della Santa Chiesa, affinché tutto riesca ad edificazione ed a santificazione. Di cuore benedico Lei e loro”.

Molte le visite di Angelo Roncalli. Anche alla vigilia della sua sorprendente elezione a Papa. Era l’agosto del 1958, in quei giorni venne inaugurata una “grotta di Lourdes” inserita in un angolo del boschetto a monte del santuario. Roncalli la benedisse.

Due mesi dopo divenne Papa. Fra i primi atti, si legge nel libro, Giovanni XXIII inviò la benedizione apostolica al clero e ai fedeli del santuario. Non solo, il Papa ritenne di esprimere il suo ringraziamento per questo luogo elevando il santuario al rango di “basilica romana minore”.

Anche da Pontefice, Roncalli continuò a seguire il suo santuario. Nel libro si legge che in onore di Giovanni XXIII nel 1959 si progettò un salone con annessa cappella per ritiri spirituali, incontri, conferenze. Il progetto venne inviato al pontefice che rispose con una lettera di consenso attraverso la segreteria di Stato. Prima di morire, il Papa inviò al santuario un cero benedetto per la solennità di San Giuseppe.

Fu un rapporto continuo, intenso, che l’autore del volume,Ambrogio Amati, giornalista bergamasco, ha raccontato con dovizia di particolari.

 

 

Il paradiso di Papa Giovanni (Cart. n.5)

 Papa Giovanni viveva col pensiero al paradiso. Leggiamo alcuni suoi pensieri: " Il nutrimento della mia giovinezza: la gloria del Signore, la mia santificazione, il Paradiso, la Chiesa, le anime.

 Bellissimo pensiero. Un angelo del paradiso, nientemeno, mi sta sempre accanto ed insieme è rapito in una continua estasi amorosa col suo Dio. Che delizia al solo pensarvi! Io dovunque sono sempre sotto gli occhi di un angelo che mi guarda, che prega per me, che veglia accanto al mio letto mentre io dormo.

 Devo servire il mio Creatore e invece talora lo dimentico perfino, mi scordo di lui, servo alla mia ambizione, al mio amor proprio. Sono chiamato al paradiso e non penso che alla gloria del mondo.

Il mio parroco don Francesco Rebuzzini è morto. Ha fatto tanto per me, mi ha allevato, mi ha indirizzato al sacerdozio.  Ieri sera mi aveva detto: arrivederci. O padre, a quando arrivederci? Oh, in paradiso. Sì, al paradiso io volgo gli occhi. Egli è là, lo vedo, di là mi sorride, mi guarda, mi benedice.

 Dio sa che io non desidero già ai miei cari ricchezza, piaceri, ma solo la pazienza e la carità. Egli sa che se io mi dolgo, mi dolgo solo per la mancanza in loro di queste virtù. Mi dia egli la grazia di vederli tutti un giorno in paradiso, e poi avvenga ciò che vuole; a tutto mi rassegnerò per la maggior gloria di Dio e per la soddisfazione dei miei peccati. O Gesù, deh, che io muoia d'amore per te!

 Servire a Dio (Eb 9,13); e poi? il premio... la patria... il cielo... il bel paradiso... Sì, paradiso... paradiso, ecco la mia mèta, ecco la mia pace, il mio gaudio. Paradiso, dove si vede, dove si contempla il mio Dio « facie ad faciem sicuti est » (1Gv 3,2).

 O cielo, cielo, tu sei bello, e tu sei per me! Nelle contraddizioni, nelle amarezze, nello sconforto, ecco la mia consolazione: allargare il cuore alla beata speranza e poi guardare e pensare al cielo, al paradiso. Questa è la pratica dei santi, di san Filippo Neri, del mio san Francesco di Sales, del Cottolengo che sempre esclamava:« paradiso, paradiso! ».

 Gesù, mi strappasti dalla morte, morendo per me, e vincendo la morte, mi apportasti la vita (cfr. 1Gv 1,2), mi schiudesti il paradiso.

 Santa attesa del Paradiso e intanto pace di Cristo esultante nei cuori.

 La preghiera ci aiuta a permanere in noi la sicurezza gioiosa del paradiso.

Le porte del paradiso sono due: innocenza e penitenza.

 

 

I pellegrini alla Casa Natale di Papa Giovanni ringraziano e rinnovano la loro fede. (Cart. n.4)

Salendo le scale verso la Chiesa del seminario, prendendo la rampa a destra (o l’ascensore che è vicino alla portineria) si arriva di fronte alle porte della sala delle grazie. Tante foto documentano guarigioni  e pericoli scampati attribuiti all’intercessione di Papa Giovanni. Gli ex voto sono numerosi, particolarmente quelli nella stanza dove sono appesi centinaia di fiocchi rosa e azzurri che testimoniano la predilezione di Papa Giovanni per i bambini, accresciuta in cielo. Sposi che non potevano avere figli, ne hanno avuti in seguito a preghiere e voti al Papa della Bontà, parti difficili che si svolgono senza problemi ecc. Osservando tutti quegli ex voto, molte persone si domandano profondamente: «Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? La vita sulla terra, la vita dopo la morte, l’aldilà, la vita nell’aldilà…». I messaggi e le testimonianze di guarigioni e di doni ricevuti dicono che il Cielo ci prende dolcemente per mano e ci conduce alla riscoperta dell’Amore grande del Padre per noi. Messaggi d’amore e riflessione. Le preghiere dettate dal Cielo, la preghiera al Padre, la preghiera alla Vergine Maria, la preghiera a Gesù, a Papa Giovanni, la preghiera all’Angelo Custode, ogni preghiera è preghiera di un’anima impegnata nel suo percorso di vita sulla terra. Camminare nella Casa Natale di Papa Giovanni è un percorso di crescita spirituale sulla strada dell’Amore.     

