Diamo qui il testamento spirituale quale fu pubblicato
su «L'Osservatore Romano» del 7 giugno 1963 e in Discorsi,
messaggi, colloqui, vol. V, pp. 609-613. Esso si compone di due parti:
la prima in data 29 giugno 1954 e confermata nel 1957, la seconda del
12 settembre 1957 e del 4 dicembre 1959.
Venezia, 29 giugno 1954
Sul
punto di ripresentarmi al Signore Uno e Trino che mi creò, mi redense,
mi volle suo sacerdote e vescovo, mi colmò di grazie senza fine,
affido la povera anima mia alla sua misericordia, gli chiedo umilmente
perdono dei miei peccati e delle mie deficienze, gli offro quel po' di
bene che col suo aiuto mi è riuscito di fare, anche se imperfetto
e meschino, a gloria sua, a servizio della santa Chiesa, a edificazione
dei miei fratelli, supplicandolo infine di accogliermi, come padre buono
e pio, coi santi suoi, nella beata eternità. Amo di professare
ancora una volta tutta intera la mia fede cristiana e cattolica, e la
mia appartenenza e soggezione alla santa Chiesa apostolica e romana, e
la mia perfetta devozione e obbedienza al
suo capo augusto, il sommo pontefice, che fu mio grande onore di rappresentare
per lunghi anni, nelle varie regioni di Oriente
e di Occidente, che mi volle infine a Venezia come cardinale e patriarca,
e che ho sempre seguito con affezione sincera, al di fuori e al di sopra
di ogni dignità conferitami. Il senso della mia pochezza e del
mio niente mi ha semprefatto buona compagnia tenendomi umile e quieto,
e concedendomi la gioia di impiegarmi del mio meglio in esercizio continuato
di obbedienza e di carità per le anime e gli interessi del regno
di Gesù, mio Signore e mio tutto. A Lui tutta la gloria; per me
e a merito mio la sua misericordia. Meritum meum miseratio Domini.
Domine, tu omnia nosti: tu scis quia amo Te ["Il mio solo merito
è la misericordia del Signore. Signore, tu sai tutto; tu sai che
ti amo"].Questo solo mi basta.
Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso;
a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare
a chicchessia, perché in quanti mi conobbero ed ebbero rapporti
con me - mi avessero anche offeso o disprezzato o tenuto, giustamente
del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione - non
riconosco che dei fratelli e dei benefattori, a cui sono grato e per cui
prego e pregherò sempre.
Nato
povero, ma da onorata e umile gente, sono particolarmente lieto di morire
povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della
mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della santa Chiesa
che mi ha nutrito, quanto mi venne fra mano - in misura assai limitata
del resto - durante gli anni del mio sacerdozio e del mio episcopato.
Apparenze di agiatezza velarono talora, anzi sovente, nascoste spine di
affliggente povertà e mi impedirono di dare sempre con la larghezza
che avrei voluto. Ringrazio Iddio di questa grazia della povertà
di cui feci voto nella mia giovinezza, povertà di spirito, come
prete del Sacro Cuore, e povertà reale; e che mi sorresse a non
chiedere mai nulla, né posti, né danari, né favori,
mai, né per me, né per i miei parenti o amici.
Alla mia diletta famiglia secundum sanguinem - da cui,
del resto, non ho ricevuto nessuna ricchezza materiale - non posso lasciare
che una grande e specialissima benedizione, con l'invito a mantenere quel
timore di Dio che mela rese sempre così cara e amata, anche semplice
e modesta, senza mai arrossirne: ed è il suo vero titolo di nobiltà.
L'ho anche soccorsa talora nei suoi bisogni più gravi, come povero
coi poveri, ma senza toglierla dalla sua povertà onorata e contenta.
Prego e pregherò sempre per la sua prosperità, lieto come
sono di constatare anche nei nuovi e vigorosi germogli la fermezza e la
fedeltà alla tradizione religiosa dei padri, che sarà sempre
la sua fortuna. Il mio più fervido augurio è che nessuno
dei miei parenti e congiunti manchi alla gioia del finale eterno ricongiungimento.