 

 

 

Qualcosa in sospeso (Cart. n. 3)

Caro Enrico, hai incominciato così:

"Erano anni che non venivo a confessarmi. In questi giorni stiamo preparando la festa della Cresima di un nipotino. Incontri in chiesa, ordinazione per il pranzo e poi gli inviti e i regali. Ma sento qualcosa in sospeso. Ogni tanto sentivo il richiamo della confessione. Mia moglie mi dice: "Andiamo a Sotto il Monte. Troverai un prete". Eccomi finalmente. Mi mancava Lui", e indica il crocifisso.

Io prete penso di sottolineare l'importanza di trovare veramente il Signore. E racconto che un giorno un uomo chiese a un monaco perchè molti cristiani abbandonano la frequenza ai sacramenti. Il monaco rispose: "Quando in foresta, in savana, i cacciatori si organizzano, si armano di frecce, di bastoni e soprattutto partono coi cani, si mettono poi in cerchio e si avvicinano verso il centro dove spingono la selvaggina. A un certo tempo, un cane parte e subito altri cani lo seguono. Poi ad uno ad uno, alcuni cani ritornano. Ma il primo continua, continua... perché? Lui ha visto la preda, sente il suo odore, ce l'ha già tra i denti. E' sicuro!

La stessa cosa avviene per il cristiano quando ha conosciuto Gesù, vive con Gesù. Ci sono anche i momenti difficili... ma non abbandona Gesù".

Nelle parrocchie vicine, in questo tempo di Pasqua ci sono stati tanti incontri e celebrazioni per prime Comunioni, Cresime, matrimoni... Dentro, la chiesa quasi piena. Fuori, alcuni non si sentivano di metterci piede...

Per alcuni, qualcosa resta in sospeso.

 

 

 Voler migliorare (Cart. n.2) 

Caro Filippo,

sei stato sincero nel raccontare il momento che vivi. Anzitutto dicevi il bello della tua famiglia. Una moglie che ama i tuoi figli e condivide con te la sua vita di mamma e di sposa.

Ma ti stai sentendo poco soddisfatto di te e poco generoso. Avverti che vorresti pregare di più. Che essere papà e sposo chiede più impegno e più vita. Sei fedele alla santa messa, ma vorresti di più. Ti chiedi e mi chiedo perché questo momento di poca soddisfazione? In realtà, nei tuoi rapporti di lavoro, coi parenti delle tue due famiglie e quanto ti portano a casa i tuoi figli da una società sempre più vuota di senso, ti crea disagio, nervosismo e frustrazione. Alla sera torni a casa , non solo stanco, ma svuotato.

Insieme abbiamo cercato come uscire da questo tunnel prigione. Non lo abbiamo trovato. Una cosa è certa: Gesù Cristo sta condividendo il cammino con te. Cammino faticoso verso un orizzonte luminoso, dentro prove, ma che impegnano e rendono solida la tua fede, maturo il tuo sì quotidiano, più intenso il dialogo con Lui e coi tuoi cari.

E' bello il momento, il sacramento della Confessione. Si riparte volendo un avvenire migliore, certi che volendo con l'aiuto del Signore, possiamo farcela. Anche Papa Giovanni ci sta aiutando, ricordandoci la sua pace interiore piena di fiducia in Dio e dicendici quanto ama i nostri figli.

In cammino insieme. P. Silvano

 

 

Cara Lucia,

tuo marito, ti ha spinto in carrozzella fino a davanti a me, nel mio ufficio dove accolgo i pellegrini per le confessioni, le benedizioni e le domande della celebrazione di sante messe.

Ascoltando la tua confessione mi è sembrato di capire che il tuo peccato più grosso è l'mpazienza in alcuni momenti difficili e di aver chiesto a Dio qualche aiuto. Osservandoti e ascoltandoti mi domandavo quali fossero i tuoi peccati, ma ho rispettato le tue espressioni, pensando che solo Dio può capire anzi che Dio veramente ti capisce  e quindi anche su di te ho detto : "Dio Padre di misericordia...ti conceda, mediante il ministero della Chiesa il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo".

Ti chiesi perché vieni a Sotto il Monte e presso Papa Giovanni e mi dicesti : "Vengo per confessarmi, partecipare alla santa messa e a fare la comunione. E' papa Giovanni che mi chiama e mi sta vicino e poi viene a casa con me".

Poi hai fatto il tuo giro nella chiesa e ripassando davanti a me sei stata raggiunta da un uomo che ti ha ringraziato dicendo : "Ti ho visto salutare il tabernacolo con la tua mano e mi sono commosso. Ti ringrazio, mi hai fatto del bene!"

Vedi Lucia, la tua fede nel sacramento della confessione oltre a farti trovare la Grazia e la forza di Gesù, hai fatto del bene anche a me sacerdote. E la tua fede, ritornando a Sotto il Monte, fa bene anche a tanti, anche se tu non lo sai. Papa Francesco, qualche giorno fa, disse agli ammalati : "Voi non siete solo membri passivi del Corpo Mistico della Chiesa e del mondo, ma membri attivi".

 Grazie Lucia, ti ricordo di pregare per i peccatori e anche per me.  Padre Silvano

 


 

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