Partendo,
come confido, per le vie del cielo, saluto, ringrazio e benedico i tanti
e tanti che composero successivamente la mia famiglia spirituale, a Bergamo,
a Roma, in Oriente, in Francia, a Venezia, e che mi furono concittadini,
benefattori, colleghi, alunni, collaboratori, amici e conoscenti, sacerdoti
e laici, relígiosi e suore, e di cui, per disposizione di Provvidenza,
fui, benché indegno, confratello, padre o pastore. La bontà
di cui la mia povera persona fu resa oggetto da parte di quanti incontrai
sul mio cammino rese serena la mia vita. Rammento bene, in faccia alla
morte, tutti e ciascuno: quelli che mi hanno preceduto nell'ultimo passo,
quelli che mi sopravvivono e che mi seguiranno. Preghino per me. Darò
loro il ricambio dal purgatorio o dal paradiso dove spero di essere accolto,
ancora lo ripeto, non per i meriti miei, ma per la misericordia del mio
Signore.
Tutti ricordo e per tutti pregherò. Ma i miei figli
di Venezia, gli ultimi che il Signore mi pose intorno, a estrema consolazione
e gioia nella mia vita sacerdotale, voglio qui nominarli particolarmente,
a segno di ammirazione, di riconoscenza, di tenerezza tutta singolare.
Li abbraccio in ispirito tutti, tutti, del clero e del laicato, senza
distinzione, come senza distinzione li amai appartenenti a una medesima
famiglia, oggetti di una medesima sollecitudine e responsabilità
paterna e sacerdotale. Pater sancte, serva eos in nomine tuo quos dedisti
mihi: ut sint unum sicut et nos [Io 17,11]["Padre Santo, custodisci
nel tuo nome coloro che mi hai dato, affinché siano una cosa sola,
come noi"].
Nell'ora dell'addio, o meglio dell'arrivederci, ancora
richiamo a tutti ciò che più vale nella vita: Gesù
Cristo benedetto, la sua santa Chiesa, il suo Vangelo e, nel Vangelo,
soprattutto il Pater noster e, nello spirito e nel cuore di Gesù
e nel Vangelo, la verità e la bontà, la bontà mite
e benigna, operosa e paziente, invitta e vittoriosa.
Miei figli, miei fratelli, arrivederci. Nel nome del Padre,
del Figliuolo, dello Spirito Santo. Nel nome di Gesù nostro amore;
di Maria, nostra e sua dolcissima madre; di san Giuseppe, mio primo e
prediletto protettore. Nel nome di san Giovanni Battista, di san Pietro
e di san Marco, di san Lorenzo Giustiniani e di san Pio X. Così
sia.
Card. Ang. Gius. Roncalli patriarca
[Il testo reca, di mano del Santo Padre,
i seguenti codicilli:]
Queste pagine da me valgono come attestazione della mia
volontà assoluta per il caso di una mia morte improvvisa.
Venezia, 17 settembre 1957. + Ang. Gius. card. Roncalli
E valgono anche come testamento spirituale da aggiungersi
alle disposizioni testamentarie qui unite, sotto la data del 30 aprile
1959.
IOANNES XXIII PP.
MIO TESTAMENTO
Castelgandolfo, 12 settembre 1961
Sotto
l'auspicio caro e confidente di Maria, mia madre celeste, al cui nome
è sacra la liturgia di questo giorno, e nell'anno LXXX della mia
età, depongo qui e rinnovo il mio testamento, annullando ogni altra
dichiarazione circa le mie volontà, fatta e scritta precedentemente,
a più riprese.
Aspetto e accoglierò semplicemente e lietamente
l'arrivo di sorella morte secondo tutte le circostanze con cui piacerà
al Signore di inviarmela.
Innanzi tutto chiedo venia al Padre delle misericordie
pro innumerabilibus peccatis, offensionibus et negligentiis meis come
tante e tante volte dissi e ripetei nell'offerta del mio sacrificio quotidiano.
Per questa prima grazia del perdono di Gesù su tutte
le mie colpe, e della introduzione dell'anima mia nel beato ed eterno
paradiso, mi raccomando alle preghiere suffraganti di quanti mi hanno
seguito, conosciuto durante tutta la mia vita di sacerdote, di vescovo
e di umilissimo e indegno servo dei servi del Signore.
Poi mi è esultanza del cuore rinnovare integra e
fervida la mia professione di fede cattolica, apostolica e romana. Tra
le varie forme e simboli con cui la fede suol esprimersi preferisco il
Credo della messa sacerdotale e pontificale, dalla elevazione più
vasta e canora, come in unione con la Chiesa universale di ogni rito,
di ogni secolo, di ogni regione: dal "Credo in unum Deum patrem omnipotentem"
all"Et vitam venturi saeculi".
Jo. XXIII